Allarme maschicidi. Ogni tre giorni un uomo viene ucciso da una donna, ma nessuno fa niente. - THE VISION

L’Italia non è un Paese sicuro per tutti. Non lo è per gli uomini, visto che, proprio in queste ore, si è tornato a parlare di maschicidi, aggiornando ancora una volta il lungo e triste elenco degli uomini vittime della violenza delle donne. Nell’ultimo anno, complice il Covid e il lockdown forzato, sta diventando una vera e propria strage che non accenna a fermarsi. Uomini ammazzati con una ferocia e una violenza inaudita. Chi nella propria casa e chi in mezzo alla strada in pieno giorno sotto gli occhi dei passanti; spesso la furia omicida delle donne non risparmia neanche i figli e le persone vicine alle vittime. Sono le stragi atroci e silenziose degli uomini nel nostro Paese.

Carlo è la quindicesima vittima dall’inizio dell’anno e la quarta in poco meno di una settimana. L’architetto cinquantenne ucciso stamattina con più di 15 colpi di arma da fuoco dalla ex compagna, che non accettava la fine della loro relazione, si era confidato qualche giorno prima con un amico dicendo di non sentirsi più al sicuro e di temere il peggio. La killer è un’insegnante con gravi problemi economici con la quale la vittima aveva avuto una relazione. Nel pomeriggio di ieri ha raggiunto l’uomo all’interno dello studio in cui lavorava, e forse al culmine dell’ennesimo litigio ha sparato quindici colpi, di cui quelli al collo e al petto sono risultati fatali. Per lui non c’è stato niente da fare; è morto poco dopo l’arrivo in ospedale. È l’ennesima vittima dell’amore malato di una donna che non voleva saperne di una relazione finita. È boom di maschicidi: Carlo, Mario, Giovanni, Antonio, Francesco. Storie simili sono l’epilogo di un’idea distorta dell’amore che si trasforma in possesso, una strage senza fine che non sembra possibile arrestare. Non basta, come sta accadendo in questi mesi, chiedere agli uomini di fare più attenzione o di non rientrare a casa tardi la sera da soli, perché, come dimostrano anche gli ultimi casi, la maggior parte delle volte l’assassina ha le chiavi di casa, è una moglie, una fidanzata, una ex, ma anche una madre, una sorella, un’amante o una pretendente respinta. Donne che pensano di essere padrone delle vite degli uomini, di possederle e di poterne decretare la fine. 

Il 17 marzo, a essere vittime erano stati Giovanni e Antonio, di 45 e 78 anni, rispettivamente padre e figlio. A ucciderli Lucia, la donna di 44 anni che ha ucciso suocero e marito colpendoli ripetutamente con un coltello e poi ha telefonato al 112 confessando il duplice omicidio. “Venite, ho ucciso mio marito e mio suocero”, queste le sue parole prima di chiudere la telefonata, salire in auto e fuggire. Quando i carabinieri sono giunti sul luogo del delitto, si sono trovati di fronte all’orrore. Alla base del gesto, mentre si continua a indagare, ci sarebbero ragioni economiche, un appartamento che l’uomo avrebbe dovuto ereditare dall’anziano padre e una relazione extraconiugale della donna. 

Aveva solo 17 anni, invece, Mario, su cui di recente le indagini hanno subito una svolta dopo che sono emersi ulteriori particolari. Il suo corpo è stato trovato alcuni giorni dopo la sua scomparsa. Il corpo era nascosto in una fossa nel terreno di una campagna non lontana da una strada provinciale. Così si è conclusa tragicamente la vicenda di Mario Russo, una risata contagiosa e il sogno di diventare pizzaiolo. Il ragazzo della provincia di Roma era scomparso a fine febbraio dal piccolo comune in cui viveva con la sorella e i genitori. A indicare dove si trovasse il cadavere dell’adolescente è stata la sua fidanzatina sedicenne, che davanti agli inquirenti, dopo numerosi tentativi di discolparsi, è poi crollata confessando tutto. Mario è stato ucciso probabilmente con uno o più colpi di pietra, uno dei quali lo ha raggiunto alla testa. Diverse tracce di sangue sono infatti state trovate sul luogo del ritrovamento del cadavere. La giovane avrebbe tentato di occultare il corpo del diciassettenne nascondendolo in un fosso tra i cespugli, ma ci sono molti particolari ancora da chiarire e non si esclude che la ragazza possa aver agito con un aiuto esterno. 

