Se i nostri lavori sembrano inutili non è solo perché lo sono ma perché ci fanno sentire come automi - THE VISION
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Mark descrive la maggior parte del suo lavoro come responsabile senior della qualità e delle performance in un consiglio comunale del Regno Unito come “spuntare caselle”. Il suo ruolo consisteva nel “fingere che tutto [andasse] bene con i dirigenti, e in generale ‘nutrire la bestia’ con numeri privi di significato che danno l’illusione di avere il controllo”, ha raccontato all’antropologo David Graeber, come riportato nel suo libro Bullshit Jobs del 2018. Un altro uomo, Hannibal, fu ancora più diretto. Impiegato in una società di consulenza digitale per il reparto marketing di una casa farmaceutica, definì il proprio lavoro “una totale, pura idiozia” che “non serve a nulla”. “Recentemente sono riuscito a farmi pagare circa dodicimila sterline per scrivere un report di due pagine per un cliente farmaceutico da presentare durante un incontro strategico globale”, ha detto. “Il report alla fine non è stato nemmeno utilizzato perché non sono riusciti ad arrivare a quel punto dell’ordine del giorno”.

Graeber parlò per la prima volta dei “lavori senza senso” in un suo saggio del 2013 diventato immediatamente virale: più di un milione di persone lo hanno letto, e degli attivisti hanno tappezzato i vagoni della metropolitana di Londra con sue citazioni. Nel libro successivo dedicato alla teoria dei “bullshit jobs”, Graeber ha ampliato il suo ragionamento, definendo un “lavoro di merda” come “una forma di impiego retribuito così completamente inutile, superflua o dannosa che persino chi lo svolge non riesce a giustificarne l’esistenza, pur sentendosi obbligato, per contratto, a fingere che non sia così”: una descrizione che, secondo lui, si applicava a più della metà dei lavori esistenti. Sebbene gli argomenti di Graeber abbiano avuto grande risonanza culturale, quando i ricercatori accademici hanno cercato di quantificare la reale diffusione dei “lavori insensati”, i dati ottenuti hanno spesso smentito le sue affermazioni. I risultati empirici indicavano infatti che relativamente poche persone considerano il proprio lavoro inutile, cosa che ha portato a una certa diffidenza sull’applicabilità reale del concetto di “bullshit jobs”.

Per esempio, un sondaggio YouGov del 2015 ha mostrato che il 37% degli adulti britannici riteneva che il proprio lavoro non contribuisse in modo significativo al mondo. Nel 2018, uno studio su 47 Paesi ha rilevato che l’8% dei lavoratori percepiva il proprio impiego come socialmente inutile, mentre il 17% aveva dei dubbi al riguardo. Poi, nel 2021, uno studio basato su dati raccolti da un’agenzia dell’Unione europea ha stimato che solo circa il 5% dei lavoratori considerava inutile il proprio ruolo. Gli autori di quest’ultimo studio hanno proposto che non fosse tanto la natura dell’impiego a renderlo inutile, quanto piuttosto le condizioni lavorative alienanti e le cattive relazioni sul luogo di lavoro. Tali risultati hanno spinto almeno qualcuno a sostenere che la teoria dei “bullshit jobs” fosse a sua volta una sciocchezza. Ma forse questa conclusione è affrettata. Pubblicato su Work, Employment and Society, una rivista della British Sociological Association, un nuovo studio suggerisce che, pur essendo l’alienazione un fattore importante, esistono davvero alcune professioni che le persone percepiscono come più inutili di altre – e queste coincidono con le categorie di bullshit jobs proposte da Graeber. Simon Walo, sociologo post-doc all’Università di Zurigo e autore della nuova ricerca, racconta di aver letto Bullshit Jobs mentre scriveva la tesi di laurea magistrale. “In quel periodo riflettevo molto sulla direzione della mia vita”, racconta. “Non sapevo bene cosa volessi fare, ma sentivo che doveva essere qualcosa di significativo”. Walo afferma di essere rimasto scioccato nello scoprire che così tante persone consideravano il proprio lavoro socialmente inutile.

Graeber ha identificato cinque categorie di lavori “senza senso”: i “flunkies” – i lacchè –, come assistenti amministrativi o receptionist, che hanno il compito di far sentire importanti i loro superiori o gli altri; i “goons” – i teppisti –, come lobbisti o telemarketer, impiegati per danneggiare o ingannare gli altri per conto del datore di lavoro; i “duct tapers” – i rattoppatori –, come il personale dell’assistenza clienti, che forniscono soluzioni temporanee a problemi strutturali; i “box tickers” – gli spunta caselle –, come Mark e Hannibal, che prodevano documenti e report inutili; e infine i “taskmasters” – i capisquadra –, manager che dicono agli altri cosa fare senza che loro facciano granché. Walo ha analizzato i dati del sondaggio American Working Conditions Survey del 2015, concentrandosi su tre categorie di Graeber che potevano essere collegate a professioni specifiche: i lacchè, i teppisti e i capi squadra. Il sondaggio copriva 21 professioni in totale, quattro delle quali Graeber avrebbe classificato come “bullshit jobs” – amministrazione, vendite, finanza e manager. Ai partecipanti veniva chiesto se ritenevano che il proprio lavoro contribuisse in modo significativo alla società o alla propria comunità. In base alle risposte, Walo ha stimato che il 19% degli statunitensi considerava il proprio lavoro “senza senso” e che, nella maggior parte dei casi, svolgere una delle professioni indicate da Graeber aumentasse significativamente la probabilità che una persona ritenesse il proprio lavoro socialmente inutile rispetto a chi svolgeva altri tipi di impieghi. L’unica eccezione era costituita dalle professioni legali, che non mostravano questo effetto.

