Il mondo del lavoro fa di tutto per farti ammalare in nome della produttività

All’ora dell’aperitivo i bar delle grandi città si riempiono di giovani professionisti appena usciti da lavoro. Sul loro volto si legge l’espressione stanca di chi ha appena staccato: a un primo sguardo possono sembrare sollevati, felici per la fine della giornata lavorativa, ma non è così. Sotto la superficie non è difficile vedere l’ansia di chi è afflitto dal pensiero di dover rispondere all’ultima mail, di chiudere un lavoro, di rifinire un documento. Bevono qualcosa di fretta, poi si salutano in maniera sbrigativa; c’è chi tira dritto verso casa per aprire di nuovo il computer e riguardare cifre e dati, chi torna in ufficio per lavorare fino a tardi e chi resterà al bar, attaccato al telefono per giustificare i propri ritardi. Persino il giovane barista dovrà rimanere fino alla chiusura del locale, pur avendo attaccato prima dell’ora di pranzo. Questa scena si ripete ogni giorno, tanto da far apparire normale una situazione che alla lunga può diventare insostenibile. È ora di guardare in faccia la realtà: molti giovani sono malati di lavoro.

Secondo uno studio americano il 47% dei millennial è affetto da workaholism, ovvero dalla coazione al lavoro continuo per eludere il senso di colpa di essere “improduttivo”. La differenza è sostanziale rispetto ai componenti della generazione X (i nati tra il 1960 e il 1980), per cui il dato scende al 33% e dei baby boomers (i nati tra il 1945 e il 1964) dove si ferma al 16% del totale. Secondo la statistica il 75% dei millennial ha ammesso di essere disposto a lavorare in viaggio, e il 42% anche durante le ferie.  In Italia non va meglio: uno studio congiunto delle università di Trento e Bologna, su un campione di 311 liberi professionisti e 325 lavoratori dipendenti ha rilevato che la maggior parte presenta i sintomi del workaholism, che da un lato portano a scompensi emotivi come rabbia, pessimismo e depressione con forti ricadute sulle relazioni sociali e sentimentali e dall’altro portano scompensi fisici come mal di testa, deficit dell’attenzione e del sonno. 

Una ricerca dell’università di Bergen fornisce dati ancora più preoccupanti: su un campione di 16mila lavoratori considerati “ubriachi di lavoro”, il 9% ha più chance di soffrire di depressione clinica, il 33% di essere vittima dell’ansia, più di un quarto (25,6%) sviluppa comportamenti ossessivo compulsivi e un terzo (32,7%) sviluppa patologie come disturbi dell’attenzione o iperattività. Per la rivista medica Science Daily gli step del workaholism si configurano con un andamento progressivo: innanzitutto si cerca di fare più spazio al lavoro nella propria vita, poi si passa più tempo del dovuto a lavorare per mettere a tacere il possibile senso di colpa di non essere all’altezza degli standard richiesti. Da qui in poi si entra nell’area del disturbo vero e proprio, dove si ignorano gli avvertimenti di chi suggerisce di lavorare di meno, si mette il lavoro sempre al primo posto – sacrificando i propri interessi e gli affetti –, ci si sente stressati non quando si lavora, ma quando non si ha la possibilità di farlo, fino ad arrivare ai problemi di salute veri e propri. Se vi ritrovate in questo identikit allora siete malati. I millennial sono fortemente soggetti al workaholism sia per la maggior dimestichezza con le nuove tecnologie, e dunque con la possibilità di lavorare da remoto fuori dall’orario di lavoro, sia per l’evoluzione del mercato del lavoro, sempre più basato sul precariato e i contratti freelance. Ai millennial si chiedono standard elevati e massima disponibilità, a fronte di minori tutele. Nel libro 13 Things Mentally Strong People Don’t Do, la psicoterapeuta Amy Morin ha denunciato che il 42% dei millennial lavora in media nove ore al giorno e rimane attaccata allo schermo per quasi tutto il giorno.

