Gli immigrati non sono tutti uguali. È la narrazione della loro identità a essere sbagliata.

Da italiana di seconda generazione mi sono sempre interessata ai dibattiti inerenti agli stranieri in Italia. Ci sono due tipi di narrazioni che hanno la meglio in questo momento storico: la prima vede gli stranieri come un’orda pronta a invadere il territorio italiano, o a “rubare il lavoro agli italiani”. La seconda risponde a queste orribili e ottuse generalizzazioni sostenendo che invece l’immigrazione rappresenta un vantaggio, ma sottolineando il fatto che gli immigrati siano utili solo per una questione di pensioni o per svolgere i lavori che nessuno vuole più fare.

Quindi le alternative sono due: se da un lato c’è la retorica dello straniero parassita, dall’altro c’è lo straniero “utile”. Il problema è che si muovono sullo stesso livello, ed è un livello sbagliato. Anche chi parla di stranieri in questo modo, cercando di essere positivo e spesso in buona fede, purtroppo però non aiuta affatto ad abbattere stereotipi e pregiudizi a riguardo, contraddicendoli finisce per riconoscerne l’esistenza e quindi in un certo senso dargli validità.

Ma la discussione sull’immigrazione oscilla tra questi due poli anche perché finora è stata esclusivamente strumentalizzata a scopi politici e non sono state date valide alternative per affrontarla. Siamo bombardati da articoli pro o contro, che dipingono scenari che raramente rappresentano in modo approfondito la realtà dei fatti. In quanto italiana di seconda generazione, non mi sento rappresentata da questi stereotipi grossolani proposti nel dibattito politico, e continuo a chiedermi dove io e la mia famiglia ci collochiamo realmente nella società italiana. I miei genitori ormai si trovano in questo Paese da più di vent’anni, e sono parte integrante del tessuto sociale, in quanto lavorano e pagano le tasse, come teoricamente ogni cittadino è tenuto a fare.

È vero che molti di questi genitori hanno iniziato il proprio percorso nel nuovo Paese svolgendo i così chiamati “lavori umili”, ma non c’è nulla di cui vergognarsi. È fastidioso sentire chi prova a rassicurare gli italiani dicendo che nessuno ruberà il loro lavoro, sottintendendo ovviamente “il lavoro ben pagato è di alto livello”. Tutt’altro discorso si ha invece quando italiani e stranieri si ritrovano a occuparsi degli stessi lavori di bassa qualificazione. La competizione è in aumento, dato che gli stranieri sembrano essere quelli più disposti a lavorare in condizioni di sfruttamento. È qui che sorgono le polemiche sui “presunti lavori rubati”, quando in realtà il problema risiede nelle imprese stesse e nelle condizioni che vengono poste per lavorare. In Italia gli stranieri occupano i posti lavoro meno retribuiti: il 34% degli immigrati svolge professioni non qualificate, il 28% ricopre funzioni da operaio specializzato e solo il 7% è un professionista qualificato. Colf e badanti sono altri due mestieri in cui si presenta un’alta concentrazione di stranieri. Quindi si potrebbe dire che è vero: poiché ci sono meno lavoratori qualificati tra gli stranieri, gli italiani, che siano avvocati, imprenditori, insegnanti o dipendenti pubblici, possono stare tranquilli.

È ingiusto pensare che gli stranieri siano solo il bidone in cui gettare quei lavori che non piacciono a nessuno, e trovo altrettanto ingiusto dire che se ne ha bisogno perché la loro assenza non garantirebbe la copertura di questi settori più modesti. Come se fosse scontato che non possano aspirare a qualcosa di più elevato. Non tutti gli immigrati regolari infatti ricoprono ruoli non qualificati non perché siano privi di una preparazione adeguata, ma perché molte delle lauree ottenute nel loro Paese d’origine in Italia non vengono riconosciute, e si ritrovano quindi senza alternative. Secondo il rapporto dell’International Migration Outlook OCSE 2017, “Gli immigrati-lavoratori con diploma di terzo livello [ossia laureati] costituiscono in media più di un terzo della forza lavoro immigrata dei paesi OCSE”.

