Alcuni giorni fa l’Onu ha finalmente denunciato, per la prima volta esplicitamente, la carestia in atto nella Striscia di Gaza, tra le proteste di Benyamin Netanyahu che, con il suo ministro della Difesa Israel Katz, continua a rimarcare come, in mancanza del rilascio di tutti gli ostaggi israeliani e della resa di Hamas, l’esercito procederà a distruggere Gaza. Quella delle Nazioni Unite non è un’opinione spinta dall’emotività, ma una valutazione basata sui criteri dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) – sistema internazionale di riferimento sostenuto dalle Nazioni Unite e impiegato per classificare la gravità dell’insicurezza alimentare e della malnutrizione – secondo cui si dichiara ufficialmente una carestia quando almeno il 20% delle famiglie si trova in una condizione di estrema mancanza di cibo, almeno il 30% dei bambini soffre di malnutrizione acuta e ogni giorno almeno due persone su 10mila muoiono a causa di “fame conclamata”.

In base a questi criteri, a partire dall’anno di fondazione dell’IPC, il 2004, fino a oggi, si contavano quattro carestie, l’ultima delle quali in Sudan – cominciata lo scorso anno – in una vicenda colpevolmente e gravemente trascurata dall’attenzione mediatica e dal dibattito pubblico. Ora è il momento di Gaza, anche se ovviamente il governo israeliano non si lascia intenerire e porta avanti i suoi piani: sarebbero coinvolte dalla carestia Gaza City e alcune aree del sud e del centro della Striscia, mentre per il nord i dati disponibili non sono sufficienti a stabilirlo, ma gli operatori umanitari nella zona sottolineano che la situazione lì sia persino peggio. Non si tratta di una semplice conseguenza delle azioni di guerra in atto in Palestina, anche se già di per sé questo dovrebbe essere un motivo più che sufficiente per fare un passo indietro da un’azione la cui disumanità ha raggiunto livelli tali che persino la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni, parlando al Meeting di Rimini, ha detto che le sue dimensioni non sono proporzionate al diritto di Israele a difendersi.
C’è dell’intenzionalità nell’affamare un intero popolo a morte: se così non fosse, se non altro, la potenza occupante, vedendo quello che accade sotto i suoi occhi, cercherebbe di proteggere la popolazione, invece di colpire i civili in fila per ricevere gli aiuti alimentari internazionali e invece di bloccare l’accesso ai mezzi che li portano, arrivando persino a usare gli aiuti stessi come trappola per attirare le persone in aree militarizzate o sovraffollate, particolarmente pericolose. Ed è ancora più tremendo che a perpetuare questo crimine sia un popolo che l’ha subito da vittima sulla sua pelle, meno di un secolo fa. La storia è funestata da casi simili e praticamente tutti hanno in comune un fattore non indifferente: la (almeno parziale) responsabilità di una potenza coloniale, che utilizza la fame e la carestia come strumento per controllare e cercare di annientare una popolazione.

Ne è un esempio la Grande Carestia che tra il 1845 e il 1852 colpì l’Irlanda – all’epoca territorio di proprietà britannica – vittima di un’epidemia di peronospora della patata, per la gran parte della popolazione il fondamento dell’alimentazione quotidiana e – anche a causa di un sistema economico che faceva acqua da tutte le parti – quasi unico pilastro su cui si reggeva il Paese. In quel contesto già critico, i britannici esportavano prodotti alimentari dall’Irlanda, aggravando la scarsità, tanto che, se all’inizio fu la peronospora a causare la fame nell’isola, col passare del tempo la responsabilità si spostò sempre di più sulle politiche britanniche; solo quando la gravità della situazione era ormai palese, poi, le autorità avviarono alcune mense popolari scarsamente finanziate e alcuni progetti di lavori pubblici per dare lavoro alle fasce di popolazione irlandese più duramente colpite, ma si trattò di soluzioni a spot, senza un piano di lungo periodo. Così alla fine, oltre ai morti, si contarono svariate centinaia di migliaia di emigrati, un fenomeno che contribuì all’ulteriore sfilacciamento del tessuto socio-economico della nazione.
Anche questo è un fattore ricorrente: non è mai possibile annientare del tutto un popolo – nemmeno gli organizzatissimi nazisti ce l’hanno fatta – e allora per dominarlo si cerca di reciderne i legami, distruggerne l’economia, minarne la tenuta sociale, fiaccarne la resistenza. Proprio la Gran Bretagna, tra le maggiori potenze coloniali al mondo, ha applicato più volte questa tecnica, cogliendo al volo l’occasione fornita da una calamità naturale per aggravarne le conseguenze. Ne è un esempio la carestia del Bengala del 1943, in India orientale, che non è commemorata da musei, monumenti o targhe, dato che è stata ampiamente trascurata dall’attenzione internazionale – e ancora è oggi poco nota – in parte perché i britannici, che ebbero il controllo coloniale dell’India fino al 1947, non se ne preoccuparono troppo, in parte perché si confuse tra le altre tragedie che colpirono l’India negli anni Quaranta, nel complesso periodo bellico e post-bellico: dalle rivolte interne del 1946, in cui morirono migliaia di persone, alla divisione della neo-indipendente India dal Pakistan, anche questa accompagnata da disordini e morti; nel 1947 sarebbe seguita la divisione del Bengala stesso, tra tra India e Pakistan Orientale, che più tardi avrebbe preso il nome di Bangladesh.

