Siamo un Paese di rabbiosi. E se non interveniamo l'odio ci distruggerà.

Siamo un Paese di rabbiosi. Da quando ci alziamo la mattina a quando andiamo a letto la sera la rabbia permea potenzialmente ogni aspetto della nostra giornata. I crimini d’odio nel nostro Paese hanno subìto un aumento esponenziale: dal 2013 al 2017 i casi sono raddoppiati, e la statistica tiene conto solo dei reati segnalati. Non soltanto gli episodi di cronaca sono in aumento – si pensi negli ultimi giorni alle continue minacce ricevute dalla senatrice Liliana Segre cui il procuratore ha ora assegnato una scorta, o ai fischi razzisti a Balotelli  è proprio la nostra vita quotidiana a confermarlo.

Basta ricostruire una giornata tipo e dare un’occhiata alle statistiche per rendersi davvero conto di quanto il fenomeno sia radicalizzato. Si comincia al mattino: suona la sveglia, la si spegne, si aprono gli occhi e si prende il telefono. Sui social network si connettono, in Italia, mensilmente circa 35 milioni di utenti, di questi circa 4,5 milioni lo fanno come primo gesto quando si svegliano. La media italiana di uso dei social è di sei ore al giorno, questo vuol dire che i post, per una grossa fetta degli italiani, fanno da rumore di fondo costante della propria giornata. E tra la foto del gattino e l’ultimo video dello youtuber di turno si è vittime, o autori, di continui messaggi d’odio. Perché se da una parte gli haters utilizzano il mondo virtuale  come valvola di sfogo per mostrare il peggio di sé, dall’altra anche chi non posta commenti crudeli si trova comunque bersagliato da notizie, più o meno vere, pensate proprio per alimentare la rabbia in chi legge. In questa caccia alle streghe ci sono poi dei bersagli preferiti. Vox (Osservatorio italiano sui diritti) ha stilato una mappa dell’odio, costruita prendendo in esame più di 200.000 tweet. In cima alla classifica delle categorie più odiate ci sono stranieri e rom, fenomeno legato anche alla crescita di un certo tipo di campagna politica; stabile la misoginia, in crescita l’antisemitismo e l’anti-islamismo. Costante e ben radicato in tutto lo Stivale l’odio verso i disabili, leggermente in calo l’omofobia, anche se il fenomeno rimane molto radicato nelle grandi città. Chi rientra in queste categorie sa già che, fin dal mattino, dovrà scansare più frecciatine e battute rabbiose (quando va bene) di tutti gli altri.

Dopo la sveglia e la colazione di corsa in macchina. Il traffico è un catalizzatore di rancore tale che gli studiosi hanno dato al fenomeno un nome specifico, road rage. Secondo studi internazionali il 50% di chi guida è stato coinvolto in almeno un episodio di rabbia al volante, e di questi il 70% è consapevole di avere torto, ma giustifica la sua reazione per nervosismo o cattivo umore (solo il 14% di questi, secondo lo studio, ammette l’errore). L’auto è un veicolo di sfogo perfetto: due colpi di clacson, via di abbaglianti, molti insulti dietro al finestrino chiuso, e se l’altro si avvicina in qualche modo si può sgommare via il più in fretta possibile. In pochissimi casi la situazione degenera, l’involucro protettivo della vettura chiusa agisce come lo schermo del computer, dà la sensazione di potersi sfogare in un ambiente protetto.

Poi si arriva sul posto di lavoro, luogo che per alcuni è un vero e proprio incubo. Su 21 milioni di occupati, 1,5 milioni sono vessati da atti di mobbing (di questi il 70% lavora nella pubblica amministrazione, il 65% è nel nord Italia e nel 52% di casi si tratta di donne), situazione che molto raramente viene denunciata. Si calcola che nell’Unione Europea il fenomeno coinvolga 12 milioni di persone. Per paura di perdere il posto di lavoro, o di veder peggiorare la propria situazione, spesso la vittima tollera fenomeni di violenza psicologica o di persecuzione da parte di colleghi o datori di lavoro.

