150mila laureati e diplomati emigrati in 5 anni. Così l’Italia perde il suo futuro.

Questo giugno, mentre si chiudevano i portoni delle aule magne e iniziavano gli esami, il Qs World University Rankings del 2020 citava la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa tra i primi dieci centri di ricerca al mondo e il Politecnico di Milano come la migliore università italiana, 149esima nel ranking globale. A luglio la classifica Europe Teaching Rankings 2019 del Times Higher Education ha confermato cinque atenei italiani (il Politecnico di Milano, con le università di Bologna, Siena, Pisa e Pavia) tra i primi cento in Europa. Ma queste quotazioni  non devono illudere: se aumenta la reputazione di una manciata di università italiane, altre decine perdono finanziamenti, posizioni nei ranking internazionali e, di conseguenza, studenti. Nel 2019 l’Istat ha stimato che la fuga dei cervelli esplosa con la crisi del 2008 ha le dimensioni di una città più popolosa di Bologna: in dieci anni l’Italia ha perso circa 420 mila residenti. La metà di questi ha un’età compresa tra i 20 e i 34 anni, e per due terzi hanno un’istruzione medio-alta. Sempre secondo i rilevamenti dell’Istat, nell’esodo si sono persi più di 156 mila tra laureati (+33%) e diplomati (+42%) tra il 2013 e il 2017, con un tasso di crescita delle partenze che nel 2017 è aumentato del 4% rispetto al 2016.

Quasi la metà dei laureati intervistati per il report di AlmaLaurea del 2019 confessa di essere pronta a trasferirsi all’estero. Come si può intuire dalle percentuali sull’età e sui diplomati, il flusso che svuota l’Italia del suo futuro inizia sempre più spesso appena dopo il diploma. Anche i rettori italiani ammettono una contrazione delle iscrizioni negli atenei di oltre 40mila matricole tra il 2013 e il 2017, il 13% in meno. “Si parte per le specializzazioni, i master e i dottorati come ha fatto mia figlia, ma ormai anche per le lauree triennali”, conferma la giornalista e autrice di Ciao amore ciao. Storie di ragazzi con la valigia e di genitori a distanza, Assunta Sarlo, madre di due giovani expat. “Il fenomeno è sempre più precoce e indica che il meccanismo di ricambio generazionale si è totalmente inceppato. Tanti ragazzi hanno la sensazione che il Paese si disinteressi a loro, non li consideri come soggetti”. Questa diaspora ha origine soprattutto dalla disoccupazione nel Sud Italia, ma da lì i giovani partono ormai per il Nord dell’Europa e non dell’Italia. Il fenomeno, però, riguarda tutto il Paese, dato che la Lombardia spicca nelle statistiche come prima regione per numero di espatriati: da Milano, sede del Politecnico e dell’università Bocconi che attrae migliaia di stranieri, diversi millennial fanno le valigie per raggiungere le migliori facoltà della Gran Bretagna, dell’Olanda e della Germania.

Questa formazione internazionale a volte inizia già con un anno scolastico all’estero. Tra un campione di una decina di teenager che abbiamo contattato, in procinto di iniziare questa esperienza in Europa, negli Stati Uniti, in Asia e in Oceania, più della metà non si immagina in futuro con una famiglia e un lavoro in Italia. Giada, 16enne milanese, dopo l’anno in Australia e la maturità pensa di “studiare in America o comunque fuori”. Margherita, 17 anni anche lei del capoluogo lombardo, è “un po’ dispiaciuta a lasciare l’Italia per un anno nel Regno Unito”, ma anche dopo si “vede più all’estero”. Celeste, 16enne di Milano pronta a frequentare sei mesi di scuola a Sydney, è decisa come altri suoi coetanei “a non continuare una vita in Italia per le poche opportunità”.

Beate Lenzbauer, manager per l’Italia dell’organizzazione internazionale di scambi culturali e di soggiorni studio Sts, definisce questo trend “fuga dei cervelli ”; Basandosi sulla sua esperienza, Lenzbauer stima un “aumento del 300% circa di queste richieste nell’ultimo decennio. Un anno in un college inglese, con vitto e alloggio inclusi, costa tra gli 8 e i 10mila euro, a cui si deve aggiungere la retta annuale, che ammonta più o meno alla stessa cifra. Negli Stati Uniti la spesa può raddoppiare fino circa a 20mila euro, poco meno della retta di un anno nelle università americane meno prestigiose. “Sono cifre accessibili alle fasce borghesi agiate, non a tutti”, precisa Sarlo, “ma è anche vero che sta cambiando la mentalità dei genitori. Questi ragazzi vengono aiutati anche dai nonni. Si investe molto nei figli 18enni, nel timore altrimenti di trovarseli a 30 anni ancora in casa, precari”.