I risultati differiscono leggermente da quelli degli studi del 2018 e del 2021, e ciò potrebbe dipendere da come viene posta la domanda sull’utilità del lavoro, spiega Robert Dur, professore di economia all’Erasmus University di Rotterdam e coautore dello studio del 2018. Nel paper di Walo, si chiedeva se il lavoro fosse utile per la società o la comunità; lo studio del 2021 chiedeva più genericamente se fosse utile, ma senza specificare “per chi”. In altre parole, Walo avrebbe usato uno standard più elevato per definire l’utilità. Magdalena Soffia, sociologa ricercatrice presso l’Institute for the Future of Work e coautrice della ricerca del 2021, afferma che, quando hanno ottenuto il risultato secondo cui solo il 5% delle persone considerava il proprio lavoro inutile, capì che il problema non si limitava a certe categorie di lavoro. Secondo lei, non si tratta di ruoli intrinsecamente inutili, ma della qualità complessiva dell’esperienza lavorativa. Questa comprende l’accesso a una buona gestione, l’autonomia e il controllo sul proprio lavoro, oltre alla possibilità di instaurare relazioni significative. Quando queste condizioni mancano, è più probabile che le persone percepiscano il proprio impiego come inutile. “Tendo a essere cauta nell’accettare che esistano ancora professioni intrinsecamente ‘senza senso’”, dice Soffia.

Anche Walo riconosce che la teoria di Graeber non spieghi tutto. Le persone possono pensare che il proprio lavoro sia inutile sia perché a volte lo è davvero, sia perché sono insoddisfatte delle condizioni lavorative – e spesso le due cose si sovrappongono. “Accetto tutti i risultati degli altri studi, penso siano molto validi,” aggiunge. “Ma oggi abbiamo molteplici spiegazioni per lo stesso fenomeno”. Fondamentalmente, quando Walo ha escluso l’influenza di fattori lavorativi più ampi, come l’alienazione, ha scoperto che esistono alcune professioni – in linea con le categorie di Graeber – che vengono percepite come più inutili di altre. Questo suggerisce che non è solo l’insoddisfazione o l’alienazione a farci percepire certi ruoli come inutili: a volte è proprio la natura intrinseca del lavoro a renderlo tale. Anche se i numeri non sono alti come quelli proposti inizialmente da Graeber, secondo Walo milioni di persone ritengono che la natura stessa del proprio impiego sia socialmente inutile. Graeber ammetteva che fosse difficile per chiunque determinare in modo universale cosa renda un lavoro “utile” o “necessario”. “Non può esistere una misura oggettiva del valore sociale,” scrive. Ma si può chiedere alle persone cosa pensano del proprio ruolo. “Non dobbiamo sottovalutare l’importanza delle credenze soggettive su quanto un impiego sia utile,” afferma Dur. Numerosi studi dimostrano che la percezione soggettiva dell’utilità del proprio lavoro influisce sulla motivazione e sulla soddisfazione. 

Man mano che la ricerca continua a indagare quantità e natura dei “bullshit jobs”, un dato resta costante: le persone che percepiscono il proprio lavoro come inutile tendono ad avere una salute mentale peggiore. “È un’associazione molto forte nei nostri dati”, dice Soffia. E questo conferma l’argomento di Graeber secondo cui gli impieghi “senza senso” esercitano una “profonda violenza psicologica” su chi li svolge. “Il danno morale e spirituale derivante da questa situazione è profondo”, scrive. “È una cicatrice sulla nostra anima collettiva”.

“Vista l’importanza per la salute mentale e il benessere psicologico, dobbiamo assolutamente capire la connessione tra la percezione di inutilità e il disagio mentale”, afferma Soffia. Secondo lei, la risposta non è semplicemente eliminare le categorie di lavoro giudicate inutili, ma sviluppare strumenti per valutare in modo efficace la qualità dei ruoli e permettere ai lavoratori di avere più voce nella definizione del proprio ambiente. Con l’avanzare dell’IA e il rischio che sostituisca alcuni impieghi, autonomia e qualità dell’esperienza lavorativa diventeranno più cruciali che mai. “Esistono molti modi per trovare significato nel lavoro. A mio parere, contribuire alla società è solo uno dei criteri con cui valutare il valore di ciò che facciamo”.

Se i lavori per diverse ragioni vengono percepiti come inutili allora ci possono essere più strade per migliorare la situazione. Per alcuni, potrebbe essere questione di alienazione o mancanza di autonomia. Ma, come scrive Walo nel suo paper, “se si considera che alcuni tipi di impiego siano intrinsecamente inutili, le implicazioni sono ben altre: bisognerebbe modificare il sistema economico e limitare le attività lavorative che hanno scarso o nullo valore per la società”. Graeber riteneva che i “bullshit jobs” spiegassero come mai le previsioni di John Maynard Keynes non si fossero avverate. Keynes pensava che, con l’aumento dell’efficienza tecnologica, le persone avrebbero lavorato sempre meno, fino a dover affrontare il problema di come occupare il proprio tempo libero. Questo non è mai accaduto, e quindi dovremo continuare a confrontarci con il senso del lavoro stesso. “La discussione oggi si trova a questo punto,” conclude Soffia. “È una sfida continua: dobbiamo capire come possiamo misurare, il più oggettivamente possibile, se un lavoro è utile o no”. Il duraturo successo della teoria dei “bullshit jobs” suggerisce che si tratti di una questione cruciale per molti, perché tocca domande fondamentali sul senso della vita. Come scrisse Graeber: “Come si può parlare di dignità del lavoro, quando si sente in cuor proprio che quel lavoro non dovrebbe esistere?”.


Questo articolo è stato tradotto da Psyche

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