Il 39% degli italiani è ancora convinto che le donne possano impedire lo stupro "chiudendo le gambe" - THE VISION

Nelle legislazioni di tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite, la violenza sessuale viene condannata con pene severe e in diversi casi, come nel Regno Unito, anche con l’ergastolo. Eppure, nel corso del Diciannovesimo secolo e di gran parte del Ventesimo era opinione diffusa che per un uomo solo non fosse fisicamente possibile violentare una donna, nel pieno possesso delle sue facoltà, contro la sua volontà.    

Il “mito dello stupro” è stato ripreso e analizzato dalla storica inglese Joanna Bourke nel libro Stupro, in cui spiega come diversi scienziati e accademici autorevoli hanno sostenuto nel corso dei secoli la tesi dell’impossibilità fisiologica dello stupro. Bourke, per esempio, riporta alcune frasi di Horatio Storer – uno dei più illustri medici statunitensi della prima metà del Diciannovesimo secolo – riprese da uno dei suoi articoli scientifici in cui scriveva che “è quasi impossibile stuprare una donna che oppone resistenza”, per poi aggiungere, “è impossibile inguainare la spada in un fodero palpitante”. 

Joanna Bourke

Negli ultimi anni dell’Ottocento, stando a quello che riporta Bourke, la giurisprudenza medica statunitense confermava ancora la tesi dell’impossibilità dello stupro di  Storer. In uno dei manuali di medicina legale più utilizzati degli anni Novanta del 1800, i suoi autori intitolavano uno dei loro capitoli “è possibile violare una donna contro la sua volontà?”, per confrontarsi sul dibattito medico/legale riguardante l’esistenza stessa di uno stupro. Gli autori, oltre a considerare l’impossibilità di stuprare una donna – a patto che questa non fosse sotto effetti di droghe o altre sostanze alteranti –, cercavano anche di dare delle spiegazioni alternative a quelle prove che tipicamente confermano il tentato/avvenuto stupro. Per esempio, gli autori ritenevano che le lacerazioni ai genitali di una donna potessero avere una spiegazione diversa rispetto a quella della violenza sessuale: vulvite, cancrena o, addirittura, passeggiate a cavallo, potevano provocare lesioni simili a quelle causate da una violenza. 

Nella prima metà del Novecento, la violenza sessuale nei confronti di una donna veniva ancora vista come una leggenda, in primis negli ambienti accademici medico/legali. Nello studio dello statunitense Guernsey Williams – chirurgo della polizia – pubblicato nel 1913 sulla rivista International Clinics, l’autore, dopo aver studiato più di quattordicimila esami vaginali, sosteneva che “il semplice accavallamento delle ginocchia impedisce assolutamente la penetrazione”, concludendo che il corpo femminile fosse biologicamente progettato per resistere alle aggressioni sessuali, “prendendo in considerazione il tremendo potere dei muscoli pelvici e dei muscoli adduttori delle cosce”. 

Il mito dello stupro, nel corso del Novecento, non si limitava al solo piano teorico dei manuali di medicina e legge, ma influenzava nella quotidianità l’opinione di poliziotti, avvocati e medici che indagavano sui casi di violenza e si confrontavano con le vittime. Per esempio, nel manuale Practical Forensic Medicine. A Police-Surgeon’s Emergency Guide”, che serviva a istruire i nuovi aspiranti chirurghi riguardo all’analisi dei casi di violenza carnale, veniva scritto che “indubbiamente lo stupro era un fatto raro” e che, in quei pochi casi in cui si era potuta accertare la violenza sessuale, questa era sempre stata commessa non da un singolo, ma da un gruppo di uomini. 

