Patriottismo e valori tradizionali: ecco “Intervision 2025”, la risposta russa all’Eurovision. - THE VISION
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Il prossimo 20 settembre, la Russia lancerà ufficialmente Intervision 2025, un festival musicale che propaganderà la visione del mondo di Vladimir Putin. Voluto dal presidente russo in persona e organizzato nei minimi dettagli dal vicepremier Dmitry Chernyshenko, l’evento si terrà alla Live Arena di Novoivanovskoye, alle porte di Mosca, e rappresenta la versione ideologicamente “corretta” – almeno secondo il Cremlino – dell’Eurovision Song Contest, da cui la Russia è stata esclusa nel 2022 dopo aver invaso l’Ucraina. Neanche a dirlo, dietro lo slogan apparentemente innocuo “Musica nel cuore del tuo Paese” si cela un progetto geopolitico che cerca di ridisegnare la mappa delle alleanze internazionali attraverso la cultura pop, sostituendo l’inclusività queer e la libertà creativa dell’Eurovision con un’estetica disciplinata, patriottica e conforme ai “valori tradizionali”, che Mosca considera minacciati dall’Occidente. Il ministro degli Esteri Sergey Lavrov è stato chiaro: Intervision sarà “libero da perversioni e abusi della natura umana”, in esplicita opposizione a ciò che ha definito l’eccesso ideologico dell’Eurovision, fatto di performer drag, atti provocatori e simboli ritenuti “alieni a ogni persona normale”.

Sergey Lavrov

Il concorso è il revival di un evento storico nato nel pieno della guerra fredda. L’originale Intervision Song Contest fu infatti lanciato negli anni ’60 come risposta culturale del blocco sovietico all’Eurovision: prima ospitato in Cecoslovacchia, poi in Polonia, accolse Paesi del Patto di Varsavia e alleati globali dell’URSS. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’evento fu sospeso e dimenticato – fino a oggi, in un contesto politico in cui la nostalgia per la forza di un blocco antioccidentale si è trasformata in strategia attiva. L’Intervision 2025 non è solo il ritorno di un format, ma un tentativo esplicito di offrire una piattaforma culturale alternativa a quella europea, più vicina agli interessi geopolitici della Russia e dei suoi alleati. Alla competizione parteciperanno Paesi come Iran, Cina, Cuba, Venezuela, Kirghizistan, Bielorussia, Egitto, Emirati Arabi, Qatar, Uzbekistan, ma anche – con un colpo di scena significativo – gli Stati Uniti, rappresentati dal cantante B. Howard, fortemente sostenuto dall’entourage trumpiano.

La presenza statunitense non è un dettaglio folkloristico, ma il segnale di una convergenza politica che travalica le retoriche ufficiali. Secondo diverse fonti diplomatiche, sarebbe stato Donald Trump stesso a promuovere la partecipazione americana, in un momento in cui gli Stati Uniti stanno gradualmente ridimensionando il proprio sostegno alla causa ucraina. La partecipazione americana a un festival voluto da Mosca e apertamente contrario all’ordine culturale europeo rappresenta un passaggio simbolico forte: una legittimazione involontaria – o più probabilmente calcolata – del soft power russo da parte della destra americana.

Brandon Howard

A rendere ancora più evidente la natura ideologica del concorso è la scelta degli artisti in gara. La Russia sarà rappresentata da Shaman (Yaroslav Dronov), cantante simbolo del patriottismo bellico russo, già sanzionato dall’Unione Europea per aver partecipato a concerti di propaganda a sostegno dell’invasione in Ucraina. La selezione dei brani dovrà rispettare un regolamento rigido: niente politica, niente contenuti socialmente “divisivi”, nessun accenno a tematiche LGBTQ+. Ogni performance dovrà durare meno di quattro minuti e trasmettere rispetto per “valori spirituali e familiari universali”. Il festival sarà trasmesso in diretta e il vincitore sarà scelto da una giuria internazionale composta da personalità riconosciute dei singoli Paesi partecipanti. Oltre alla visibilità e al prestigio, l’artista vincitore riceverà un premio in denaro e un tour finanziato dagli organizzatori – a conferma che si tratta di un investimento politico, non solo artistico.

Nonostante il look moderno e la retorica sull’unità culturale, Intervision è un’operazione fortemente ancorata a una logica di esclusione. Il festival infatti dice molto più del mondo che vorrebbe rappresentare di quanto riesca a nascondere dietro le sue luci di scena. Lo slogan ufficiale – “La musica nel cuore del tuo Paese” – è un invito a rinchiudere l’espressione artistica dentro i confini del patriottismo. Secondo il regolamento, i brani in gara non devono contenere “temi politici” né “umiliare l’onore della società”. La neutralità è imposta per decreto, così come la retorica dei “valori universali” viene filtrata attraverso un’idea di “normalità” costruita a misura di regime. Il Cremlino parla di “vera musica”, ma ciò che viene promosso è un’idea estetica rassicurante, controllata, conforme a un ordine morale imposto dall’alto.