Benché prima di arrivare a una realtà simile a quella francese, inglese, o americana – in cui imbattersi in persone di diversa etnia con un lavoro di alto livello non sorprende più – ci vorrà ancora del tempo. In Italia c’è chi sta riuscendo a farsi strada nella realtà culturale. Si pensi al caso dello scrittore Antonio Dikele Distefano, italiano di origine angolana, nato a Busto Arsizio. Scrive libri indirizzati perlopiù a un pubblico giovane e i suoi libri Fuori piove, dentro pure, vengo a prenderti?, Prima o poi ci abbracceremo, Chi sta male non lo dice e Non ho mai avuto la mia età, sono tutti bestseller pubblicati da Mondadori. Ma questo è solo un esempio per dimostrare che, volenti o nolenti, la realtà del nostro Paese sta cambiando e cambierà ancora, con nuovi volti e nuove storie. Benché io abbia fiducia nella possibilità di un cambiamento indirizzato verso una realtà più inclusiva e priva di pregiudizi, però, rimango perplessa di fronte ai casi come quello di Jacob Nyanja: ingegnere laureato all’Università di Trento, residente in Italia da diciassette anni, è stato scambiato per un ambulante mentre si trovava ai mercatini natalizi a bere vin brulé con i suoi amici. Un uomo, parte di un’associazione chiamata “Volontari della Sicurezza” – che affianca i vigilantes in servizio per la security dell’evento – lo ha scambiato per un ambulante, non degnandosi nemmeno di rivolgersi al diretto interessato ma ai suoi amici, chiedendo se fosse tutto a posto. Un altro caso è quello del medico Andi Nganso, trasferitosi in Italia più di dodici anni fa per studiare. Una paziente italiana si è rifiutata di farsi visitare da lui a causa del colore della pelle. Da quel momento in poi, Nganso ha cercato di contribuire a dare una svolta a questa situazione. Ha co-fondato a Milano Festival Goes DiverCity, una serie di incontri ed eventi di arte, cultura e dibattiti politico-sociali in cui italiani, tra cui molti di seconda generazione, e stranieri sono stati invitati per confrontarsi. Il tutto centrato sulla creazione di una nuova narrazione, quella che ancora manca nei nostri media.

Dopo alcune frasi controverse del sindaco di Milano, Beppe Sala, che avrebbe sottolineato come il vero problema dell’Italia sia l’immigrazione africana, Nganso e altri attivisti stranieri hanno deciso di incontrarlo, arrivando a un confronto centrato sull’importanza di instaurare un dialogo per promuovere nuovi progetti di integrazione. Inoltre è stata sottolineata l’importanza di abbattere qualsiasi pregiudizio sullo stereotipo dell’immigrato scansafatiche e senza preparazione, dato che le persone che lo hanno incontrato erano lavoratori di origine africana presenti da trenta o quarant’anni sul suolo italiano. A questo proposito, per evitare pericolose generalizzazioni, servirebbe una corretta e diffusa informazione sui tipi di immigrazione, perché parlare di “immigrazione africana” infatti può potrebbe voler dire tutto e niente. Oggi se si parla di immigrazione, si pensa subito a quella via mare e di persone senza documenti, ma molti degli immigrati regolari provenienti dal continente africano arrivano con l’aereo. Invece ci ritroviamo in una situazione in cui gli immigrati, specialmente quelli di origine africana, sono collocati in una sorta di calderone, tutti con la stessa storia, tutti con la medesima esperienza.

Per concludere, anche la situazione di noi italiani di seconda generazione, in tema di cittadinanza, non è delle migliori. Ci ritroviamo nella stessa situazione di prima, se non peggiorata, dato che con la modifica apportata alla Legge 91/92 dal Decreto Sicurezza, i tempi d’attesa per concludere le pratiche – dopo aver fatto richiesta, passati almeno dieci anni di residenza continuativa e con un certo reddito – sono aumentati da due a quattro anni. Il prezzo per l’acquisto è aumentato da 200 a 250 euro, per motivi ancora sconosciuti. Lo spiega bene Elizabeth Arquinigo Pardo, nel suo pamphlet Lettera agli italiani come me. Elizabeth Arquinigo Pardo è una giovane ragazza di origine peruviana, trasferitasi in Italia all’età di 10 anni. Se lo ius culturae proposto dal governo precedente fosse diventato legge, lei sarebbe stata una dei tanti bambini e giovani arrivati in Italia regolarmente prima dell’età di dodici anni e avrebbe avuto la possibilità di ottenere la cittadinanza. Ciò sarebbe stato possibile perché la legge avrebbe previsto: regolare condizione lavorativa dei genitori che fanno richiesta per il figlio, quindi solo i genitori con permesso di soggiorno di lungo periodo, e, per il bambino, il completamento di un ciclo scolastico di almeno cinque anni. Stessa procedura, chiamata però ius soli temperato – che nulla ha a che fare con lo ius soli tout court – sarebbe stata ovviamente possibile anche per chi fosse direttamente nato in Italia da genitori regolarmente lavoratori e residenti.

A differenza di chi ha fatto campagna politica affermando che questo tipo di ius avrebbe regolarizzato tutti i “clandestini”, incutendo terrore e parlando di invasione, questa legge non avrebbe fatto altro che confermare ciò che questi giovani sono già, ossia italiani. La proposta di legge era rivolta solamente ai cittadini stranieri regolari. Invece le leggi vigenti sulla cittadinanza rendono la situazione molto complicata: i ragazzi, come Insaf Dimassi, si ritrovano in circoli viziosi burocratici infiniti che spesso impediscono loro di poter viaggiare e fare esperienze di studio all’estero.

Finché non ci sarà una nuova visione di ciò che è l’immigrato o l’italiano di nuova generazione, che non consiste solo nell’essere utile in determinati settori o nell’essere un delinquente, non si potrà parlare di integrazione e inclusione nella maniera corretta. Il rischio è quello di affibbiare agli stranieri o ai nuovi italiani un solo ruolo. E se lo stereotipo viene ripetuto più e più volte, chi ha origini diverse, agli occhi della società, ne diventa la rappresentazione.

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