In Italia quando non sai cosa fare fai una commissione

Creare una commissione può fornire numerosi vantaggi importanti, soprattutto quando si è a corto di idee. Per prima cosa permette di prendere tempo, senza però sembrare immobili. Quando i provvedimenti definitivi e risolutivi tardano ad arrivare, ci si può facilmente scusare ricordando che i tempi della ricerca scientifica sono lunghi. E in secondo luogo permette di rifornire la stampa nazionale. Subito dopo la composizione di una nuova commissione, i giornalisti si concentrano infatti sui suoi membri. Forniscono tutti i dettagli della loro carriera, dall’università ai premi ricevuti, passando per eventuali dettagli famigliari, e usano le loro dichiarazioni per elaborare previsioni sulle future mosse del governo. Dirottare la stampa sugli esperti diminuisce la pressione sulla politica, alla quale non viene più richiesto il continuo dialogo con il cittadino: la task force elabora ipotesi, mentre chi governa si occupa delle decisioni ultime. In generale, la collaborazione con la scienza porta spesso a deresponsabilizzare la politica. Tralasciando questo caso specifico che più che le scelte riguarda la gestione, quando le decisioni prese si rivelano impopolari, il gruppo indefinito degli esperti diventa in automatico il capro espiatorio. Ne sono un chiaro esempio le accuse dei sovranisti rivolte agli organi tecnico-scientifici dell’Unione europea, come la Bce.

Anche nell’attuale situazione di emergenza, la politica sta già usando gli esperti come capri espiatori. Un caso è quello delle giustificazioni avanzate nei giorni scorsi dalla Regione Lombardia di fronte all’accusa di aver fatto, e di fare ancora, pochi tamponi. Sia Fontana che Gallera, infatti, continuano a ripetere di aver basato la loro linea d’azione sulle indicazioni dell’Oms e su quelle del comitato tecnico-scientifico nazionale. Non basta però avere una laurea o un dottorato per sapere quale sia la cosa migliore da fare, così come possedere le stesse competenze non significa avere necessariamente anche la stessa opinione e quindi elaborare le stesse direttive, né tanto meno l’analisi approfondita di un tema impedisce di cambiare poi idea nel corso del tempo. La varietà dei pareri interni alla comunità scientifica, a volte in netta contrapposizione, avvantaggia la deresponsabilizzazione del politico.

Attilio Fontana

Il neopositivismo in cui siamo immersi ha moltiplicato gli interventi degli esperti nella politica italiana degli ultimi anni. Per affrontare l’attuale emergenza sanitaria ed economica, l’esecutivo ha formato ben 15 task force. Non tutte si occupano del virus in senso stretto, la maggior parte si assume il compito di elaborare progetti di stretta competenza politica. Non è la prima volta che i palazzi del potere usano in questo modo le commissioni. Ne è massimo esempio la chiamata in causa di esperti come giuristi e politologi per la risoluzione delle crisi istituzionali. Non dobbiamo andare troppo indietro nel tempo per ricordare la task force dei “10 saggi”, nominata dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Era infatti il 2013 quando il governo Letta saliva al potere dopo la mancata fiducia del Senato a Bersani. Nella fase di crisi, Napolitano chiese il parere di un gruppo di esperti dalle varie competenze. Dopo le elezioni del marzo 2018 Luigi di Maio, vincitore, affidò poi a un gruppo di esperti il compito di analizzare quale fosse l’alleato più compatibile tra Pd e Lega. Ma possiamo considerare parte di questa tendenza anche i governi tecnici, come quello dell’economista Mario Monti. E proprio l’ex premier, che in Italia viene considerato a tutti gli effetti il massimo rappresentante della tecnocrazia, in una recente intervista ha paradossalmente lamentato l’eccessiva dipendenza della politica dalla tecnica.

