In Africa migliaia di giovani stanno rischiando la vita protestando per una rivoluzione democratica - THE VISION

“Noi dimostreremo al mondo ciò che può fare il nero quando lavora nella libertà e faremo del Congo un centro che irradia luce su tutta l’Africa”. Era il 30 giugno del 1960 quando l’eroe congolese della decolonizzazione, Patrice Lumumba, (fatto assassinare dalla Cia a sei mesi dal suo insediamento a premier), pronunciava un discorso storico davanti a re Baldovino del Belgio. Il Congo belga aveva arricchito Bruxelles per 80 anni di dominio coloniale, prima come possedimento personale della famiglia reale del Belgio e poi come colonia del Paese, grazie ai suoi ricchi giacimenti di oro, diamanti e uranio. Le parole e le gesta di Lumumba ebbero un impatto enorme su molti abitanti dell’Africa, ma questo non bastò per evitare il declino dell’ideale panafricano. 

Le speranze di pace, prosperità e libertà in Congo, così come in Nigeria, in Angola, in Ciad, in Mali, furono deluse immediatamente dopo la decolonizzazione, quando la guerra fredda si allargò all’Africa. Ai colonizzatori europei subentrarono despoti locali sostenuti dalle super potenze mondiali. In Congo Mobutu Sese Seko sarà dal 1960 al 1997 “un leader sanguinario, capriccioso ed incapace”, capace di gettare il Paese in una crisi profonda. Parabola toccata anche a molti altri Paesi del Continente, dalla Repubblica Centrafricana di Jean Bédel Bokassa al Sudan di Omar al-Bashir. 

Mobuto Sese Seko
Omar Hasan Al Bashir

Il 1960 resta comunque l’anno dell’Africa, in cui 17 Paesi riuscirono a sottrarsi al dominio di Regno Unito, Francia e Belgio. Forze rivoluzionarie guidate da leader capaci e carismatici  riuscirono a sovvertire le sorti di un continente asservito all’Europa. Ma l’euforia della decolonizzazione si esaurì rapidamente e a  62 anni di distanza i popoli africani, governati ancora da partiti e  leader corrotti e violenti, collusi con un business neocoloniale che li foraggia, tentano una nuova rivoluzione. Più frammentata e meno ideologica, ma molto capillare. Le rivoluzioni – non solo quelle armate, ma anche quelle culturali – si ripetono ogni 50-60 anni e quelle attuali sembrano essere di nuovo gli anni dell’Africa. Gli anni dei giovani stanchi di gerontocrazia e presidenti a vita. Dal 2010 a oggi, nella quasi indifferenza dell’Europa, in Africa stanno avvenendo trasformazioni epocali sul piano della lotta sociale e delle rivolte dal basso. Non solo in Nord Africa e nel Maghreb, ma soprattutto nell’Africa Subsahariana. Migliaia di giovani che possiedono smartphone, profili social, e sono in rete con il resto del mondo, stanchi di soprusi, organizzano da anni proteste, atti di dissenso, cortei. Si coordinano in campagne social, twitter storm e poi scendono ripetutamente in piazza, mettendo a rischio le loro vite. Senza che questo scuota la comunità internazionale. 

Avviene in Angola, in Uganda, in Congo, in Ciad, in Kenya, e Mali, dove i manifestanti si oppongono al vecchio mondo fatto di potere, economia predatoria e neocolonialismo, stanchi di sistemi di polizia repressivi e corruzione. Protestare in Africa significa il più delle volte mettere in conto la morte e la prigione o la sparizione. In Uganda si parla di ritorno ai Dark Days degli anni del regime di Idi Amin dopo la sparizione di oltre 200 giovani che protestavano per la contestata rielezione del presidente 76enne Yoweri Museveni, in carica dal 1986. E non è vero, come sostengono alcuni, che la protesta africana sia incapace di farsi politica: lo ha dimostrato il leader 39enne dell’opposizione Bobi Wine, ex pop star e avvocato ugandese, il cui vero nome è Robert Kyagulanyi , che ha provato in ogni modo a impedire il sesto mandato di Museveni presentandosi alle elezioni del 14 gennaio 2021. Il suo movimento People Power, nato nel 2017, è confluito nella National Unity Platform che ha partecipato al voto e ha sempre denunciato l’abuso di potere ai vertici e lo Stato di polizia permanente del Paese. Il dramma è che queste contestazioni non raggiungono la società civile occidentale perché non hanno voce. E la stampa gliene fornisce pochissima. Bobi Wine è un volto molto noto in Africa, ma è raro faccia notizia oltre i confini africani. Anche nell’indifferenza del resto del mondo, i giovani ugandesi continuano a manifestare la loro opposizione nonostante la repressione violenta da parte delle forze di sicurezza.  

