Perché un'alleanza con il M5S sarebbe la fine del Partito Democratico

In una recente intervista al Corriere della Sera Dario Franceschini ha individuato nell’apertura al M5S la futura strategia vincente per il Pd. Per l’ex segretario, il più grande errore del centrosinistra e di Matteo Renzi è stato quello di non aver fatto tutto il possibile per impedire la formazione dell’attuale governo. “La strategia del popcorn ha portato la Lega dopo un anno al 35%. Abbiamo buttato un terzo dell’elettorato italiano, quello dei Cinque Stelle, in mano a Salvini”. Per Franceschini, “Lega e grillini non sono sullo stesso piano”, e con il M5S il Pd dovrebbe mettere in cantiere “un arco di forze pronte a difendere i valori umani e costituzionali che Salvini calpesta e violenta ogni giorno”.

L’apertura, arrivata solo due giorni dopo gli attacchi al Pd di Di Maio per Bibbiano, è stata stroncata da tutti gli interessati: sia dal M5S, che ha rivendicato di essere “orgogliosamente diverso dal Pd”, sia dalla maggior parte dei Dem. Un avvicinamento, però, non sembra essere escluso a priori, ma potrebbe realizzarsi magari in futuro, con un Movimento senza Luigi Di Maio alla guida. Non è un caso se lo stesso Luigi Zingaretti, nel negare una possibile apertura, abbia continuato a definire “impossibile” un’alleanza con il vicepremier e non con il suo intero partito: “Non possiamo fare accordi con chi, come Di Maio, ha portato la destra al governo,” ha detto.

Dario Franceschini

Al di là delle strategie politiche ed elettorali, bisogna capire se esistono “valori umani e costituzionali” in grado di unire i due partiti, e prima ancora chiarire quali sono i punti fermi che spingono l’azione del M5S.

Si può partire da quello fondante: l’idea di democrazia. Secondo i suoi critici – e anche molti dei suoi elettori o ex elettori – il Pd si è spesso autosabotato nel nome della democrazia interna: le discussioni tra le varie correnti, gli eterni dibattiti sulle decisioni della segreteria, le liti tra gli aspiranti leader hanno finito per eclissare in diverse occasioni gli effettivi progetti politici del partito. Nonostante questo, lo stesso Matteo Renzi ha rivendicato questa apparente debolezza, in occasione del passaggio di consegne della piattaforma Rousseau tra Gianroberto Casaleggio e il figlio Davide: “Da noi c’è fatica e democrazia. Dai Cinque Stelle comodità e dinastia”. Sin dalla sua fondazione, in effetti, il M5S si è proposto in Italia come il pioniere dell’attivismo dal basso (con i gruppi Meetup fondati in numerose città italiane dai sostenitori del blog di Beppe Grillo), lo sperimentatore della democrazia diretta (con la piattaforma Rousseau pensata per stabilire il programma con la partecipazione di tutti gli iscritti) e come il custode della democrazia interna (con le primarie e la regola dell’Uno vale uno). Nel corso degli anni però, e soprattutto una volta al governo, tutti questi propositi sembrano essere venuti meno. Prima di tutto, la democrazia interna: le epurazioni dei dissidenti, come quella di Paola Nugnes o del capitano Gregorio De Falco, sono ormai una pratica frequente, sdoganata e tranquillamente accettata dai suoi sostenitori.

Paola Nugnes
Gregorio De Falco

Inoltre, con il nuovo regolamento, il capo politico Luigi Di Maio può scegliere da solo i capigruppo parlamentari, una cosa che per un partito come il Pd è impensabile. Per quanto riguarda la declinazione in salsa grillina del concetto di democrazia diretta, questa è stata messa in discussione dal Garante della Privacy, che ha messo in evidenza le falle nella sicurezza e nella gestione dei dati degli utenti da parte della piattaforma Rousseau, al punto da denunciarne l’effettiva pericolosità. Per quanto riguarda la democrazia dal basso, basta ricordare quando, ad esempio, la candidata scelta dalla base per la carica di sindaca di Genova Marika Cassimatis è stata sfiduciata da Grillo in persona perché considerata vicina ai dissidenti di Paolo Putti.

Per formare un’alleanza politica è diventato fondamentale anche concordare sul concetto di solidarietà.  Franceschini ha spiegato che i grillini commettono “errori politici”, ma non scelgono di “far morire la gente in mare o accendere l’odio come Salvini”. Franceschini potrebbe rileggere tutte le dichiarazioni sul tema rilasciate nel corso dell’ultimo anno: scoprirebbe che i vertici del M5S hanno sempre appoggiato la strategia leghista della chiusura dei porti. Il terzomondista Alessandro Di Battista si è anche detto piuttosto “annoiato dal dibattito sulle Ong”, mentre Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri, ha sostenuto che la nave Sea Watch 3 avrebbe dovuto riaccompagnare i migranti in Libia, destinazione lontana anni luce dai parametri per essere considerata un porto sicuro. Danilo Toninelli, ministro alle Infrastrutture, ha contribuito operativamente alla “chiusura” dei porti e Luigi Di Maio, artefice della definizione infondata di “taxi del mare”, ha sempre accusato le Ong di fare “show sulla pelle di questi poveri disperati”. Queste definizioni e opinioni sono lontane anni luce da quelli espressi, ad esempio, dal presidente del Pd Matteo Orfini, salito a bordo della nave Sea Watch per dimostrare la sua solidarietà all’operato delle Ong: “Chiediamo un atto di umanità al governo. Evidentemente si crede che la disumanità porti voti”.

