Perché la paura della fine del mondo ci sta facendo diventare sempre più indifferenti - THE VISION

Nella speranza che il conflitto russo-ucraino si risolva il prima possibile, mi domando come ci comporteremo quando, dopo l’ennesima catastrofe, sarà il turno dell’invasione aliena. Se da un lato temo uno scenario apocalittico in stile guerra dei mondi, dall’altro immagino di poter avere un “incontro ravvicinato del terzo tipo” con gli extraterrestri, suonando cinque note guidata da François Truffaut – il professor Claude Lacombe dell’omonimo film – per comunicare con i nuovi arrivati, o di andare a bere con Roger di American Dad qualcosa di molto forte, giusto per distogliere l’attenzione dalle immagini della serie Chernobyl di Netflix che mi tornano in mente dal 24 febbraio. Un po’ non mi sento neanche in colpa a evocare questo clima apocalittico, perché se sembrava vero, mentre l’emergenza sanitaria volgeva al termine, che ci saremmo ripresi un po’ alla volta dal trauma collettivo imposto dagli ultimi due anni di pandemia, insieme alla ferocia della guerra russo-ucraina è tornato su di noi lo spettro della minaccia nucleare. Evitando di elencare tutti i tragici eventi che si sono succeduti negli anni che hanno seguito la fine del cosiddetto secolo breve, questi potrebbero essere raggruppati in un sequel dello stesso, nel quale le premesse di una pace costruita sull’idea di società illuminata miseramente falliscono. E infatti, oggi come ieri ci ritroviamo ad avere a che fare con quegli stessi mali che nel corso del Novecento hanno portato alla catastrofe e oggi alla paura di un nuovo conflitto nucleare. Come d’altra parte conferma anche lo spostamento delle lancette del Doomsday clock, l’orologio metaforico creato nel 1947 per misurare il pericolo di un’ipotetica fine del mondo.  

La misurazione del rischio riflette la valutazione di tutti gli eventi in grado di provocare danni irrevocabili all’umanità e la mezzanotte corrisponde all’annientamento. Se inizialmente l’orologio valutava solo il rischio di un conflitto atomico, dal 2007 tra le variabili sono rientrate anche la crisi climatica e la diffusione di fake news e circa due mesi fa le lancette sono arrivate alla distanza minima dalla mezzanotte mai registrata: cento secondi. Così, la successione degli eventi dell’ultimo ventennio ha irreparabilmente segnato la memoria collettiva, trascinando i più fragili in un baratro di pessimismo asfissiante per cui ogni evento positivo si riduce a un breve momento di gioia incerto, prima del disastro successivo di cui però abbiamo la certezza. Dopo ogni evento catastrofico ne usciamo sempre più provati, ansiosi e insicuri, ma stavolta a ritmo di “Ciao Ciao” dei La Rappresentante di Lista.

Messa così non sembra poi un caso l’exploit su tutti i social, in particolare su Tik Tok e Instagram, del trend del goblin mode che ha coinvolto principalmente la fascia d’età 18-24 anni, la stessa che, secondo i dati della Total digital audience del mese di gennaio 2022, trascorre il numero più alto di ore online raggiungendo una media di 3,02 ore giornaliere. Chiamata anche “modalità Goblin” è un meme e può essere ricondotto al concetto di “diritto di fare schifo”, alla scelta di lasciarsi andare al proprio “lato oscuro”. Nasce infatti in contrapposizione agli standard irrealistici estetici e performativi, e in effetti il fenomeno ha portato alla pubblicazione di reel e foto trasandate suggerendo l’inizio di una rivoluzione soprattutto estetica.

D’altra parte, il meme e il comportamento a cui è associato non sembrano altro che una nuova etichetta per un comportamento che in realtà non ha nulla di nuovo, ma che prima veniva nascosto o comunque inteso con un’accezione diversa. La cosa interessante, però, è notare la tempistica del fenomeno social, esploso proprio in quel breve lasso di tempo tra la “fine della pandemia” e l’inizio dell’invasione russa in Ucraina, proprio quando sembrava che l’apocalisse atomica fosse più probabile. Come tutti i fenomeni social, deve il suo successo, anche se breve, alla capacità di condensare la frustrazione e disillusione  che rappresenta, giusto con un paio di parole o una sola immagine. Nei molti post sui social emerge il desiderio di sovvertire le norme, i valori e le consuetudini precedenti. Il goblin mode si propone come una strategia di coping ragionevole per affrontare l’accumulo di rabbia, la delusione e la paura post-pandemica e i prodromi della terza guerra mondiale, che riflette la semplice domanda: se il mondo sta andando a rotoli che senso ha tentare di fare qualcosa?

