"Kiki" Camarena venne torturato e ucciso dai narcos. Dopo 35 anni, il caso è riaperto.

Kiki Camarena è un agente della Dea statunitense, la neonata e bistrattata agenzia federale antidroga che fa capo al dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Kiki ha 37 anni ed è uno degli operativi più attivi nella regione messicana di Guadalajara. Si è spinto più in là degli altri, forse troppo. Durante i quattro anni di servizio in Messico si è concentrato sui grandi trafficanti di cocaina e marijuana del Paese e, grazie alle sue informazioni, 450 soldati dell’esercito messicano nel 1984 “trovano” e distruggono il Rancho Búfalo, un appezzamento di terra di più di mille ettari coltivato completamente a marijuana. Un danno per i trafficanti di otto miliardi di dollari l’anno.

Un anno dopo, il sette febbraio, Kiki viene rapito in pieno giorno da poliziotti corrotti. Subisce trenta ore di interrogatorio e tortura: percosse, scosse elettriche, fori nella carne viva con un trapano elettrico. Durante tutta l’operazione gli vengono somministrate anfetamine e altre droghe perché rimanga cosciente nonostante il dolore. Il corpo martoriato dell’agente viene ritrovato il sette marzo dello stesso anno durante un blitz in una fattoria appena fuori dalla città di Angostura, Stato di Sinaloa.

Il caso, archiviato da tempo, è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica grazie al romanzo di Don Winslow Il potere del cane, ma soprattutto grazie alla recente uscita della seconda stagione di Narcos: Messico su Netflix. Ancora più importanti sono state le nuove testimonianze che hanno permesso di portare le indagini interrotte su nuove piste.

Enrique “Kiki” Camarena

All’epoca l’omicidio è un segnale brutale da parte dei cartelli del narcotraffico messicani. Nessuno ha mai osato tanto prima. Dalla Colombia al Messico, gli agenti della Dea sono considerati intoccabili dai criminali. La reazione degli Stati Uniti a questa provocazione è violentissima: la Dea dà inizio all’Operación Leyenda per dare la caccia ai responsabili dell’omicidio. Finiscono in manette Miguel Angel Félix Gallardo – protagonista di Narcos: Messico, uno dei boss più potenti del Paese e mandante principale dell’omicidio – e gli altri due fondatori del cartello di Guadalajara Ernesto Fonseca “Neto” Carrillo e Rafael Caro Quintero. Ma gli arresti sono solo una parte dell’operazione: la Dea si spinge oltre i limiti legali di un’indagine extraterritoriale e fa rapire da un gruppo di mercenari Humberto Alvarez Machain, il presunto medico torturatore estradato poi negli Stati Uniti.

Un cavillo permette però il rilascio, nel 2013, di Rafael Caro Quintero. Il trafficante torna subito al contrabbando e al momento sulla sua testa pende una taglia di 20 milioni di dollari offerta da Washington. A sud del Rio Grande, oltre confine, la legge sembra contare davvero poco e, come altre storie messicane, quanto accaduto all’agente Camarena diventa sempre più nebuloso con il passare del tempo.

Ora il dipartimento di Giustizia statunitense ha ripreso in mano il caso, per l’ennesima volta. Tre ex funzionari di polizia messicani legati al gruppo di Quintero hanno sostenuto che un elemento della Dea e uno della Cia sapessero in precedenza del rapimento. “Nella stanza dell’interrogatorio, c’erano agenti della Cia e stavano addirittura conducendo l’interrogatorio, registrando Kiki, me lo hanno detto le autorità messicane”, è quanto testimoniato nel 2013 da Phil Jordan, ex direttore dell’Intelligence Center della Dea di stanza a El Paso. “Voglio tutta la verità,” è stata la reazione della moglie di Camarena, Mika. “A questo punto nulla mi può sorprendere”.

Humberto Alvarez

Si pensa che i servizi statunitensi abbiano voluto insabbiare la loro collaborazione con i trafficanti: all’epoca l’amministrazione Reagan cercava di armare illegalmente i ribelli (Contras) perché combattessero contro il governo socialista (il fronte sandinista) in Nicaragua, e lo faceva proprio tramite i membri dei cartelli. Per l’appoggio ai Contras, oltre che per altre attività illegali svolte contro il Nicaragua, gli Stati Uniti sono stati condannati nel 1986 dalla Corte internazionale di giustizia per “uso illegale della forza”.

