
Nel Medioevo, la figura del servo della gleba incarnava una contraddizione legale: non era uno schiavo, ma neppure un uomo pienamente libero. La sua esistenza era indissolubilmente legata alla terra che coltivava: non poteva abbandonarla, scegliere la propria professione, né immaginare un futuro diverso per i suoi figli. Questa condizione, originariamente delineata dalla legislazione di Diocleziano, si era consolidata e irrigidita nel corso dei secoli, imponendo ai contadini regole sempre più ferree per l’intera durata della loro vita. Quella che in origine era stata una sorta di libero scambio – il contadino cedeva parte della sua libertà e del suo lavoro in cambio di protezione e di un appezzamento di terra – degenerò in soprusi. I nobili imponevano quote di raccolto arbitrarie, ignorando carestie, guerre o condizioni avverse che potevano variare la produttività del raccolto. I contadini non potevano sposarsi e disporre liberamente della propria persona senza il benestare del signore, chi tentava di fuggire verso le città rischiava la condanna a morte. Tutte queste “cattive usanze” creavano un sistema oppressivo, sostenuto anche dalla Chiesa, che a scapito dei suoi precetti morali, difendeva i privilegi feudali per tutelare il proprio potere, ignorando il disagio dei più deboli. Solo con l’Illuminismo e le rivoluzioni moderne, quando l’ideale di libertà divenne incompatibile con il vincolo personale, iniziò lo smantellamento di questa istituzione.

A distanza di secoli, in un contesto radicalmente diverso, le Big Tech stanno costruendo un confine sorprendentemente simile a quello che i servi medievali erano costretti a riconoscere nella terra che dovevano coltivare. La promessa di un internet libero e di un linguaggio democratico, con cui questa nuova invenzione aveva inaugurato il millennio, si è progressivamente incrinata negli ultimi dieci anni. Come ha fatto notare Adrian Fartade, che divulga temi scientifici parlando soprattutto di spazio e astronomia, oggi non possediamo più nulla. Su internet, sempre meno elementi ci appartengono: quasi tutto è in abbonamento. Per continuare a usufruire di servizi e contenuti, paghiamo canoni periodici o cediamo dati, contenuti, tempo. È la nuova forma di tributo che ci permette di coltivare il nostro appezzamento digitale sul quale però non abbiamo alcun diritto di proprietà. Un aggiornamento dell’algoritmo o una decisione unilaterale può cancellare in un istante anni di lavoro e relazioni. Non versiamo sacchi di grano, ma immagini, testi, like, contenuti digitali. Ogni click diventa una corvée invisibile, un lavoro gratuito che arricchisce pochi signori dell’algoritmo. Le piattaforme digitali stanno progressivamente diventando i nuovi feudi: spazi apparentemente infiniti, ma governati da condizioni opache e non negoziabili. I nostri dati, le nostre conversazioni, la nostra stessa memoria risiedono su server privati e possono essere oscurati o rimossi senza spiegazioni.

Il parallelismo non è mera retorica. Come nel Medioevo, la reciprocità è illusoria: riceviamo un ambiente in cui vivere e interagire, ma in cambio cediamo molto più di quanto otteniamo. Libri, film, musica non sono più nostri, ma concessi in streaming. Software e applicazioni sono in abbonamento. Persino le nostre reti sociali e politiche esistono per intermediazione delle piattaforme. Ci percepiamo consumatori con diritti, ma siamo vassalli che accettano contratti capestro mascherati da libertà di scelta. E qui sta la genialità del nuovo feudalesimo: mascherare il vincolo sotto l’apparenza della libertà. Il servo medievale era obbligato a restare nella gleba; il cittadino digitale non può abbandonare i social senza perdere contatti, lavoro, appartenenza. L’uno pagava tributi, l’altro produce contenuti. Entrambi lavorano su una terra non loro, a beneficio del padrone.
Il cuore del potere feudale era la concentrazione: pochi signori dominavano intere comunità. Oggi, la concentrazione è ancora più estrema: cinque o sei multinazionali tecnologiche controllano le infrastrutture digitali globali, decidono chi può parlare, cosa può circolare, quali voci vanno silenziate. E lo si è visto con la limitazione dei contenuti a favore della Palestina o con il divieto di accesso negli USA per le persone che hanno postato contenuti critici nei confronti dell’amministrazione Trump. Come nel Medioevo, i padroni distribuiscono bonus simbolici: visibilità, badge, follower, like. Un salario immateriale che alimenta dipendenza e conformismo. Ma la relazione rimane asimmetrica: il servo non poteva emanciparsi senza una rivoluzione culturale; il cittadino digitale non può liberarsi senza una nuova coscienza critica. Il paradosso è che, come allora, questa condizione sembra naturale. Per secoli la servitù della gleba fu percepita come inevitabile, la Chiesa si premurava che tutti la reputassero una condizione voluta da Dio. Oggi viviamo lo stesso: un capitalismo digitale che appare razionale e benefico, ma che di fatto lega le nostre vite a condizioni non negoziabili. Il problema non è la pesantezza del tributo — tempo, dati, attenzione — ma l’incompatibilità tra l’ideale di libertà proclamato e la realtà di dipendenza vissuta, con tutte le implicazioni politiche che questo dato può avere sulle nostre democrazie.