L’incapacità di trovare una soluzione a questa sensazione di vertigine esistenziale spinge i più giovani, delusi dal fallimento dei miti del benessere e della felicità, a negare quello stesso sistema di valori con il quale sono stati cresciuti, in una sorta di cultural reset.  Quello che a uno sguardo severo può sembrare un atteggiamento individualista, disinteressato ed egoista, è in realtà il sintomo evidente di una metamorfosi socio-culturale. La somma degli eventi degli ultimi decenni rende più difficile coltivare qualsiasi speranza, sfociando nel disagio di una generazione segnata da vari traumi, che trova un suo vago riflesso solo nelle rappresentazioni culturali che produce: i meme.

Anche se il fenomeno social sembra ormai essersi spompato i sentimenti che veicolava non si sono risolti, ed è più probabile immaginare che siano sfociati in un desiderio di isolamento. Una sensazione trattata anche dal filosofo Manlio Sgalambro, che ne La morte del sole proponeva un ribaltamento del significato comune attribuito al pessimismo, che non pretende di divenire un baluardo per un futuro migliore ma che rifiuta ogni idealismo per guardare in faccia la realtà. Il goblin mode capovolge del tutto il paradigma precedente: se prima eravamo spinti a farci belli, ora ci etichettiamo al contrario, in una gara a chi sta peggio. Condividere il proprio dolore aiuta anche a creare una community, magari a risolvere problemi pratici e forse ottenere supporto. Di fatto, le nuove generazioni sono anche quelle più impegnate su questo fronte, ma il rischio è che il loro lamentarsi resti confinato nello spazio virtuale, come una nuova moda di condivisione, incapace però di creare legami, ma solo una falsa accettazione del disagio. 

Certo questa strumentalizzazione social del malessere, oltre a rischiare di normalizzare lo stato depressivo generale, va nella direzione opposta al significato profondo di società, ovvero un insieme di individui che interagiscono per perseguire uno o più obiettivi comuni. I meme più condivisi legati a questo fenomeno riguardano infatti la possibilità di utilizzarlo come una scusa per evitare di uscire o anche per giustificare i propri errori, una spinta a prendere le distanze da tutto e da tutti, deresponsabilizzandosi e ripiegandosi su se stessi, in preda a una sorta di “xenofobia individualista” per cui la ricerca di contatto si limita a un like e nulla più. D’altra parte, è anche il sintomo di una svolta strafottente nel nostro modo di raccontarci, che reclama il nostro diritto a essere meno perfetti. Che in questo frangente critico emerga il desiderio di liberarsi dalle imposizioni di un sistema – che ha dimostrato più volte la sua disfunzionalità – è più che comprensibile.

Grandi dimissioni, preferenze per il lavoro agile, allontanamento dalle grandi città a favore di dimensioni più isolate e goblin mode non sono altro che la continua riconferma del bisogno di un cambio di visione socio-culturale che sta definitivamente stravolgendo i nostri valori e con essi il senso che attribuiamo alla vita, “nel silenzio della crisi generale”, per riprendere il testo dei La Rappresentante di Lista. La rapidità con cui si sono sgretolate e modificate le istituzioni sociali sembra prescindere dalle nostre capacità di risposta e il risultato è che ognuno a modo suo ne paga le conseguenze in termini di ansia e frustrazione, come i recenti studi sulla salute mentale hanno ampiamente dimostrato. Il mondo, oggi, si presenta con un paradigma diverso da quello nel quale siamo nati, che sembra essere solo un ricordo dove la definizione identitaria culturale e di pensiero erano apparentemente chiare. La possibilità di fare progetti è, rispetto al passato, costretta in tempi molto più limitati, a causa della rapidità con cui anche il digitale sta cambiando il mondo del lavoro. Condizione che acuisce ulteriormente lo stato di ansia in cui viviamo, mostrandoci un futuro vago e liquido, come direbbe il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman. Un futuro nel quale le poche istituzioni sociali rimaste sembrano comunque destinate a soccombere sotto il peso di un individualismo sempre più vischioso.

Zygmunt Bauman

La deriva paradossale a cui stiamo assistendo è che mentre questo stress di vivere i nostri tempi sia più che condivisibile e concreto, tra un trauma e l’altro piuttosto che provare a salvare il salvabile, oggi in molti scelgono di buttarsi sul divano a scrollare i social e far finta di niente. Che la reazione ai recenti avvenimenti sia di ritirarsi in se stessi per elaborare i propri traumi è più che normale, anzi è proprio attraverso questa riflessione che forse sarà possibile veder emergere nuovi valori e norme sociali, il problema è che il goblin mode non sembra muoversi in questa direzione. Elaborare i propri traumi, infatti, significa migliorare se stessi, mentre il diritto di fare schifo non fa altro che accentuare la piega nichilista che la società ha preso da tempo, promuovendo l’immobilità e l’indifferenza, come fossero una sorta di difesa dell’Io.

Nell’ipotesi che a breve si incontreranno davvero gli alieni mi immagino allora nei loro panni e sono sicura che, una volta atterrata sulla Terra, difficilmente resisterebbero davanti a persone così disfattiste e traumatizzate, stravaccate sul divano in attesa della fine del mondo. Fossi in loro me ne andrei subito senza neanche salutare.

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