Nel frattempo, l’Eurovision è lacerato da fratture interne sempre più profonde. Data la guerra a Gaza, se Israele sarà ammesso sei Paesi hanno già annunciato o minacciato il boicottaggio dell’edizione 2026 a Vienna: Irlanda, Islanda, Slovenia, Paesi Bassi  e Spagna si sono già ritirati, mentre la Svezia sta valutando di fare lo stesso. Al contrario, Italia e Germania minacciano di ritirarsi nel caso opposto, se Israele non sarà invitata. Una tensione che rischia di spaccare l’evento proprio nel suo spirito originario: prima ancora dell’Unione Europea, l’Eurovision era stato quel laboratorio politico e culturale che aveva visto rivaleggiare Paesi diversi non a suon di mitra, come avevano fatto fino a un paio di decenni prima, ma a suon di musica.

La direttrice dell’emittente olandese AVROTROS ha dichiarato che “non è più possibile giustificare la partecipazione a un evento che ignora ciò che sta accadendo a Gaza”, riferendosi alle più di 64mila vittime palestinesi, secondo le stime ONU. Anche l’Irlanda ha definito “inaccettabile” la convivenza sul palco con un Paese in guerra, mentre l’Islanda ha parlato di “incoerenza etica” nel mantenere l’evento apolitico solo a parole. Le dichiarazioni più nette, però, sono arrivate dal premier spagnolo Pedro Sánchez, secondo cui Israele andrebbe escluso proprio come fu per la Russia nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina. La risposta israeliana è stata durissima. Il direttore dell’emittente pubblica Kan ha definito le richieste di esclusione “inaccettabili” e “pericolose” per la neutralità culturale dell’evento, mentre fonti interne alla European Broadcasting Union avrebbero suggerito una partecipazione sotto bandiera neutrale per evitare un’esclusione forzata. Ma Israele ha rifiutato. Il rischio è ora quello di una nuova crisi diplomatica su scala europea, in un contesto in cui la cultura si è già trasformata da terreno neutro a spazio di scontro.

Pedro Sánchez

A guardarla da lontano, Intervision sembra la versione distopica di quell’ideale: niente proteste, niente dissenso, nessun artista queer o politico. Ogni performance sarà sottoposta al vaglio di una giuria internazionale scelta dai governi, con criteri estetici tanto vaghi quanto ideologici. Si voterà per “l’armonia” e “i valori familiari”, ma in gioco c’è ben altro: il soft power di una coalizione alternativa a quella occidentale, che usa l’intrattenimento per costruire consenso, legittimazione e narrazione. Chi liquida Intervision come folklore post-sovietico e riduce la crisi dell’Eurovision a una lite da backstage ignora che, oggi, anche i festival della canzone sono cartine tornasole della geopolitica globale. 

Le autocrazie che si affacciano sul palco di Mosca non hanno un’opinione pubblica a cui rendere conto: possono proiettare un’immagine compatta, rassicurante, costruita a tavolino per legittimare la propria autorità. L’Occidente, al contrario, appare diviso, incapace di difendere quei valori che pure hanno reso le nostre democrazie libere. Israele, che all’Eurovision cerca una legittimazione culturale per ripulire la propria immagine agli occhi del mondo, è diventato l’elemento di rottura in un’Europa dove la solidarietà si sfalda tra silenzi e ritorsioni. L’EBU non può più portare avanti la sua posticcia neutralità come ha fatto in questi anni, costringendo artisti e pubblico e non schierarsi e a non mostrare bandiere, ma deve prendere una posizione netta, dalla quale deriverà la vita stessa dell’Eurovision.

Intanto, l’alleanza simbolica delle autocrazie avanza. E a rendere tutto ancora più paradossale, è la presenza dell’America, l’ex antagonista ideologico dell’URSS, che ora sale sul quel palco che per decenni ha combattuto. La sua partecipazione, favorita da Trump, segna un rovesciamento storico: l’Occidente resta orfano del suo più grande azionista mentre la Russia ha la possibilità di mostrare le nazioni autocratiche unite come sorelle, quando l’unica cosa che condividono questi regimi è solo l’ossessione per il controllo e la repressione del dissenso. In questo scenario, sarebbe il momento per l’Europa di ricompattarsi, non solo attorno a un evento pop, ma a una visione. La musica non risolverà i conflitti, ma racconta chi siamo e chi vorremmo essere. Continuare a ignorare ciò che accade sopra e dietro quei palchi significa rinunciare a scegliere la direzione da prendere.

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