Per l’esperta di risorse umane Marina Osnaghi il rapporto fra le competenze tecnologiche dei millennial e il mondo del lavoro si spiega perché “Nei geni dei nativi digitali è insita l’attitudine all’utilizzo di ogni apparato tecnologico che permetta una connessione al mondo, senza bisogno di spostarsi dal proprio ufficio e dalla propria casa”. Questo però si ripercuote sulla salute e sulla vita dei giovani lavoratori: “I millennial si trovano immersi in un ciclo continuo di stimoli,” continua Osnaghi, “costretti a lavorare un numero di ore dilatato rispetto a quello che sarebbe in un mondo senza tecnologia. E con l’aumento delle ore di lavoro si annullano inequivocabilmente gli spazi per la vita privata. Per questo ricordarsi che la qualità della propria vita è insostituibile diventa una raccomandazione fondamentale per evitare conseguenze spiacevoli sul fisico e sulla psiche”. 

Secondo Osnaghi si tratta di un problema strutturale che va a impattare sulle paure e i desideri delle nuove generazioni come “La pressione del capo, la paura di non riuscire a fare carriera, il forte desiderio di avere successo dal punto di vista professionale e quindi lavorare sodo per sfondare. Sono numerosi gli stimoli che possono impattare sulla scarsa capacità di mettere un limite ordinato alla propria esistenza”. I millennial hanno introiettato la precarietà dei propri tempi e cercano di rispondervi con i mezzi a disposizione: “La generazione dei millennial dimostra molta più preoccupazione verso il futuro rispetto alla precedente, soprattutto a causa della ricerca dell’indipendenza economica, del desiderio di una famiglia da formare e poi mantenere, e dell’ansia di dover essere più bravi degli altri. Ne consegue che le abitudini di lavoro sono diventate una gabbia in cui perdersi e i confini etici che proteggono la vita privata sono andati via via affievolendosi”.

Anche Cristian Balducci, professore associato di Psicologia del lavoro dell’Università di Bologna, mette l’accento sul legame fra una richiesta di elevati standard lavorativi e il fenomeno del workaholism: “Richieste di lavoro cronicamente elevate spingono all’investimento aggiuntivo sul lavoro, rafforzando nella persona il legame mentale con esso e la difficoltà a staccare”. Secondo Balducci, è bene che il fenomeno vada affrontato in maniera sistematica perché “Le organizzazioni lavorative dovrebbero essere attente a non alimentare questo fenomeno nei propri lavoratori, cercando di prevenirlo per evitare un degradamento significativo delle condizioni di benessere delle risorse umane e della loro vitalità”.

Un fenomeno del genere non sembra però essere presente nel dibattito pubblico. Anzi, i giovani sono spesso tratteggiati in maniera opposta dalla realtà restituita dai dati. I nostri politici hanno apostrofato le nuove generazioni con una serie di epiteti discutibili come choosy, fannulloni, bamboccioni o sfigati. C’è chi – come l’ex ministro del Lavoro Giuliano Poletti – ha consigliato ai giovani di cercare lavoro giocando a calcetto con le persone giuste, al posto di inviare cv. Ma non è solo la ricerca del lavoro a preoccupare i millennial, visto che anche mantenere l’impiego sembra essere diventata un’impresa. Per questo i lavoratori si colpevolizzano, interiorizzano il dogma della produttività e, piuttosto che protestare contro pretese smisurate, preferiscono buttarsi anima e corpo nelle proprie occupazioni, fino a cadere vittima della patologia.

Ci si chiede che tipo di società si può costruire se i professionisti del domani – quei millennial che oggi iniziano a muovere i primi passi nel mondo del lavoro – vengono spremuti già nei loro primi anni di attività. Gli standard impossibili, il dogma della produttività a tutti i costi, la settimana lavorativa infinita e pressoché ininterrotta, non tolgono solo il sonno e corrompono la salute. La cosa più grave è che fiaccano nello spirito quei cittadini che dovrebbero proporre idee nuove o punti di vista inediti nello spazio pubblico. Allo stato attuale delle cose i giovani professionisti pensano solo a sopravvivere in un sistema che li vuole perennemente connessi, concentrati e al servizio del datore di lavoro. Se il lavoro continuerà a occupare ogni momento della vita quotidiana, erodendo la sfera privata e sociale, ci ritroveremo ad avere un unico sguardo sul mondo: quello che riserviamo allo schermo del pc mentre a tarda notte, con le occhiaie profonde e le arterie intasate di caffeina, rispondiamo all’ennesima mail.

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