Israele ha deciso di non essere più una democrazia

Lo scorso 18 luglio la Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato la controversa legge sullo “Stato-nazione ebraico”, la quale definisce Israele come lo Stato del popolo ebraico, sancendo una frattura, anche a livello costituzionale, con le componenti arabe del Paese. La legge, passata con 62 voti favorevoli e 55 contrari (tutti provenienti dalla rappresentanza araba) ha conseguenze immediate sulla popolazione arabo-palestinese.

La direttiva, infatti, ribadisce che la capitale di Israele è Gerusalemme, ignorando nuovamente (dopo la legge del 1980, mai riconosciuta dall’Onu) l’annosa questione ancora in corso che vede contrapposti lo stato ebraico e l’Autorità palestinese, che rivendica invece come propria capitale la parte est della città. La lingua araba viene declassata a lingua “a statuto speciale”, e viene quindi istituita una sorta di gerarchia culturale che pone la cultura ebraica in posizione di superiorità. Inoltre, la nuova definizione di Stato ebraico segna un importante allontanamento dalla risoluzione dei trattati di pace per i territori contesi, perché legalizza gli insediamenti ebraici esistenti sul territorio e ribadisce la necessità di costruirne di nuovi. Una direzione di stampo colonialista già emersa a febbraio,  quando la Knesset  ha legalizzato quattromila insediamenti israeliani in Cisgiordania. In passato operazioni del genere sono state definite dagli ambienti palestinesi “leggi che permettono la rapina e il saccheggio”.

La definizione di Israele come Stato-nazione del popolo ebraico, non può azzerare la diversità etnica e culturale che da sempre contraddistingue la sua società, che vive, fin dalla sua costituzione, di identità plurime e coesistenti. I soli ebrei si dividono in ashkenaziti, provenienti dall’est Europa, sefarditi, originari della Spagna e mizrahim, di etnia araba. La componente arabo-palestinese a sua volta, ha al suo interno una miriade di gruppi religiosi e culturali, tra cui l’importante comunità beduina. Vi sono poi la minoranza cristiana e drusa, un gruppo religioso sciita originatosi da uno scisma islamico nell’XI secolo. Senza dimenticare i russi immigrati dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli armeni e i circassi.

Non stupisce allora che il provvedimento abbia suscitato numerose proteste: pochi giorni fa si è svolta nel cuore di Tel Aviv la più grande lezione di lingua araba del mondo, una manifestazione promossa da varie associazioni umanitarie e a cui hanno aderito in migliaia per tutelare la componente araba in Israele, che costituisce il 20% della popolazione. A schierarsi contro la decisione della Knesset è anche il Patriarcato Latino di Gerusalemme – il dicastero della Chiesa cattolica in terra ebraica – secondo cui la legge è discriminatoria, perché contravviene alla Risoluzione 181 dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, così come alla Dichiarazione di Indipendenza dello stesso Israele.” Nella Risoluzione 181 la Palestina è divisa in due Stati, quello israeliano e quello arabo, e indica in Gerusalemme una regione a statuto speciale sotto l’egida dell’Onu. Lo scontento della Chiesa cattolica è stato espresso anche dal cardinale libanese Bechara Rai, che pochi giorni fa ha dichiarato che “I cittadini cristiani di Israele hanno la stessa preoccupazione di ogni altra comunità non-ebraica nei confronti di questa legge.” 

Il cardinale Bechara Rai (al centro)

Il provvedimento ha riacceso lo scontro anche tra Netanyahu e il leader turco Recep Tayyip Erdogan, che ha paragonato il Primo ministro israeliano ad Adolf Hitler. “La nazione ebraica,” ha tuonato, “Ha passato in Parlamento una legge che mostra le reali intenzioni del Paese e legittima così tutte le azioni illegali e le oppressioni. Non c’è differenza fra l’ossessione di Hitler per la razza ariana e la mentalità di Israele.” Netanyahu ha risposto accusandolo di essere “Uno che compie massacri in Siria e fra i curdi, chiude in carcere decine di migliaia di suoi cittadini,” e che ha trasformato la Turchia in una “dittatura oscurantista.” “Il fatto che un gran ‘democratico’ del genere attacchi la nostra Legge sulla Nazione,” ha dichiarato Netanyahu, “è il complimento migliore per questa legge.” Dichiarazioni pesanti, che aggiungono tensione a un clima già di per sé tutt’altro che disteso.