Matteo Orfini

Invece, proprio per proteggere l’alleato Salvini e la sua strategia nella politica migratoria, a febbraio il M5S ha tradito anche un altro dei suoi miti fondativi, quello dell’uguaglianza dei politici davanti alla legge. Per anni i suoi politici hanno criticato i privilegi dei parlamentari italiani, accusati di sperperare i soldi dei cittadini e di sottrarsi al giudizio della magistratura grazie all’istituto dell’immunità. “Nel Movimento 5 Stelle i nostri portavoce hanno finora sempre rinunciato a qualsiasi immunità. Vogliamo essere cittadini comuni, senza godere di alcun privilegio”, tuonava Di Maio nel 2014. “L’immunità parlamentare è stata usata in modo ignobile per coprire il sistematico latrocinio di una classe politica sempre più indecente”, gli faceva eco il blog ufficiale. Quando però hanno dovuto decidere se autorizzare il procedimento del Tribunale dei ministri nei confronti di Matteo Salvini per il caso della nave Diciotti, i vertici M5S hanno deciso di archiviare un decennio di storia e battaglie identitarie schierandosi per il no.“Noi siamo sempre stati contro l’utilizzo dell’immunità. Ma questo è un caso specifico”, si è giustificato Di Maio in quell’occasione.

Sui “valori costituzionali”, poi, il M5S ha costruito la sua offensiva più efficace contro il Pd degli ultimi anni, schierandosi contro la riforma voluta da Matteo Renzi, bocciata dal referendum del 4 dicembre 2016. Minacciando il rischio di una diminuzione degli spazi democratici per i cittadini e di un accentramento eccessivo di potere nelle mani del presidente del Consiglio, il partito è riuscito ad attirare il voto di centinaia di migliaia di elettori, preparando il terreno per l’exploit alle politiche del 2018. Pochi giorni dopo, i suoi esponenti hanno dimenticato il loro ruolo di difensori dei principi costituzionali, chiedendo la messa in stato di accusa di Sergio Mattarella per attentato alla Costituzione. La colpa del Presidente della Repubblica sarebbe stata quella di essersi opposto alla nomina di Paolo Savona come ministro dell’Economia, come prevedono le sue prerogative costituzionali.

Sergio Mattarella
Paolo Savona

I punti di incontro tra i due partiti scarseggiano anche su tematiche più “concrete”. L’Unione Europea è considerata da Zingaretti come un “sogno da rilanciare” e da Di Maio come un istituto “pieno di pregiudizi contro l’Italia”. Le grandi opere come il Tap o la Tav sono appoggiate dal Pd, che le considera “investimenti strategici”, e ostacolate dal M5S, da sempre in prima linea sul fronte del no, salvo il repentino cambio di opinione di fine luglio da parte del premier sulla linea Torino Lione. Nonostante l’appoggio di Conte e la lettera inviata a Bruxelles dal ministero dei Trasporti, Di Maio ha comunque cercato di salvare la faccia con la sua base, dichiarando:“Noi non ci arrendiamo. Noi pensiamo al Paese, non facciamo regali a Macron”.  Proprio il presidente francese è visto dal Pd come una sponda affidabile per combattere i sovranisti europei, mentre Di Maio e Di Battista preferiscono descriverlo come il mostro che sfrutta l’Africa per gli interessi della Francia: “Macron prima ci fa la morale e poi continua a finanziare il debito pubblico con i soldi con cui sfrutta i Paesi africani”, ha detto il vicepremier, provocando la convocazione per chiarimenti dell’ambasciatrice italiana a Parigi. Pd e M5S rivivono questa opposizione frontale su quasi ogni argomento, dai vaccini alle Olimpiadi, dal rapporto con Donald Trump a quello con il presidente russo Putin.

Luigi Di Maio

M5S e Pd confermano la loro distanza anche nei riferimenti culturali. Se il movimento degli esordi, e il blog di Grillo che gli dava voce, si era identificato nell’eredità politica di un leader come Enrico Berlinguer e in quella di artisti progressisti come Dario Fo, Paolo Rossi, Ivano Marescotti, nell’ultimo anno ha di fatto abbandonato il suo “pantheon” di riferimento per un approccio molto più vicino all’alleato leghista. Gli attacchi da parte del M5S alle voci discordanti con la loro visione del mondo sono diventati una consuetudine nella comunicazione del partito, come accaduto nel caso del conduttore Rai Fabio Fazio, del presentatore Bruno Vespa o dell’attore Roberto Benigni.

Nonostante le speranze dei Franceschini e dei Travaglio, la storia dei valori in comune non regge. La consolazione, per i sostenitori della trattativa a oltranza, è che in passato il M5S ha già dimostrato una certa volubilità nel cambiare i propri valori di riferimento, ridimensionando alcuni e abbandonando altri del tutto. Non è escluso che torni a farlo in futuro, avvicinandosi al Pd e confermando ancora una volta una scarsa memoria. Difficilmente potrebbero dimenticare le centinaia di insulti ricevuti in questi anni dai vertici del M5S, con definizioni del tipo “ex broker o ex banda della Magliana” (Grillo), elettori di un partito “impresentabile per sua stessa natura” (Di Maio) e “punto di riferimento del crimine” (Di Battista). È poco probabile che questi elettori possano continuare a considerare come loro un partito capace di allearsi con una forza politica agli antipodi rispetto alla loro visione. Il Pd non può pensare di convincere i suoi sostenitori ad accettare un’alleanza con il M5S giustificata solo dalla volontà di tornare al governo del Paese. Una strategia simile potrebbe avere (scarso) successo nel breve periodo, ma rischia di sancire la crisi definitiva del centrosinistra italiano.

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