Perché è sbagliato che il governo deleghi il controllo a semplici cittadini, nominandoli sceriffi

Dopo oltre due mesi di restrizioni e lockdown sono state aperte diverse attività, ma la cosa curiosa è che chi ne usufruisce viene considerato alla stregua di un criminale. La riapertura di bar, pub e ristoranti ha l’obiettivo di riportare i cittadini alle abitudini di un tempo, pur seguendo le regole imposte per la ripartenza; principalmente distanziamento, mascherine e sanificazione dei locali. Se da un lato prosegue la caccia all’untore iniziata nei mesi scorsi, quando i bersagli erano i runner o i fuorisede tornati al Sud e i cittadini si trasformavano in vedette per documentare le malefatte altrui, adesso sono le stesse istituzioni a stigmatizzare i comportamenti di nuovi bersagli da indicare all’opinione pubblica. Ora è il turno di un termine ondivago come movida dei giovani, che non per forza equivale a ragazzi senza mascherine o ad assembramenti selvaggi, ma riunisce al suo interno anche chi rispetta le regole e frequenta luoghi adesso accessibili per legge. Eppure sindaci e governatori hanno trovato nello “sceriffismo” un nuovo strumento per mostrare il piglio autoritario e usare l’emergenza come una campagna elettorale gratuita.

Questa idea è stata avallata anche dall’ultima proposta del governo, con un bando per reclutare 60mila assistenti civici, ovvero volontari che in ogni comune daranno una mano eseguendo compiti come consegnare la spesa e i farmaci agli invalidi e agli anziani, e allo stesso tempo potranno (o potrebbero) segnalare alle forze dell’ordine la presenza di trasgressori alle nuove normative, come coppiette che non rispettano la distanza di sicurezza, amici che si stringono la mano e chi porta la mascherina calata fino al mento. In pratica degli spioni, mentre qualcuno ha scomodato anche la memoria recente delle ronde.

Una volta uscita sui giornali, la notizia ha scatenato reazioni di sdegno non soltanto tra i cittadini, ma anche all’interno dello stesso governo, con i ministeri dell’Interno e della Difesa, gestiti dagli ignari Luciana Lamorgese e Lorenzo Guerini, che hanno chiesto chiarimenti temendo l’accavallamento tra gli assistenti civici e le forze dell’ordine. Giuseppe Conte ha tentato di ricompattare le parti con una riunione, ma continua a regnare la confusione, soprattutto perché i suoi promotori, il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia e il sindaco di Bari e presidente dell’Anci Antonio Decaro non fanno parte di un partito nostalgico dello squadrismo e di ordine e disciplina, ma del PD.

Francesco Boccia
Antonio Decaro

Il fenomeno della sinistra che vuole fare la destra per ottenere voti, finendo però per regalarli agli avversari, è il segno di una compagine politica che ha smarrito la propria identità. Adesso la storia si ripete con i vigilantes e i cittadini che si controllano a vicenda, scavalcando le autorità e rischiando derive di sopruso e violenza. Boccia ha dichiarato che non si tratta di ronde, ma non si conoscono ancora i requisiti che serviranno per formare questi ausiliari dell’ordine pubblico, controllori in pettorina dai compiti vaghi che probabilmente non passeranno attraverso alcuna selezione, se si esclude il filtro della fedina penale. Decaro ha provato a contenere le polemiche dicendo che gli assistenti civici non avranno compiti di controllo, smentendo di fatto il proposito per cui sarebbero stati concepiti. Resta comunque il rischio di assegnare ruoli che potrebbero finire a squilibrati con manie di controllo che non aspettano altro se non il via libera per calarsi nei panni dei giustizieri.