Benjamin Netanyahu
Recep Tayyip Erdogan

Non sono mancate nemmeno le contestazioni all’interno di Israele stesso: centinaia di artisti, scrittori e intellettuali – tra cui anche David Grossman, Amos Oz, Abraham Yehoshua, Eshkol Nevo, Etgar Keret e Orly Castel-Bloom – hanno lanciato una petizione contro le politiche di Netanyahu per chiedere “L’immediata abolizione della legge dello Stato-nazione, che crea una frattura tra la società israeliana e l’ebraismo americano, discrimina gli arabi, i drusi e i beduini e mina la convivenza della maggioranza ebraica in Israele con le sue minoranze.” Si è allineata a queste posizioni anche la comunità LGBTQ+, che il 23 luglio ha organizzato una manifestazione nella piazza Rabin di Tel Aviv raccogliendo circa centomila persone. Anche alcuni tra gli alleati storici del governo hanno espresso il loro dissenso nei confronti della legge. Secondo Amichai Ami Ayalon, a capo dei servizi segreti nazionali tra il 1995 e il 2000 (ovvero durante il primo mandato di Netanyahu), “Ciò che facciamo a Gaza o in Cisgiordania, è ingiusto, perché mira a negare ai palestinesi ciò per cui noi stessi abbiamo combattuto, ovvero il diritto all’autodefinizione e all’autodeterminazione.” Aggiunge inoltre che, con queste politiche “Netanyahu ha vinto, Israele ha perso.”

David Grossman
Orly Castel-Bloom

D’altronde le politiche del governo israeliano non sono dure solo nei confronti delle minoranze interne al suo territorio, ma anche verso le centinaia di richiedenti asilo che Netanyahu aveva definito “infiltrati in cerca di lavoro.” E non ci è andato leggero nemmeno con i minori, come dimostra il caso di Ahed Tamimi. Nel dicembre 2017 Tamimi, allora diciassettenne, viene arrestata a causa di un video diventato virale in cui si vede la ragazza che schiaffeggia un soldato israeliano in reazione alla notizia del ferimento del cugino da parte di un proiettile israeliano durante uno sgombero. Nonostante la giovane età, la ragazza è stata arrestata e processata per dodici capi d’accusa, fra cui il reato ideologico. In questo caso la linea dura dell’amministrazione israeliana – sintetizzata dalle dichiarazioni del ministro dell’Educazione Naftali Bennet, che ha paventato la possibilità d’incarcerare Tamimi per la vita – non ha pagato: la ragazza è diventata simbolo della resistenza palestinese. Dopo otto mesi di detenzione la giovane è stata rilasciata e, pur mostrandosi provata dal periodo passato in carcere, ha voluto lanciare un messaggio al popolo palestinese, incoraggiandolo alla resistenza contro l’occupazione.

Capi di Stato, autorevoli intellettuali, alti dirigenti dell’esercito, esponenti di spicco del partito, nuovi volti della resistenza palestinese: i detrattori di Bibi Netanyahu sono tanti. I dissensi esterni e interni al governo sono sempre più forti. La svolta sciovinista del primo ministro sembra l’estremo tentativo di polarizzare l’opinione pubblica e coalizzare le forze a lui vicine.

Ahed Tamimi

Israele si professa un Paese democratico, in linea con le democrazie occidentali, ma sconfessa quotidianamente i valori di uguaglianza, adottando diversi metri di valutazioni che penalizzano chi appartiene a una minoranza, prima tra tutte quella arabo-palestinese. Con questa legge si mette nero su bianco la superiorità dei cittadini ebrei rispetto ai non-ebrei, e si predispone uno strumento per giustificare le angherie future e passate.

Ad andarci di mezzo è, come sempre accade nel conflitto israelo-palestinese, quella parte di popolazione che subisce le decisioni governative senza possibilità di replicare. Non solo i palestinesi dei territori contesi, ma anche gli israeliani che si trovano in disaccordo con le posizioni del partito di maggioranza, il Likud. E mentre Israele blocca la fornitura di gas e combustibile nella striscia di Gaza, la tensione continua a salire – questa volta sotto forma di lanci di bombe incendiarie. L’ennesimo capitolo della tragedia umanitaria si profila all’orizzonte, e non ci sarà nessuna legge che potrà affermare la superiorità sul campo di battaglia, lì dove gli innocenti muoiono in maniera uguale.

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