Avere legami stretti è uno dei predittori più frequenti di felicità. Gli psicologi infatti raccomandano spesso di dare priorità ai rapporti sociali per vivere una vita più felice, eppure i dati che li mettono in relazione con il benessere presentano un’ambiguità: le persone che vivono in luoghi in cui i legami tendono a essere più stabili non sono necessariamente più felici. Per esempio, nonostante il fatto che Paesi come gli Stati Uniti e la Svezia abbiano tassi di divorzio più alti rispetto ad altri, le persone riferiscono anche di essere più felici lì che in molte altre parti del mondo. Nelle culture collettiviste le relazioni sono descritte tipicamente come più importanti rispetto a quanto accade negli Usa, ma in molti casi chi ci abita è meno soddisfatto.
Come si spiega tutto ciò? Un indizio ci arriva da quanto osservato in Ghana dallo psicologo statunitense Glenn Adams. Adams continuava a vedere adesivi sul retro delle auto che avvertivano le persone di guardarsi dagli amici. Uno diceva: “Ho paura dei miei amici. Anche di te”. Accanto all’avvertimento c’era disegnato un dito minaccioso che puntava verso il lettore. Adams ne era incuriosito. Era una convinzione marginale o una percezione condivisa da molte persone in quel Paese? Per scoprirlo fece una semplice ricerca. Chiese ad alcuni studenti universitari negli Stati Uniti e in Ghana se avessero nemici nella loro cerchia sociale, ovvero “persone che ti odiano personalmente al punto da desiderare la tua rovina o cercare di sabotare i tuoi progressi”. I risultati delle risposte riflettevano effettivamente la presenza o meno di quegli adesivi: in Ghana, il 79% degli intervistati disse di avere un nemico; negli Usa solo il 17%. Quando altri psicologi approfondirono la questione, scoprirono che non riguardava solamente il Ghana. Per esempio, gli studenti di Hong Kong erano più propensi rispetto agli statunitensi nel concordare con affermazioni come: “Sono un bersaglio per i nemici” e “Le persone che affermano di non avere nemici sono ingenue”. Un’altra ricerca rilevò che i canadesi, come la maggior parte degli statunitensi, erano in gran parte in disaccordo con le stesse dichiarazioni. Quando Adams chiese ai partecipanti del suo studio di raccontargli di più su chi percepivano come nemico, scoprì che gli americani menzionavano spesso il fatto di allontanarsi da queste persone. Un partecipante gli disse: “Non riesco proprio a capire perché si dovrebbe continuare a interagire con qualcuno che non si sopporta”.

Questa citazione introduce un concetto che noi e i nostri colleghi abbiamo esplorato con diversi studi: la mobilità relazionale. L’idea è che alcune culture abbiano legami più flessibili di altre, in cui le persone hanno una maggiore libertà di scegliere con chi vogliono stare e di chiudere con chi non gradiscono più. Altre società, invece, hanno una mobilità relazionale più bassa: i rapporti sono più stabili e duraturi, le connessioni sociali sono sicure, ma si ha meno possibilità di scelta al loro interno. Anche se si è infelici, dunque, si tende comunque a restarci dentro.
La libertà nelle culture ad alta mobilità relazionale si estende a diversi tipi di connessioni sociali. In queste società le persone incontrano più conoscenti, hanno più partner romantici, divorziano più spesso e cambiano lavoro più frequentemente. A volte questa mobilità consiste semplicemente nel cambiare le persone con cui si interagisce, ma altre volte vuol dire fare le valigie e lasciare la città, trasferirsi. In uno studio che ha misurato il fenomeno in 39 culture diverse in tutto il mondo, io, Thomas Talhelm e altri colleghi abbiamo intervistato circa 17mila persone. I partecipanti hanno espresso il loro livello di accordo con diverse affermazioni legate a cosa significhi nel loro contesto iniziare e terminare relazioni, per esempio se fosse facile “incontrare nuove persone”, oppure se “spesso non si ha altra scelta che rimanere all’interno di gruppi che non si gradiscono”. In alcuni Paesi, tra cui Brasile, Messico, Svezia e Stati Uniti, i risultati hanno indicato che la mobilità relazionale era la norma. In altri, come Egitto, Giappone e Malesia, è emersa una maggior rigidità delle relazioni. Stavamo misurando la percezione che le persone hanno del loro ambiente sociale, ovvero le regole non scritte che governano le relazioni, ma diverse culture sono caratterizzate anche da diverse regole esplicite, che ne influenzano la mobilità relazionale. Per esempio, i tribunali nelle Filippine e in India non permettono a un marito o a una moglie di chiedere unilateralmente il divorzio se non c’è una colpa da parte di uno dei due coniugi. E in Giappone per affittare un appartamento spesso è richiesto al locatario di pagare commissioni equivalenti a tre mensilità di affitto che non verranno mai restituite: un forte disincentivo a cambiare spostarsi di anno in anno.