Non a caso è esplosa la protesta dei volontari della Protezione Civile, che spiegano come sia scellerato reclutare cittadini senza prima una formazione, un addestramento e una pianificazione, mentre loro sono attivi sul territorio in modo permanente e con una solida preparazione alle spalle. Il punto è che al nostro Paese non servono ulteriori figure di controllo, ma un aiuto per quelle già esistenti, spesso costrette a operare non in sicurezza e senza i mezzi adeguati. Per entrare nelle forze dell’ordine sono necessarie numerose prove psicoattitudinali, che ovviamente non sarebbero svolte dagli assistenti civici: in tal modo è come se si consegnasse un distintivo immaginario a migliaia di individui non controllati, con il rischio di esasperare un clima già teso di questi mesi.

Serve monitorare la situazione dell’epidemia, non la vita degli italiani. Ovviamente le regole vanno rispettate e chi le infrange andrà incontro alle sanzioni previste, ma l’istituzione di un Grande Fratello degli aperitivi non giova a nessuno. Soprattutto perché, nonostante rari casi di idiozia, gli italiani hanno dimostrato durante il lockdown di avere un senso di responsabilità superiore alle aspettative. Sembra però che i media vogliano prendere esempi isolati per far credere che tutta la popolazione stia reagendo in modo sbagliato. Era già successo gli scorsi mesi con i video delle grigliate di Pasqua e Pasquetta sui tetti e con la demonizzazione del bagnante solitario di Palermo, inseguito addirittura da un elicottero. Adesso lo show si ripete con i cronisti appostati davanti ai pub e i locali a caccia di assembramenti, perché i giovani in un Paese tra i più vecchi del mondo sono sempre il capro espiatorio ideale per quasi tutti i problemi italiani.

“Curo tutti ma non i cretini e gli imbecilli”, è la dichiarazione su Facebook di un medico rianimatore, prontamente riportata il 26 maggio da Repubblica con tanto di foto dei Navigli affollati a Milano. Il Corriere della Sera si è spinto ancora oltre, rilanciando questa intervista del 22 maggio di un ex primario dell’ospedale Molinette di Torino: “I giovani che fanno l’aperitivo in piazza sono degli assassini”. Questi sono soltanto due esempi del terrorismo mediatico che sta inquinando il post lockdown, con i principali quotidiani colpevoli di far circolare messaggi distorti e pericolosi per aizzare l’indignazione pubblica verso soggetti di comodo.

I dati sull’epidemia sono eloquenti, anche a distanza di tre mesi dal suo inizio: la maggior parte dei contagi sono avvenuti negli ospedali e nelle Rsa, quindi a causa di quei governatori che hanno consegnato in ritardo al personale sanitario le giuste protezioni o che hanno firmato provvedimenti che hanno causato la morte centinaia di anziani, come accaduto in Lombardia. Prendersela con il bagnante di Mondello o il runner di Brescia è un modo per sviare l’attenzione dai reali errori che sono stati commessi nella gestione dell’emergenza. Nessuno mette in dubbio la stupidità di alcuni atteggiamenti e l’irresponsabilità di individui che, spinti dalle bufale che circolano in rete e aizzati da ciarlatani seriali, infrangono di proposito le regole vigenti e mettono a rischio la comunità. Si tratta però di una percentuale minima rispetto a una popolazione che, nonostante i pregiudizi sugli italiani “allergici alle regole”, hanno rispettato con coscienza due mesi di lockdown e ora continuano a seguire le direttive, anche se lacunose e difficili da interpretare. Resta però più facile scagliarsi contro i giovani che sorseggiano un drink, seguendo la trita narrazione delle nuove generazioni bruciate, piuttosto che i sessantenni che gestiscono la sanità di una regione senza conoscere nemmeno il significato dell’indice Rt.

Non sarà l’esercito degli assistenti civici a risolvere i problemi di una classe politica sempre più incline a delegare e a non assumersi le proprie responsabilità, nonostante il governo abbia gestito meglio di altri l’emergenza. È però il momento di limitare i danni sul lungo periodo, organizzando una ripartenza senza conflitti sociali. Di certo uno sceriffo di quartiere che spieghi loro come muoversi e i quotidiani nazionali che li additano come assassini non sono una buona idea.

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