Abbiamo rifinanziato la guardia costiera libica, un crimine contro l’umanità. Siamo dei vili.

Il 16 luglio la Camera ha votato a favore del rifinanziamento alla cosiddetta “Guardia Costiera Libica” prevista nel Decreto Missioni. Si tratta di un documento relativo alle missioni militari internazionali italiane – con un particolare rafforzamento della presenza militare italiana in Africa: nel Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger), nel Golfo di Guinea (tra Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio) e nel Corno d’Africa (Gibuti e Somalia) – volte a contrastare terrorismo e pirateria. A queste missioni si aggiunge il sostegno alla Guardia Costiera Libica per il controllo delle frontiere, nel testo si legge: “La missione EUBAM Libya […] è una missione di assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia. L’obiettivo della missione è prestare assistenza alle autorità libiche nella creazione delle strutture statuali di sicurezza in Libia, in particolare nei settori della gestione delle frontiere, dell’applicazione della legge, della giustizia penale, al fine di contribuire agli sforzi volti a smantellare le reti della criminalità […]”. Per questo impegno hanno votato a favore Lega, M5S e Pd, nonostante le posizioni divergenti proprio sul ruolo dei membri della cosiddetta “Guardia Costiera”, responsabili di ripetute violazioni dei diritti umani nei confronti dei e delle migranti nei campi di detenzione libici e di collaborare con gli stessi trafficanti di esseri umani. La notizia sembra sia stata ignorata dall’opinione pubblica mentre hanno avuto maggior risalto le immagini del cadavere di una vittima su un gommone alla deriva da 15 giorni. Si conferma così, ancora una volta, la tendenza a una finta apprensione momentanea, senza alcun approfondimento appropriato del perché ciò accada continuamente e da anni, senza quindi parlare delle responsabilità che ha il nostro Paese rispetto a quanto ci propongono quelle e altri immagini.

La collaborazione dell’Italia con la Libia non è una novità: l’ex ministro dell’interno Marco Minniti (del Pd), nel 2017 si è recato in Libia per siglare un patto con il primo ministro Fayez Al-Serraj con il fine di controllare i flussi migratori provenienti dal Paese. Ciò ha portato a trattenere migliaia di persone nei centri di detenzione libici, in cui avvenivano – e avvengono tuttora – torture di ogni genere. Il Decreto Minniti continua a essere in vigore nonostante le richieste di abrogarlo dall’anno della sua entrata in vigore. In un articolo di InfoMigrants del 2019, testata giornalistica che si occupa di migrazioni e di contrasto alle fake news sul tema, viene evidenziato come la Guardia Costiera Libica sia in realtà composta in parte da persone che collaborano con le milizie delle fazioni coinvolte nel conflitto in Libia, senza alcuna preparazione in materia di salvataggio, causando quindi maggiori danni quando hanno a che fare con imbarcazioni alla deriva e persone che chiedono aiuto. Nel 2017, durante un naufragio nel Mediterraneo che ha causato trenta dispersi, la Ong tedesca Sea Watch e la Guardia Costiera Libica si sono “contese” il salvataggio dei superstiti: da un lato i volontari, dall’altro chi, secondo le testimonianze dei volontari “picchiava i migranti con funi e mazze […]”. Sempre in quell’episodio, un uomo che si trovava sulla motovedetta della Guardia Costiera, si è tuffato in mare per raggiungere la propria compagna, già in salvo su un gommone della Sea Watch, ma la Guardia Costiera lo ha poi travolto, trascinandolo via.

Marco Minniti

Secondo un report del 2017 delle Nazioni Unite, la Guardia Costiera Libica è nota anche per affondare le imbarcazioni su cui si trovano donne, uomini e bambini utilizzando armi da fuoco, ma questo non basta per interrompere la collaborazione tra Europa e Libia, nonostante le numerose denunce da parte dell’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) che all’inizio quest’anno – in cui già 1700 migranti sono stati intercettati e riportati in Libia dalla Guardia Costiera – affermava che l’Unione Europea avrebbe dovuto trovare soluzioni alternative. Infatti quello della Libia non è mai stato un porto sicuro: non si tratta solo dell’instabilità dovuta al conflitto tra le varie fazioni, ma delle condizioni in cui vivono le persone nei campi di detenzione. Nel report No Escape from Hell. EU Policies Contribute to Abuse of migrants in Libya (2019) di Human Rights Watch vengono evidenziate le numerose violenze che i detenuti e le detenute subiscono nelle carceri libiche. Le vittime del centro di Karareem, per esempio, dicono di essere state brutalmente picchiate: tra queste vi è Kemi, una donna nigeriana incinta che è stata percossa con un tubo nel 2018; numerosi sono anche i tentativi di suicidio. Il report prosegue con la descrizione di un gran numero di bambini, tra cui neonati, che vivono in condizioni degradanti e madri a cui manca il sostentamento necessario per poterli nutrire. Vi sono testimonianze di continui abusi e stupri, soprattutto su donne e bambini. Mancano inoltre le cure necessarie data l’inesistenza di un sistema sanitario. Lo scorso anno, a settembre, un uomo sudanese riportato in Libia è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco; solo due mesi prima, un centro di detenzione a Tripoli era stato colpito da un raid aereo, provocando 53 vittime.