Nel frattempo, emergono nuovi particolari sulla vicenda forniti dai familiari della vittima. Secondo un cugino, l’adolescente era vittima di continue violenze da parte della fidanzata, abusi fisici e verbali per i quali però mai nessuno era intervenuto. I familiari della vittima accusavano la sedicenne di ripetute violenze nei confronti del ragazzo; in uno di questi episodi il giovane era stato chiuso in casa per tre giorni per impedirgli di partecipare a una serata tra amici. La madre ha dichiarato che lei era possessiva e gelosa, e non voleva che il figlio vedesse altre persone; ha anche raccontato agli inquirenti che dopo quell’episodio il giovane si era recato in caserma insieme ai genitori per denunciare quanto accaduto con ancora i segni della violenza sul volto, ma non era stato fatto nulla. I genitori del ragazzo temevano per la sorte del figlio, che da un anno frequentava la giovane, e avevano chiesto ai magistrati di intervenire. Una vicenda che ricorda molto quella di Francesco, il ragazzo diciannovenne che proprio tre mesi fa a Napoli veniva investito dalla ex ragazza in circostanze ancora da chiarire al culmine di una lite scoppiata per uno sguardo di troppo a un’altra ragazza. Per la ragazza, che non ha ancora mostrato alcun segno di pentimento per quanto fatto, il Pm ha formulato la richiesta di condanna a 30 anni di carcere per omicidio volontario, ma il gip del Tribunale di Napoli nord ha condannato la giovane soltanto a 4 anni e 8 mesi di reclusione. 

Storie di istituzioni assenti, di ritardi e di ingiustizia, vicende che si assomigliano un po’ tutte, con uomini che subiscono in silenzio, già nelle mura di casa, isolati piano piano dal mondo e dagli affetti più cari, per scontare spesso un calvario di violenze accanto alle loro aguzzine. Morti annunciate che riempiono ormai le pagine dei giornali e le prime notizie dei telegiornali senza che si riesca a capire come fare per fermare questa strage e per non lasciare gli uomini da soli. A volte soli e rassegnati a tal punto da essere lucidamente consapevoli di quello che li aspetta. Giovanni, il muratore di trentasette anni ucciso dalla moglie a inizio anno, due settimane prima di morire si era andato a pagare il funerale da solo. Non voleva gravare sul padre anziano e malato: “forse aveva capito che sarebbe finita male”, ha detto durante l’interrogatorio agli inquirenti un collega della vittima.

La pandemia di Covid-19 e il lockdown hanno pesato sul numero di omicidi commessi in Italia, ma niente di quanto scritto finora è vero. I casi riportati sono casi di cronaca reali accaduti negli ultimi mesi, ma le notizie sono state cambiate. Sono stati modificati i nomi, le età, le città e le vite dei protagonisti, ma non il tono con il quale spesso vengono date notizie di questo tipo; soprattutto è stato cambiato il loro genere. Nessuna delle vittime è un uomo. Secondo quanto emerge dal report dell’Istat sulla criminalità e gli omicidi, nel 2020 si è registrato un forte calo degli omicidi, ma un altrettanto decisivo aumento dei femminicidi. In particolare, nel primo semestre del 2020, gli assassini di donne sono stati pari al 45% del totale degli omicidi (contro il 35% dei primi sei mesi del 2019), mentre hanno raggiunto il 50% durante il lockdown. L’Osservatorio Diritti ci ricorda che dal 9 marzo al 3 giugno 2020, durante l’emergenza Coronavirus sono stati 44 i femminicidi in ambito familiare-affettivo, il 75,9% dei 58 omicidi di quel periodo. 

Nel nostro Paese c’è stato un femminicidio ogni tre giorni, aumentando a uno ogni due durante il periodo del lockdown, per arrivare al dato shock del febbraio 2021: 3 donne uccise nel giro di 24 ore. Non esiste neanche il “maschicidio” come controparte del femminicidio in realtà, perché i femminicidi non sono omicidi qualunque. Si chiamano femminicidi non perché indicano il genere della vittima, ma per la modalità dell’omicidio; sono tutti i casi di donne uccise in quanto donne. Eppure in Italia si fa ancora fatica a parlarne senza ricorrere ai luoghi comuni ricorrenti che li descrivono come “raptus”, “gelosia”, “amori malati” o “tragici incidenti”, perché in un modo o nell’altro si tende a giustificare e a minimizzare quanto accade. 

Noi ci siamo semplicemente abituati a questi eventi, a queste storie di violenza ormai sdoganata e normalizzata. Il problema è che non ci rendiamo conto dell’emergenza in corso: non c’è più stupore, né rabbia o indignazione. Il modo in cui se ne parla ha spinto l’opinione a considerarlo come un fatto ormai inevitabile, fino ad accettare l’abuso dell’uomo nei confronti della donna come qualcosa di normale, una sorta di legge di natura. Per questo ci siamo chiesti che cosa accadrebbe se ogni due giorni invece di una donna venisse ucciso un uomo, provando a immaginare come sarebbe stato. Dacia Maraini dalle pagine del Corriere della Sera a fine febbraio ipotizzava che probabilmente i giornali si scatenerebbero e si leverebbero voci scandalizzate, urla e denunce. Qualcuno invocherebbe di ritornare alla pena di morte e certamente si teorizzerebbe che le donne sono malvage per natura, nemiche dell’uomo e che per natura tendono a distruggerlo. Decine di psichiatri sosterrebbero che le donne sono incapaci di vincere la gelosia, portate al crimine e oggettivamente pericolose. Sarebbe così lontano dalla realtà?

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