Non va molto meglio a bambini e adolescenti, che tra le mura scolastiche spesso si devono confrontare con i bulli. Sul tema i dati Istat sono davvero impressionanti: è vittima di bullismo un teenager su due, in particolare nell’età compresa tra gli undici e i diciassette anni. In quattro casi su cento gli insulti si trasformano in violenza, con percosse e aggressioni. Si passa da offese e insulti (12,1% dei casi) a battute sull’aspetto fisico (6,3%), episodi di diffamazione (5,1%), esclusione per le opinioni (4,7%) e violenza fisica (3,8%). Poi si torna in famiglia e la situazione non sempre migliora, in particolare per le donne. Secondo una recente pubblicazione dell’Istat, nel 2017 si sono rivolte ai centri antiviolenza 43.467 donne (circa 15 ogni 10.000). Il 70% ha subito almeno una forma di violenza nella sua vita. Non si salva neanche l’intimità di coppia, perché, una volta finita la relazione, qualche scatto provocante inviato, ai tempi, in buona fede può essere reso pubblico per vendetta da un ex rancoroso: si chiama revenge porn e solo nel 2018 i casi segnalati sono stati 940, e a quanto pare almeno la metà delle vittime preferisce il silenzio, non denunciando il fatto. Anche qui la maggior parte delle vittime sono donne, anche molto giovani. Inoltre, sempre stando ai dati, queste hanno una vita più difficile anche fuori di casa, e hanno statisticamente più probabilità di essere vittime di insulti di genere, post offensivi, mobbing e bullismo. In casa a volte il clima di violenza e rabbia colpisce anche i minori: nel 2018 sono stati registrati quasi 6.000 reati, con un incremento del 3% rispetto all’anno precedente; anche in questo caso più della metà delle vittime è femmina. In 10 anni i casi di maltrattamenti in famiglia sono aumentati del 43%.

E dopo una settimana così cosa c’è di meglio di una domenica dedicata allo sport? La questione relativa alla violenza negli stadi non riguarda solo i fischi razzisti. Gli ultras sono una vera e propria forza, capace di tenere sotto scacco società milionarie (basti vedere il caso di cronaca recente che ha coinvolto la Juventus), fino ad arrivare a terrorizzare in alcuni casi gli spettatori, bloccare una partita o far sfociare una trasferta in episodi di “guerriglia armata”. Secondo un censimento del Viminale sarebbero 40.000 gli appartenenti a circa 400 differenti gruppi ultrà, 141 dei quali di chiara connotazione politica: nella maggior parte una destra più o meno estrema. La simpatia per i gruppi neonazisti, già precedentemente riscontrata nell’analisi del 2015, è equamente distribuita per tutto il Paese e coinvolge buona parte delle principali società sportive italiane.

l’Italia non è ovviamente la sola che si ritrova in questa situazione, questi fenomeni diversi, ma che affondano le radici nello stesso odio, sono ormai diventati di portata globale. Le cause sono tante. L’instabilità, dovuta alla crisi economica e alle difficoltà del mercato del lavoro, aumenta l’ansia nel futuro. Una politica che parla più alla pancia che alla testa delle persone esaspera le risposte emotive; la velocità con cui cambiano i sistemi globali cui siamo abituati disorienta. Il vivere in un ambiente sovraffollato come quello della città aumenta esponenzialmente il livello di stress. Eppure non si può parlare solo di fattori esterni. Esiste un’insoddisfazione di fondo, legata alla sensazione di non riuscire a essere quello che si potrebbe essere e non riuscire a colmare i propri bisogni. Su questo punto non aiutano certo gli input che arrivano dalla società, dall’incessante martellamento pubblicitario e dai social, che premono per creare insoddisfazione e necessità per farci acquistare beni, sostenendo l’idea che ottenendoli si possa raggiungere effettivamente un diverso status quo. O si ha la forza per far maturare il proprio valore e migliorarsi, a prescindere dal risultato, sapendo che non è detto che il mondo lo riconosca e quindi ci premi per questo,  o ci si convince di poter essere felici ottenendo cose che non ci si può permettere.

In una situazione globale critica, in una realtà quotidiana vissuta in uno spazio sovraffollato che fa sentire in una scatola di sardine, istigati all’odio da politici e media, le persone si sentono frustrate perché non riescono a soddisfare quelli che ritengono essere i loro bisogni e non riescono a realizzarsi secondo lo schema sociale che le vuole costantemente al top. Questa perenne insoddisfazione e frustrazione genera rabbia, che monta sempre di più fino a dover trovare una valvola di sfogo, un capro espiatorio, che diventi responsabile dei loro fallimenti e dei loro limiti, invece di fare i conti con coraggio e autocritica con la propria realtà. Proprio per questo la vittima deve essere: più debole, in modo da non potersi difendere e da dare al suo carnefice la sensazione di forza e potere perverso che desidera. Ma la realtà è che sgozzare il capro non serve mai a risolvere i problemi, sociali o individuali che siano, proprio perché il capro non ne è la vera causa, è solo un diversivo. La rabbia non fa male solo alle vittime, ma logora anche i carnefici, il tutto senza portare a una soluzione.

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