Le task force istituite per gestire l’epidemia e per immaginare il Paese del futuro coinvolgono in totale 450 esperti. E proprio in questi giorni è emerso un problema non da poco, ovvero il bassissimo numero di esperte entrate a far parte di questi comitati scientifici. Nella commissione per la Fase 2 guidata da Vittorio Colao la quota rosa è infatti sotto il parametro del 30% stabilito per legge. Dopo il reclamo di un gruppo di senatrici si sta procedendo con l’aggiunta di almeno 2 donne. Fin dai primi giorni dell’emergenza sanitaria, inoltre, non c’è stata alcuna trasparenza nei criteri di nomina dei componenti delle task force. L’accusa rivolta inizialmente al governo è stata subito dirottata sui vari capi delle commissioni scientifiche, che avevano la responsabilità di formare i gruppi. Giuseppe Conte, in una nota, ha annunciato infatti che si sarebbe rivolto a Colao, Borrelli e ai vari ministri per invitarli a integrare i propri team figure femminili al fine di raggiungere una parità di genere.

Vittorio Colao

La prima task force è entrata in azione il 22 gennaio ed è composta da 8 personalità di spicco del mondo sanitario. Nel documento che la istituisce si legge che il suo compito è quello di coordinare le risposte al virus. Il 5 febbraio tramite decreto si è data poi vita al Comitato tecnico-scientifico, il quale ha poi cambiato la sua composizione con un’ordinanza della Protezione civile del 18 aprile. Borrelli ha giustificato le nuove assunzioni riferendosi all’imminente ripresa di molte attività produttive, che avrebbe reso necessario uno sforzo maggiore del comitato per valutare e prevenire le nuove occasioni di contagio. Anche qui troviamo, come nella prima task force, componenti dell’Istituto nazionale di sanità, medici dell’ospedale Spallanzani, virologi e immunologi. Il totale è arrivato a 15 membri fissi, a cui di volta in volta si affiancano ulteriori esperti. Oltre a questi organi più strettamente scientifici, le restanti commissioni speciali vanno a coprire quasi ogni ministero.

Il ministro dell’Istruzione è poi coadiuvato da due diverse task force. La prima di queste esisteva già ed è stata riadattata per affrontare la chiusura degli istituti causata dalla COVID-19, arrivando a contare 100 esperti. Un numero alto, ma a quanto pare ancora insufficiente. Azzolina ha infatti richiesto un’ulteriore commissione di 15 membri, incaricata di proporre un disegno di scuola adatto alla riapertura di settembre. Nonostante l’imponente aiuto, il Miur continua a non avere un piano chiaro. Il Dpcm del 26 aprile ha confermato che la didattica infatti continuerà a distanza per tutti. La prova di maturità si terrà in presenza, ma la modalità è ancora incerta, e per quanto riguarda gli esami universitari invece saranno i singoli rettori a scegliere come affrontare la situazione. La scarsa organizzazione se confrontata a quella del resto d’Europa appare grottesca. In Germania la data ufficiale del ritorno a scuola è il 4 maggio, ma in diversi Lander si è anticipato il rientro degli studenti più grandi, con aule organizzate e personale addetto alla sanificazione degli spazi. In Italia invece si continua con le videolezioni, spesso poco efficienti sia per la mancata formazione dei docenti sia per lo scarso livello di digitalizzazione delle famiglie, e ancora non si hanno idee su come sarà gestita la ripartenza di settembre, anche se un’enorme commissione ci lavora ormai da settimane.