Le rivolte proseguono anche a Luanda, capitale dell’Angola, dove per anni i dos Santos (Eduardo e sua figlia Isabel, a lungo la donna più ricca dell’Africa, al potere fino al 2017) hanno costruito un impero miliardario a scapito dei loro cittadini. Durante una manifestazione del novembre 2020, due noti attivisti – Nito Alves e Laurinda Goveia – sono stati feriti gravemente in strada e un ragazzo è rimasto ucciso. Human Rights Watch ha denunciato ripetutamente gli abusi della polizia del Paese, chiedendo che “il governo indaghi sull’uso arbitrario e letale della forza per individuare i responsabili”. I giovani angolani dopo lo scandalo dei Luanda Leaks, che hanno messo in crisi la rete di affari di Isabel Dos Santos, hanno deciso di non poter sopportare oltre la corruzione dilagante del loro governo e continuano a protestare contro quella che indicano come la principale causa di povertà del loro Paese. Ma tutta questa indignazione ha bisogno di essere vista e sostenuta. “Il dato più importante è la carica d’urto da parte di tanti giovani africani,” spiega Filippo Ivardi, comboniano e direttore del mensile Nigrizia. “C’è voglia di cambiamento: l’età media è di 19,7 anni in Africa. È la forza di un continente che a livello demografico raddoppierà le sue stime di crescita entro il 2050”. Per questo Ivardi si unisce all’appello di quanti chiedono “presidenti a vita, liberate i giovani!”.  

L’economista Success Masra, oppositore politico in Ciad del dittatore Idriss Deby, ucciso il 20 aprile 2021 in uno scontro a fuoco contro dei miliziani del Front pour l’alternance et la concorde au Tchad, denuncia infatti che “gli africani di oggi sono governati dai loro nonni e bisnonni. In Ciad siamo stati attaccati dentro la nostra stessa sede, arrestati e torturati. Perché? Perché chiediamo giustizia”. Le grandi potenze continuano però a sostenere i dittatori a vita perché con i vecchi dittatori corrotti continuano a fare affari miliardari, drenando molti Paesi del Continente di preziose materie prime. Le multinazionali occidentali, e in modo sempre più massiccio quelle cinesi, sono infatti parte del processo di neo-colonizzazione e il motivo per cui le rivoluzioni africane vengono ostacolate. La democrazia in Africa non piace a chi fa affari con dittatori e governi corrotti che garantiscono lo status quo. 

E perciò somiglia davvero al movimento della decolonizzazione degli anni Sessanta questo variegato universo anti-despota africano, che con coraggio cerca di portare a termine le sue battaglie nonostante i mille ostacoli. Il collegamento tra un gruppo e l’altro è ancora troppo debole quando non del tutto assente, ma è evidente che siamo di fronte agli eredi dei rivoluzionari che hanno conquistato l’indipendenza dell’Africa. Rispetto al passato i movimenti giovanili del Duemila sono più trasversali e non verticistici: non emerge il singolo leader del congolese  Lucha, Lutte pour le changement, per esempio, ma l’intero gruppo. E questo è anche un grande vantaggio perché questi movimenti non possono essere ‘decapitati’ colpendone i singoli leader, come accaduto in passato. 

Lucha rappresenta un gruppo importante, conosciuto anche all’estero, che si batte dal 2015 per “una Repubblica Democratica del Congo migliore”. Il che ha significato anzitutto schierarsi massicciamente contro Joseph Kabila – al potere dal 2001. Kabila ha saccheggiato il Congo creando un suo personale impero e usando il consenso di tutto il mondo occidentale che lì ha forti interessi commerciali per il controllo dei giacimenti di diamanti, coltan, cobalto, gas e rutilio, soprattutto nelle regioni del Nord Kivu e nel Katanga. Da quando nel gennaio 2019 a Kabila è subentrato Félix Tshisekedi le cose non sono affatto cambiate, e Lucha continua la sua lotta, sostenuta da Human rights defenders e altre organizzazioni internazionali.  

Di fronte all’impegno di questi attivisti non possiamo più mostrarci indifferenti, ma dovremmo schierarci, sostenerli per difendere i diritti di chi non vuole più subire la volontà di despoti in carica da decenni: davanti a noi abbiamo un’Africa consapevole, orgogliosa, emancipata e molto giovane. Non è vero che manca loro la forza politica per trasformare la contestazione in alternativa politica: è vero che l’opposizione è schiacciata e repressa ancora prima di arrivare alle urne. Dobbiamo aiutarli perché questo non accada più.

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