La Casa delle Donne Lucha y Siesta di Roma è salva, ma i luoghi delle donne vanno protetti - THE VISION

Dopo anni di incertezza e mobilitazione, la vicenda della Casa delle donne di Roma Lucha y Siesta sembra essere arrivata a una conclusione positiva. La regione Lazio ha infatti vinto l’asta tenutasi il 5 agosto per l’immobile di via Lucio Sestio 10, riconoscendo così il valore sociale e politico di uno spazio femminista che da più di dieci anni funge da sportello antiviolenza, casa rifugio e luogo di cultura. 

La storia di Lucha y Siesta comincia nel 2008, quando alcune attiviste romane decidono di creare un progetto di mutuo soccorso, percorsi di fuoriuscita dalla violenza e aggregazione culturale autogestita. Scelgono un immobile di proprietà dell’Atac (la società che gestisce il trasporto pubblico nella Capitale) che versa in pessime condizioni e lo ristrutturano. Ispirandosi alla via in cui è situato, scelgono il nome emblematico di Lucha y Siesta (“lotta e riposo”), che racchiude le due anime dell’iniziativa: da un lato, infatti, si combatte la violenza di genere attraverso il supporto e l’accoglienza delle vittime di abusi, collaborando con i servizi sociali e con la rete di centri antiviolenza; dall’altro, si organizzano attività culturali e ricreative, dai laboratori ai cineforum, fino alla creazione di una vera e propria biblioteca. In tutti questi anni, Lucha y Siesta è in contatto con le istituzioni e varie realtà sociali della città, pur non godendo mai di un riconoscimento ufficiale: per il Comune, infatti, l’immobile di via Lucio Sestio non viene valorizzato e restituito alla comunità, ma occupato abusivamente.

L’edificio Casa delle Donne “Lucha y Siesta” a Roma

Nel 2019 la minaccia di sgombero si fa più incombente: la palazzina viene infatti inserita dall’Atac nel piano di concordato tra gli edifici non funzionali, da vendere entro il 2021 per evitare il fallimento del azienda. Ad agosto dello stesso anno, Lucha riceve quindi una lettera del Comune di Roma che annuncia che il 15 settembre successivo la Casa delle donne sarebbe stata sgomberata e le utenze staccate. Si costituisce così il comitato “Lucha alla Città”, con l’obiettivo di raccogliere i 2,5 milioni di euro necessari all’acquisto dell’immobile. La mobilitazione vede la partecipazione di moltissime personalità e associazioni, insieme alla realizzazione di campagne a effetto: le attiviste illuminano con la scritta “Vendesi” i principali monumenti capitolini e tappezzano la città di manifesti realizzati da più di seicento fumettisti che ritraggono le luchadoras, le lottatrici messicane simbolo della Casa delle donne. 

Accanto al sostegno della cittadinanza, Lucha avvia un faticoso dialogo con il Comune di Roma, complicato anche dall’ipotesi di una nuova collocazione per le donne ospiti della casa-rifugio, dal momento che il distacco delle utenze viene soltanto rinviato. A nulla sembra contare che dal 2008 al 2019 la Casa abbia sostenuto milleduecento donne nel percorso di fuoriuscita dalla violenza, ospitando nelle sue quattordici stanze (il 60% del totale di quelle presenti nella Capitale per questo servizio) oltre centoquaranta donne e sessanta minori. Non solo, considerando i costi che l’amministrazione sostiene per il contrasto alla violenza, l’esperienza della Casa delle Donne Lucha y Siesta ha costituito un risparmio di quasi sette milioni di euro per le casse del Comune. Ma ci sono anche altri risultati che non si possono quantificare in cifre: la creazione di comunità, cultura e diuno spazio ibrido di empowerment il cui lavoro è stato riconosciuto anche dalla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere del Parlamento europeo.