I risultati sull’essere “nemici-amici” suggerivano che avere la flessibilità di interrompere determinate relazioni – in particolare con chi non ci piace o che non ci apprezza – potrebbe essere positivo per il nostro benessere. Sebbene vivere all’interno di società che offrono tale flessibilità possa portare ad avere relazioni meno stabili nel tempo, offre anche la libertà di troncare rapporti infelici e maggiori opportunità di incontrare nuove persone. Questo tipo di “mercato libero” delle relazioni potrebbe permettere di stringere legami più appaganti dal punto di vista emotivo e favorire così comportamenti relazionali più positivi. Per esempio, chi vive in culture a mobilità relazionale più alta è più propenso ad affermare che confida ai suoi amici più stretti i propri segreti, come fallimenti e preoccupazioni, che condivide interessi e hobby con loro e che nutre maggior fiducia verso gli altri. Questi risultati sulla fiducia si collegano al sospetto riportato in Ghana e a come molti partecipanti statunitensi trovassero difficile persino capire come qualcuno potesse tenere un nemico all’interno della propria vita.
Il nostro team di ricerca – che includeva anche Alexander Scott English, Yan Zhang, Xuyun Tan, Jiong Zhu e Junxiu Wang – ha recentemente testato la correlazione tra relazioni sociali e benessere, confrontando i punteggi legati alla mobilità relazionale nel mondo con i sondaggi sulla felicità. E in effetti, le persone in quelle società in cui il fenomeno mostra una tendenza più alta tendono anche a riportare livelli di soddisfazione più elevati. Naturalmente, una difficoltà riscontrata nel confrontare diverse nazioni sparse nel mondo è che esistono molte altre differenze tra luoghi come la Svezia e il Giappone. La mobilità relazionale è una, ma la Svezia ha anche una storia religiosa diversa, un clima differente e una diversa cultura dell’equilibrio tra vita privata e lavorativa. Possiamo – e lo abbiamo fatto – utilizzare metodi statistici per tener conto di potenziali fattori di disturbo come lo sviluppo economico, le disuguaglianze e l’educazione, ma siamo comunque legati a variabili per cui sono disponibili buone statistiche. Un modo per superare questo ostacolo è fare un confronto tra regioni all’interno dello stesso Paese. Per farlo, abbiamo collaborato con i ricercatori dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali a Pechino, intervistando più di 22mila persone in 328 diverse prefetture cinesi. I partecipanti ci hanno parlato della mobilità relazionale nel luogo in cui vivono, oltre a dettagli personali come reddito e istruzione. Hanno anche condiviso il loro grado di felicità, indicando il loro livello di accordo o disaccordo con alcune semplici affermazioni, come: “Nel complesso, sono una persona felice” e “Per molti aspetti, la mia vita è vicina al mio ideale”. Come nei risultati osservati a livello globale, abbiamo scoperto che chi viveva in prefetture cinesi con maggiore mobilità relazionale tendeva ad avere livelli più alti di benessere.