Nel report viene evidenziato come il modo in cui il “supporto” dell’Unione Europea per contrastare le violenze subite dalle vittime dei centri di detenzione libici sia del tutto inutile, dato che l’approccio adottato si basa sull’esternalizzazione delle frontiere. Ciò significa che gli Stati membri si deresponsabilizzano nel momento in cui affidano il controllo delle migrazioni alle milizie libiche, pur conoscendo bene le violazioni dei diritti umani che puntualmente avvengono. Nelle conclusioni finali del Consiglio Europeo del 2018, si afferma che ”L’Unione europea continuerà a supportare l’Italia e gli altri Stati di confine su questo punto. Anche per quanto riguarda la Guardia costiera libica”. Ciò è dimostrato dalle ingenti somme di denaro che puntualmente vengono devolute alle milizie libiche tramite l’Eu Emergency Trust fund for Africa che, teoricamente, dovrebbe riguardare il supporto di progetti di agenzie Onu e Ong che si occupano della protezione dei diritti umani dei e delle migranti e a contrastare il traffico di esseri umani. Nella prassi molti dei 338 milioni di euro che l’Ue ha devoluto per questi progetti in Libia dal 2014 sono in supporto della gestione delle migrazioni da parte della Guardia Costiera Libica (circa 91 milioni di euro). Senza contare che tramite l’Operazione navale Sophia – approvata dall’Unione europea su richiesta del governo italiano di centro-sinistra nel 2015 con lo scopo di fermare il traffico di migranti tra Libia e Italia – si prevedeva il supporto e l’addestramento della Guardia Costiera Libica, formata principalmente da milizie colluse con i trafficanti di esseri umani.

Così facendo, i Paesi membri dell’Unione europea cercano di allontanare l’accusa di violazione del principio di non-refoulement, quello di non respingimento sancito dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951 per cui a un rifugiato non si può impedire l’ingresso sul territorio, né può essere deportato o espulso o trasferito verso luoghi in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate. La Cedu (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo) non contiene un divieto esplicito relativo al refoulement. Tuttavia, è stato sviluppato un divieto del refoulement dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo: l’articolo 3 vieta infatti non solo la tortura e i trattamenti inumani e degradanti, ma il respingimento indiretto, l’allontanamento verso un Paese terzo (intermediario) dal quale la persona possa poi essere allontanata verso il Paese in cui si trova ad affrontare un rischio reale per la sua incolumità. Eppure nel mese di giugno abbiamo assistito a un massiccio uso della violenza da parte delle autorità greche nel respingimento di migranti sbarcati sull’isola di Lesbo, utilizzando proiettili di gomma e bastoni per colpire donne e uomini sulle imbarcazioni, nel tentativo di affondarle.

Il 16 luglio la Camera ha votato a favore di tutto questo: chi si vanta nel centro-sinistra, come il segretario del Pd Nicola Zingaretti, di aver votato a favore della risoluzione contro il razzismo al Parlamento europeo, fa parte di un governo complice di gravi violazioni dei diritti umani, che continua a mantenere in vigore il Decreto Minniti e i Decreti Sicurezza dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini.  Tutto questo nonostante i decreti di Salvini siano stati dichiarati in parte incostituzionali dalla Corte Costituzionale sul punto che riguarda il divieto di iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo, impedendo loro di poter accedere ai servizi più basilari. E nonostante l’assemblea del Pd in un primo momento si sia espressa contro il voto a favore del rifinanziamento. Il paradosso del dissenso all’interno del Pd è stato reso evidente dalle dichiarazioni dei deputati Giuditta Pini e Matteo Orfini: la prima ha sottolineato l’ipocrisia del proprio partito, dicendo che “Non avrei mai voluto vedere il segretario del mio partito gioire per il finanziamento della Guardia Costiera Libica”, in risposta a un tweet del segretario Nicola Zingaretti che elogiava la tenuta della maggioranza sulla politica estera. Orfini, durante il suo intervento per dissentire sul rifinanziamento alla Guardia Costiera, sottolinea come il tentativo del proprio partito di chiedere alle autorità libiche di “comportarsi bene” risulta essere inutile e ipocrita, dato che si conoscono bene i loro metodi violenti.

Nicola Zingaretti

Non sembra però che questo continuo rincorrere l’estrema destra sia servito a qualcosa, se non a rafforzarne i valori di razzismo e violenza in una fetta di opinione pubblica sempre più ampia. La tanto millantata “discontinuità” rispetto al governo precedente semplicemente non esiste: ricordiamo che il Viminale, ad aprile, ha assegnato un appalto di 1,6 milioni di euro per sei imbarcazioni destinate alla “polizia libica” proprio per ridurre i flussi. In questo contesto si inseriscono le leggi interne italiane in materia di migrazioni, che da decenni puntano alla chiusura e non all’inclusione sociale delle persone straniere – dalla “sanatoria” azzoppata voluta dalla ministra Bellanova risalendo fino alla Bossi-Fini.

Le responsabilità delle violazioni dei diritti umani collaborando con la Guardia Costiera Libica sono evidenti, ma l’Italia fa parte di un contesto ancor più grande e complesso in cui tutti gli Stati membri dell’Unione europea sono responsabili dell’orrore quotidiano che avviene in Libia. Finché non si abrogheranno leggi liberticide e razziste nei confronti dei migranti, finché gli Stati membri dell’Unione europea non cambieranno approccio sulla mobilità internazionale, si continuerà a prediligere il supporto a torturatori e assassini a danno della protezione dei diritti umani degli individui.

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