In una situazione tanto complessa, il 21 dicembre 2019 interviene la Regione Lazio che approva un emendamento al bilancio che prevede lo stanziamento di 2,4 milioni di euro da destinare a Lucha y Siesta. Tuttavia, all’annuncio della data dell’asta giudiziaria dell’immobile di via Lucio Sestio, il Comune di Roma rende nota la sua volontà di parteciparvi con l’obiettivo di acquistare l’immobile e riconvertirlo ad attività simili a quelle già svolte da Lucha. Per le attiviste si tratta di una decisione incomprensibile, non solo perché il Comune è proprietario al 100% dell’Atac, la stessa azienda da cui vorrebbe acquistare la palazzina, ma anche perché l’amministrazione comunale non era mai parsa molto collaborativa, nonostante gli appelli di personalità politiche come Laura Boldrini, Valeria Valente e Valeria Fedeli

Laura Boldrini

Il 2020 inizia in modo difficile: non solo Lucha deve affrontare le difficoltà vissute da tutti i centri antiviolenza durante il primo lockdown, con l’incertezza che caratterizza la situazione e l’aumento dei casi di violenza, ma deve farlo con l’incognita dell’asta. La prima va deserta e né il Comune né la Regione partecipano. Il timore principale delle attiviste diventa così che lo spazio possa essere venduto a privati per la costruzione di alberghi o altre attività simili, timore giustificato dalla presenza di annunci su alcuni siti di vendita immobiliare. Inoltre, l’ex deposito Atac di piazza Ragusa, uno degli altri immobili all’asta, a fine luglio viene venduto ad Amazon nonostante la proposta popolare di costruirvi aule studio per gli studenti. Lucha organizza così un’azione per sottolineare ancora una volta il legame della città con i propri spazi femministi, realizzando una finta linea fucsia dell’Atac che collega i principali punti di riferimento per le donne della Capitale: dal Master Studi e Politiche di Genere dell’Università Roma3 alla sede di Non Una di Meno, passando per la Casa Internazionale delle Donne e la Libreria Tuba; il capolinea è proprio Lucha y Siesta. L’iniziativa è talmente ben riuscita che molti si indignano per quella che sembra una mossa di pinkwashing dell’azienda di trasporti. Ma la linea è un promemoria sull’importanza dei luoghi del femminismo, che sono veri e propri punti di riferimento per la geografia di una città che troppo spesso si è dimenticata delle sue protagoniste.

Il frutto di questi mesi di mobilitazione è la notizia appena battuta: la Regione Lazio è stata l’unica a partecipare alla terza asta prevista il 5 agosto scorso e si è aggiudicata la proprietà dell’immobile. “Con questa acquisizione la Regione riconosce una storia importante e apre, a tutta la comunità che l’ha scritta, un futuro possibile dopo anni di precarietà e incertezze”, ha commentato la Casa delle Donne. “In Via Lucio Sestio non c’è un palazzo, né un progetto o un gruppo che resiste; Lucha y Siesta è un processo irreversibile nato dal basso e cresciuto con chi l’ha attraversato, nel conflitto e nel cambiamento di una comunità che è diventata forza e amore”. Con questa acquisizione, Lucha potrà proseguire le proprie attività in autonomia, ma soprattutto potrà finalmente accedere ai bandi regionali che le consentiranno maggiori risorse economiche per i propri progetti. 

Il prossimo passo sarà quello di riconoscere Lucha y Siesta “bene comune”, secondo quanto stabilito da una legge regionale del 2019. La legge, basata sul principio di sussidiarietà sancito dall’articolo 118 della Costituzione, promuove l’amministrazione condivisa dei beni comuni attraverso forme di collaborazione tra l’amministrazione regionale, gli enti locali e i cittadini. Oltre a un riconoscimento materiale ed economico, la promozione di Lucha y Siesta a bene comune avrebbe anche un importante valore simbolico, a riprova dell’importanza sociale e culturale degli spazi femministi e dell’autonomia delle loro iniziative. 

La vicenda che ha interessato Lucha y Siesta si conclude con un lieto fine – o forse con un nuovo inizio – ma dimostra anche la fragilità e l’impreparazione delle istituzioni di fronte alle realtà cittadine e del terzo settore, sempre più in difficoltà  nell’instaurare un dialogo con le amministrazioni, a cui spazi come questo tornano utili per sopperire alle mancanze della politica. La Casa delle Donne Lucha y Siesta è salva, ma tante altre realtà potrebbero non essere così fortunate o non avere modo di sostenere una lotta del genere – a partire dalla Casa Internazionale delle Donne di Roma e da tutti i centri antiviolenza che ogni anno combattono per ricevere i fondi che spettano loro: non possiamo lasciarle sole.

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