Anche per questa triangolazione di operazioni, dal 2000, il Messico si ritrova alla mercé dei poteri criminali. La nascita dell’impero di Miguel Angel Félix Gallardo negli anni Ottanta segna solo l’inizio del decadimento del Paese: la sua successiva frammentazione ha causato anni di violenze e lotte tra fazioni criminali che continuano ancora oggi. Tutto ha avuto inizio con l’Operazione Trizo del 1976, un’enorme operazione antidroga con cui diecimila soldati federali messicani e agenti Dea hanno devastato l’intero stato di Sinaloa – fin dai primi anni del Novecento culla delle coltivazioni di oppio e marijuana destinati al mercato statunitense. La repressione, però, porta Félix Gallardo a decidere di unificare sotto il proprio controllo tutte le plazas importanti per il commercio con gli Stati Uniti. Da qui nascono figure come Joaquín “El Chapo” Guzmán Loera e altri futuri leader del narcotraffico.

Negli anni Ottanta e Novanta fioriscono anche gli accordi con i narcos colombiani, sempre più in competizione per le rotte aeree della coca dirette in Nord America. Così l’organizzazione di Félix Gallardo diventa una delle più ricche e potenti del mondo. Gli sceneggiatori di Narcos: Messico mostrano anche con insistenza come la sua leadership sia legata, o meglio subordinata, al potere politico.

Miguel Angel Felix Gallardo

Un esempio concreto è la figura di Juan Matta Ballesteros, noto criminale honduregno a libro paga della Cia. Ballesteros è un personaggio chiave per il raggiungimento del sodalizio tra Félix Gallardo e i cartelli colombiani e proprio colui che rende possibile il finanziamento dei Contras in Nicaragua con i proventi della nuova rotta della cocaina.

Gli affari del cartello sono protetti anche da un’agenzia governativa messicana, la Dirección Federal de Seguridad (Dfs), la stessa a cui appartenevano i poliziotti corrotti che hanno rapito Kiki. Da anni l’agenzia è uno strumento di annientamento del dissenso sconosciuto ai più e lavorava per conto del Pri (Partito Rivoluzionario Istituzionale). Quest’ultimo, rimasto al governo del Paese per 71 anni, ha formato quella che, nonostante la facciata democratica, lo scrittore peruviano premio Nobel per la Letteratura Mario Vargas Llosa definì dictadura perfecta. La Dfs, anziché combattere la criminalità organizzata come prevedeva il suo statuto, ha acquisito un ruolo di sovrintendenza sulla stessa, ricevendo in cambio finanziamenti di vario tipo.

Quella di Camarena è una fine tragica che cambia per sempre l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del narcotraffico. Dopo la sua morte, infatti, l’intero sistema politico-criminale messicano e il modello centralizzato del narcotraffico cominciano a vacillare a causa delle attività investigative e delle fortissime pressioni statunitensi nei confronti del governo di Ciudad de Mexico. Mai più un altro agente statunitense deve essere toccato: citando gli agenti Dea Stephen Murphy e Javier Peña nella prima stagione di Narcos, ambientata in Colombia, “Kiki era come Gesù Cristo per noi: era morto per salvarci”.

Mario Vargas Llosa

L’ascesa di Félix Gallardo e il sacrificio di Camarena sfociano nel tragico epilogo delle drug wars che insanguinano il Messico da 20 anni, con il costante rischio che queste attraversino i 3mila chilometri di confine con gli Stati Uniti – barriera descritta dall’economista Francisco Gonzalez come il “soft underbelly di Washington”, il suo tallone d’Achille. Episodi di violenza legati al traffico di droga e connessi ai cartelli messicani sono ancora in aumento nelle città del sud-ovest del Paese, da San Diego a Phoenix, da Las Vegas a Dallas, in una spirale di violenza lontana dalla sua fine. Come recita la voce narrante nelle prime battute di Narcos: Messico, “Voglio raccontarvi una storia. Ma sarò sincero: non finisce bene. Infatti, non finisce per niente”.

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