Lucia Azzolina

Ma i gruppi di esperti non si fermano qui. Anche la ministra dell’Innovazione ha nominato 76 esperti per una task force sull’analisi dei dati relativi all’impatto dell’emergenza sul Paese, e il ministro dell’Ambiente, a gennaio, ha formato un gruppo di lavoro per la finanza composto da 9 membri. Il ministro della Giustizia ha chiamato 20 esperti in materie giuridiche, che lavorano in 3 gruppi distinti. In 40 sono stati nominati per affrontare l’emergenza delle carceri, e altri 35 per il problema della liquidità del sistema bancario. Il 20 marzo, Arcuri è stato nominato Commissario straordinario per il potenziamento delle infrastrutture ospedaliere, e a suo supporto è stata istituita un’ulteriore commissione di 13 esperti. I primi di aprile è nata poi la contestata task force contro le fake news sul virus, comprendente 11 membri. E in tutto questo periodo il dialogo tra governo ed enti locali, così come quello tra governo, enti locali e parti sociali, è stato gestito da due cabine di regia, composte da rispettivamente 8 e oltre 40 membri. L’ultima, in ordine cronologico, è stata la task force presieduta da Vittorio Colao, ex Ceo di Vodafone, incaricata di avanzare proposte per la Fase 2. Analisi, statistiche e suggerimenti competenti non sono quindi mancati, eppure le decisioni ultime sono state spesso deludenti o parziali.

Agli esperti non è dato alcun potere decisionale, il loro compito è infatti solo quello di fare da consiglieri per la politica. La loro chiamata in causa, però, ha assunto una rilevanza maggiore negli ultimi anni. Mentre le decisioni da prendere sono diventate sempre più complesse, perché i fattori di cui tener conto si sono moltiplicati, i nostri politici sono diventati sempre meno competenti. Nonostante il governo Conte II sia coadiuvato da 15 task force e abbia quindi a sua disposizione tutte le informazioni necessarie per agire, le sue azioni sono state in gran parte discutibili. Allo stesso modo lo sono state quelle dell’amministrazione lombarda, poco importa se poi siano state conformi o meno al parere di qualche esperto. Infatti, anche se il dialogo con gli specialisti rimane indispensabile, specie nelle situazioni di crisi come quella attuale, bisogna ricordare che è pur sempre la politica ad avere il ruolo decisionale. Perché il politico è colui che dopo aver raccolto tutte le informazioni necessarie, le elabora per ottenere la decisione che dovrebbe portare al risultato migliore. Ma deve avere una competenza strutturata per poterlo fare. La necessità di collaborare con i tecnici, nata dalla maggior complessità della realtà da amministrare, ha anche introdotto il problema del rapporto con l’opinione pubblica. Davanti a una realtà tanto complessa, sembra essere emersa l’esigenza di semplificare per far comprendere alla popolazione cosa stava succedendo. I leader populisti non si sono fatti sfuggire questa occasione per divulgare narrazioni non semplificate ma semplicistiche, strumentalizzando la situazione di emergenza ed esaltando il principio della sovranità popolare, invitando a diffidare dei tecnici. Gli esperti, infatti, in questi casi rischiano di essere identificati come “nemico” sociale, in quanto non eletti ma politicizzati.

Alfonso Bonafede

Il filosofo e sociologo tedesco Jürgen Habermas ritiene che sia proprio la tecnocrazia ad aver influenzato in maniera negativa il rapporto delle istituzioni con i cittadini. Questo avrebbe avvantaggiato le forze populiste e sovraniste che in molti Paesi hanno finito per trasformarsi in reali minacce alla democrazia. Per di più, questi governi sovranisti, sebbene costruiscano narrazioni semplici e seducenti, in ultima istanza necessitano comunque dell’aiuto delle figure tecniche. La collaborazione tra tecnica e politica è necessaria per prendere scelte ponderate, ma il soccorso degli esperti non può giustificare le inadeguatezze della classe dirigente. Le decisioni, di solito, restano infatti intrappolate in una sorta di limbo, un presente apparentemente immutabile e strettamente dipendente dalle regole dell’economia politica. La crisi sanitaria che ci troviamo a vivere oggi ha messo chiaramente in luce la necessità per i nostri rappresentati politici di essere in possesso della capacità di riuscire a discernere all’interno di una realtà stratificata, che come dimostrano i fatti nel tempo non farà che presentare problematiche sempre più complesse e inedite, ecologiche, economiche, sanitarie e non solo.

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