Ogni volta che un figlio parte è uno strappo per le famiglie, un sacrificio economico e affettivo. Ma ne va dell’indipendenza e della gratificazione dei giovani, ancor prima che delle loro legittime ambizioni di carriera. Per sostenere le spese a volte gli expat chiedono borse di studio o finanziamenti regionali, altri vincono grant nell’Unione Europea o ottengono prestiti d’onore, perché è un investimento di cui tutti riconoscono l’importanza. All’estero si imparano perfettamente le lingue, e nel mondo del lavoro i compensi sono nettamente superiori rispetto a quelli in Italia.

Sempre secondo l’ultimo report di AlmaLaurea, gli italiani trasferiti all’estero a cinque anni dal conseguimento della laurea guadagnano in media più di 2500 euro netti al mese, cioè il 61% in più di chi resta. Facendo carriera, possono guadagnare fino a sei volte tanto, anche come ricercatori. Per questo, nonostante gli incentivi fiscali degli ultimi governi per gli expat, il flusso è in larga parte di sola andata: la città fantasma di Bologna è stata analizzata dall’Istat al netto di partenze e arrivi, dato che il terzo degli emigrati che rientra in Italia è subito superato in negativo da altre migliaia di partenze. Solo un paio dei 14 dottorandi all’estero citati nel volume di Sarlo sono tornati, ma per ragioni personali. Quanto ai figli dell’autrice, Giacomo a 23 anni è stato assunto in uno studio video e fotografico di Londra dopo un breve periodo di prova; Costanza, 27enne, terminata la specializzazione in Inghilterra ha vinto un assegno di ricerca all’università di Amburgo.

Proprio il Nord Europa è un meta in crescita, anche per i numerosi espatriati che la raggiungono per lasciare il Regno Unito e le incertezze provocate dalla Brexit. Anche l’ultimo rapporto sui giovani dell’Istituto Toniolo ha confermato l’aumento di interesse per le università tedesche, olandesi e di altri Paesi dell’Europa settentrionale perché di livello egualmente molto alto e quasi sempre con un’offerta di lezioni in inglese, ma con il plus di fare parte dell’Unione e di avere rette più sostenibili degli atenei britannici. Non di rado sono gli stessi professori universitari a spingere i migliori studenti a partire, come successo anche per Costanza dopo la sua laurea a Pavia.

In Italia gli assegni di ricerca per i neo ricercatori – quando sono disponibili – valgono meno di 1000 euro netti al mese. Così dei circa 10mila dottori di ricerca formati ogni anno dallo Stato uno su otto lascia il Paese, percentuale che tra i fisici si impenna a uno su tre. È una sconfitta della collettività e una massiccia ipoteca sul futuro del Paese, riassunta dall’ex rettore dell’università di Bologna Ivano Dionigi con la metafora “del guscio vuoto”. Si calcola che allo Stato servano circa 250 milioni di euro l’anno per formare laureati e ricercatori.  Sommando anche gli anni delle scuole dell’obbligo, significa, buttare via il già risicato 4% del Pil (circa 67 miliardi di euro) nazionale destinato all’istruzione, secondo le stime Ocse. A questo danno immediato si aggiungono le ricadute a medio e a lungo termine di questa emorragia di talenti, che hanno ripercussioni sugli indotti economici e l’intero processo di innovazione del Paese.

In media un giovane ricercatore produce una ventina di brevetti: per le imprese italiane tutti questi potenziali brevetti depositati all’estero si traducono in miliardi di euro di ricavi persi, a causa della minore competitività nel mercato internazionale. Dove invece si va a caccia di menti italiane: ad esempio, lo Stato tedescosi avvale anche di centri di eccellenza come la Fondazione Bruno Kessler di Trento per portare avanti il processo di digitalizzazione. Anche nello studio sull’intelligenza artificiale della Camera di commercio italo-germanica (Ahk Italia) e di Deloitte del 2019 è esaltata la qualità delle pubblicazioni italiane, valutate ai massimi livelli dalla comunità scientifica internazionale.

Nonostante le difficoltà del sistema formativo italiano, i nostri studiosi e creativi restano tra i più quotati e versatili al mondo. All’ultimo Tedx di Varese sul tema dei talenti, l’esperto di mercato del lavoro Massimiliano Serati, della Liuc Business School (l’università degli industriali del varesotto affiliata a Harvard), ha stimato che ogni laureato “possa generare fino a 250 posti di lavoro”. “La conoscenza produce ricchezza, lo prova il fatto che i Paesi europei più dotati di capitale umano abbiano un’economia migliore”, ha affermato. Solo lo Stato e i governi italiani sembrano non rendersene conto. I giovani e le loro famiglie questo lo hanno capito molto bene e sempre di più lasciano l’Italia per farvi ritorno solo durante le vacanze.

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