Il feudalesimo digitale diventa ancora più interessante con il nuovo utilizzo dell’intelligenza artificiale. Non più solo piattaforme, ma sistemi capaci di calcolare, prevedere, orientare. Alan Turing, nel 1950, immaginava macchine in grado di conversare come esseri umani: oggi i modelli linguistici come Chat GPT si avvicinano a quella soglia. Rispondono a domande, producono testi complessi, simulano ragionamenti. Ma ancora non comprendono, calcolano e proprio per questo possono diventare strumenti molto potenti di controllo. I loro algoritmi imparano dai nostri comportamenti, registrano pattern, anticipano i nostri gusti, orientano le nostre scelte. In questo senso, l’intelligenza artificiale è l’aratro dei nuovi feudi digitali: scava solchi invisibili nei nostri percorsi cognitivi e sociali, delimitando ciò che vediamo e ciò che non vediamo.
C’è un ulteriore aspetto che richiama direttamente la condizione feudale: la mancanza di trasparenza. Così come i servi della gleba non conoscevano le decisioni che regolavano la loro vita, oggi gli utenti non conoscono le logiche dell’algoritmo che li governa. Le distorsioni che i sistemi di AI possono creare non sono effetti collaterali. Un algoritmo che prevede i comportamenti non distingue tra macchine e persone. In un impianto industriale, questo può essere un vantaggio: permette di prevenire guasti, ottimizzare costi, rendere più sicuri i processi. Ma applicato alla società, lo stesso meccanismo diventa una forma di discriminazione sistematica. Se un ragazzo di un quartiere povero viene trattato come potenziale delinquente perché “in media” il suo gruppo sociale ha certe caratteristiche, quella previsione diventa destino. Non è più una possibilità statistica: è una condanna.

Ma, a differenza del passato, oggi esiste la possibilità di reagire. Non basta tassare a posteriori o affidarsi all’etica delle stesse aziende che creano dipendenza. Serve ridisegnare l’intero ecosistema dell’innovazione, impedendo che il potere resti concentrato in pochi feudi tecnologici. Gran parte delle tecnologie che usiamo – internet, GPS, touchscreen – sono nate da investimenti pubblici. Ma i colossi che ne hanno beneficiato eludono tasse e drenano competenze dal settore pubblico, impoverendo gli Stati e privandoli della capacità di regolare.
La via d’uscita non è rinunciare all’innovazione, ma riprenderne il controllo. Un’idea è quella di Eurostack che vorrebbe costruire un’infrastruttura europea che gestisca cloud, chip, IA e dati come beni comuni. Un’altra – a cui la Commissione europea ha rinunciato per sottomettersi al volere di Donald Trump – è quella di tassare i giganti del web; e, allo stesso modo, obbligare i gatekeeper a rivelare il funzionamento dei loro algoritmi non è burocrazia, ma il primo passo per restituire ai cittadini la possibilità di capire e scegliere. Il feudalesimo digitale non è solo un problema di privacy o di mercato, ma una questione di democrazia. Quando poche aziende decidono chi ha diritto di esistere online e cosa può vedere, non si è più cittadini, ma sudditi. Il servo medievale non poteva liberarsi da solo: servivano rivoluzioni culturali e sociali. Anche oggi serve lo stesso: un movimento capace di reclamare l’IA come bene pubblico, rompere il monopolio della sorveglianza, orientare la tecnologia al bene comune. Non si tratta di scegliere tra innovazione e regolamentazione. Si tratta di decidere che tipo di società vogliamo. Dovremmo chiederci se vogliamo un futuro di vassalli digitali, prigionieri di rendite algoritmiche o una cittadinanza digitale libera, consapevole, democratica. La risposta a questa domanda determinerà non solo il destino della tecnologia, ma la qualità della nostra libertà.