Ma che dire della questione del rapporto causa-effetto? Vogliamo scoprire se la mobilità relazionale renda davvero le persone più felici, ma non possiamo agire con una bacchetta magica per cambiare le società del mondo e vedere cosa accade. Il mondo, infatti, non è il nostro laboratorio. Come opzione successiva, però, possiamo monitorare i cambiamenti nel tempo, e vedere se quelli relativi alla mobilità relazionale precedono quelli sulla felicità. Esiste un parallelo con i limiti della ricerca sul fumo: è eticamente scorretto costringere le persone a fumare per vedere se svilupperanno il cancro ai polmoni, quindi gli epidemiologi monitorano nel tempo il consumo di sigarette e la salute delle persone per vedere se il tabagismo tende a precedere le diagnosi di cancro.
Con la mobilità relazionale abbiamo seguito una strada simile, intervistando degli studenti iscritti in tredici diverse università cinesi. Alcuni di loro per studiare si sono trasferiti in atenei situati in prefetture in cui il fenomeno era alto, altri in contesti dove era minore. Il momento del trasferimento all’università è un periodo di grande adattamento: le persone cercano di integrarsi ed è comune che gli studenti provino ansia e depressione. Sospettavamo che l’adattamento sarebbe stato più facile per chi si trasferiva all’interno di comunità con una maggiore mobilità relazionale. E se appena arrivati all’università, i ragazzi delle prefetture più flessibili a livello relazionale erano solo leggermente più felici degli altri, nei tre anni successivi abbiamo scoperto che questo divario di benessere si ampliava in modo significativo. Lo studio ci ha anche offerto un’idea sul perché le persone tendono a essere più appagate se si trasferiscono in posti con maggior mobilità relazionale. Gli studenti in questi ambienti riferivano che era più facile fare amicizia, e le loro dichiarazioni sul riuscire a stringerne di nuove predicevano un aumento del benessere. Nell’impossibilità di eliminare come per magia altre variabili importanti, la ricerca ha comunque offerto prove convincenti sull’idea che essere flessibili nei rapporti renda le persone più serene.

Se la mobilità relazionale aumenta il benessere, questo solleva la domanda sul motivo per cui esistano culture a bassa mobilità, e se essa sia in qualche modo un difetto culturale. Ma secondo noi non lo è. Le società con questa caratteristica tendono semplicemente a emergere in ambienti più minacciosi, che per esempio presentano tassi più alti di malattie, guerre e disastri naturali. Ciò suggerisce che avere relazioni fisse e stabili potrebbe aiutare le persone a superare i periodi difficili. Un altro dato che suggerisce un lato funzionale della stabilità relazionale è che è comune in culture con una storia di coltivazione del riso, come in Corea e nelle Filippine. Questa attività, nello specifico, non è una minaccia, come un terremoto o una guerra, ma storicamente ha sempre richiesto più lavoro e coordinazione rispetto alla coltivazione di altri cereali come frumento e mais. Il lavoro in risaia si basava su reti di irrigazione che i contadini dovevano gestire insieme. In un sistema del genere, le persone avevano bisogno di potersi fidare le une delle altre per portare il cibo in tavola. Ed erano fondamentalmente costrette a stare insieme. Le relazioni stabili delle culture a bassa mobilità probabilmente le aiutavano a far fronte alle esigenze della coltivazione del riso, da cui dipendeva la loro sopravvivenza. Una società in cui le relazioni erano più fisse gli agricoltori sapevano di poter contare gli uni sugli altri, anche se non sempre gradivano o sceglievano le proprie connessioni sociali.

Le nostre ricerche suggeriscono quindi che la bassa mobilità relazionale non sia un disturbo: sembra essere invece un adattamento utile per unire le persone nell’affrontare le sfide. Tuttavia, la sua funzione non è quella di renderci felici, almeno non in periodi di sicurezza. Ciò che stiamo imparando sul fenomeno e il suo legame con il benessere potrebbe spingerci a riflettere sulla nostra esperienza personale, se per esempio ci sentiamo bloccati da legami che rendono quegli adesivi pessimisti sui paraurti ghanesi un consiglio utile. Le differenze culturali legate alla mobilità relazionale riflettono in parte una realtà concreta: nei contesti più flessibili si registra un maggior numero di persone che cambiano casa e si moltiplicano i gruppi su chat dedicati a incontri e socializzazione. Tuttavia, queste differenze abitano anche la nostra mente, influenzando le convinzioni su quanto possiamo spostarci e su come potrebbe andare se ci aprissimo a conoscere nuove persone. Ma queste certezze non sono sempre accurate. Uno studio, per fare un altro esempio, ha scoperto che incoraggiare i pendolari di un treno a parlare con uno sconosciuto li faceva sentire più felici, contrariamente alle loro aspettative. Chi di noi fosse interessato ad aggiungere un po’ più di mobilità alla propria vita sociale, potrebbe semplicemente iniziare a farlo, convincendosi che probabilmente lo renderà davvero più felici.
Questo articolo è stato tradotto da Psyche