Di fatto, gli aspiranti medici erano portati per formazione a dubitare della parola di una presunta vittima di violenza, data la bassa statistica di crimini di questo tipo effettivamente accaduti. Anche gli studenti di legge si formavano con manuali che respingevano la possibilità di accusare un uomo, preso singolarmente, di violenza sessuale. In questo caso si faceva leva sulla struttura anatomica femminile, che permetteva alle donne di respingere la penetrazione violenta dell’uomo senza eccessivi sforzi. Una convinzione così radicata che ancora nel manuale pubblicato nel 1973 Crimes of violence: rape and other sex crimes, gli autori sostenevano che “la donna media era ben dotata per frapporre ostacoli efficaci alla penetrazione con le braccia, gli arti e i muscoli pelvici. In realtà molti autori di testi medici sostengono che malgrado l’abituale sproporzione di forze tra uomini e donne questi ostacoli sono praticamente insormontabili”. 

La deduzione logica di avvocati e medici è stata per quasi due secoli che  qualunque penetrazione compiuta da un solo uomo doveva essere considerata sempre consensuale. Il mito dello stupro, legittimato dalle opinioni e dagli studi di numerosi esperti, andava così a minare la credibilità, negli ambulatori della polizia e nei tribunali, di ogni donna vittima di violenza sessuale che fosse in cerca di aiuto e giustizia.   

Tuttavia, non tutte le donne potevano resistere ai predatori sessuali. Stando al parere di J. Dixon Mann – celebre medico forense britannico vissuto nella seconda metà dell’Ottocento – “le fanciulle educate con maggior delicatezza potrebbero essere così sconvolte da una inusitata violenza che le loro facoltà risulterebbero forse parzialmente paralizzate e le loro capacità di resistenza parimenti indebolite”. Mann fa riferimento alle donne delle classi più agiate, educate con rigore vittoriano al pudore e alla sessuofobia più estrema e quindi predisposte a un forte shock di fronte a una violenza. Per esclusione, l’unico tipo di donna che non poteva essere violentata era quella di estrazione contadina o operaia, come chiarisce lo stesso Mann: “le donne delle classi inferiori sono abituate a rozzi giochi con individui del proprio e dell’altro sesso, e quindi hanno acquisito l’abito di difendersi dalla violenza scherzosa”. Perciò – concludeva l’autore – la loro capacità di difesa le metteva in grado di vanificare gli abusi di qualsiasi violentatore. 

Seguendo il parere di Joanna Bourke, per le donne violentate delle classi più umili era impossibile sostenere di essere vittime di stupro. Nei rari casi in cui queste decidevano di denunciare gli abusi subiti, venivano accusate a loro volta di aver diffamato l’aggressore. Il mito dello stupro condannava queste donne a una condizione impossibile: “Da una parte, poiché si pensava che la resistenza avesse sempre successo, non potevano mai sostenere di essere state stuprate. Dall’altra, il fatto stesso di aver opposto resistenza era usato come prova della loro promiscuità”. 

Negli ultimi decenni del Ventesimo secolo, stando allo studio di Bourke, l’impossibilità fisiologica dello stupro nei confronti di una donna è stata riconosciuta come falsa dalla stragrande maggioranza della comunità scientifica e legale. Tuttavia, spiega Bourke, il mito dello stupro rimane ancora radicato nella cultura di diversi popoli. In Italia, secondo il sondaggio Istat del 2018 Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale, il 39,3% degli intervistati “ritiene che una donna è in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole”. Un’opinione dal 2006 al 2014 ha creato il retroterra culturale per cui 652mila donne hanno subito uno stupro e 746mila un tentato stupro. 

L’ultimo studio Istat in materia, del 2014, denuncia inoltre che la violenza sessuale sulle donne, in Italia, è ancora un fenomeno sommerso; fra tutte vittime di stupro di sesso femminile, quelle che non parlano con nessuno degli abusi subiti sono il 28,1% nel caso di violenze commesse da partner e il 25,5% per quelle commesse da non partner. Una delle motivazioni ricorrenti per la mancata denuncia  è proprio il timore di non essere credute. Una forma di violenza che continua anche quando quella fisica è terminata, costringendo le vittime a riviverla ogni volta che chi dovrebbe assicurare loro aiuto e giustizia finisce per dubitare di loro. Per questo, se vogliamo davvero combattere la violenza contro le donne dobbiamo prima di tutto liberarci di teorie pseudo scientifiche che rovinano la loro vita da quasi due secoli.

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