Il riso, alimento base per la popolazione indiana, nel 1942 subì importanti aumenti di prezzi – anche legati al blocco delle importazioni provenienti dalla Birmania, invasa dal Giappone, e all’aumento della domanda interna, dovuta all’arrivo di migliaia di soldati – prima ancora dell’arrivo di cicloni particolarmente violenti nell’autunno; questi fattori, insieme, provocarono la moria di almeno tre milioni di persone. Non si può, però, ignorare il ruolo britannico: temendo un’invasione giapponese, in India i britannici cominciarono a confiscare il riso – tra le altre cose – sia per impedire alla forza nemica di accedere alle risorse, sia per destinarlo all’esercito; i prezzi, quindi, salirono ulteriormente, in un contesto segnato dal devastante ciclone dell’ottobre 1942 che distrusse gran parte dei raccolti, e dalle malattie delle colture. Solo a fine 1943 le autorità britanniche di stanza in India adottarono qualche misura riparativa e di sostegno alimentare alla popolazione: troppo tardi. Nel frattempo, agli ufficiali che sul territorio chiedevano aiuto al governo centrale britannico, Winston Churchill – un personaggio estremamente controverso, ma che ancora oggi gode della nomea di grande statista – rispondeva che la colpa era degli indiani che “figliavano come conigli”.

Ovviamente, questa strategia non è una peculiarità britannica: un esempio storico drammatico riguarda, infatti, l’Unione Sovietica, dove Holodomor è il termine – derivato dall’espressione moryty holodom, letteralmente “infliggere la morte mediante la fame” – che indica la morte di un numero indefinito di ucraini tra il 1932 e il 1933: secondo alcuni studi le vittime sarebbero di oltre 2 milioni e mezzo, secondo le autorità ucraine addirittura quasi 7 milioni tra i morti per fame e quelli per le conseguenze indirette della situazione. Al di là delle cifre esatte, oggi sappiamo che si trattò dell’effetto disastroso delle colpe dell’Unione Sovietica, all’epoca guidata da Stalin: una combinazione esplosiva della politica di collettivizzazione forzata e di una deliberata scelta di Stalin per reprimere le spinte nazionaliste dell’Ucraina – sottoposta a politiche di russificazione forzata, come tutte le nazionalità dell’Urss – e mantenere il controllo sulla regione, fortemente agricola (e, quindi, preziosa), ma dove all’inizio degli anni Trenta si registrarono circa 4mila manifestazioni di massa contro la collettivizzazione, la politica fiscale e le requisizioni, evidente segnale di insofferenza e di desiderio di indipendenza.
Le autorità sovietiche confiscarono le scorte di grano e alimentari per punire i contadini per il fallimento del piano statale di approvvigionamento di grano, oltre a vietare commercio e trasporto di merci e rimuovere le scorte di cibo. Come per l’Irlanda, le conseguenze sul lungo termine includono emigrazioni di massa, calo demografico e trauma generazionale. E, come nel caso irlandese, anche qui a nascondere la portata delle colpe delle autorità coloniali – di fatto, anche se per l’Unione Sovietica l’Ucraina era, a tutti gli effetti, parte del territorio della madrepatria, non si può dire che il sentimento fosse reciproco – fu lo sfruttamento di una calamità: in questo caso una siccità intermittente che nel 1932 aveva colpito ampie regioni del territorio sovietico.

Nel 2022, il Parlamento Europeo ha riconosciuto Holodomor come un caso di genocidio. Oggi, con modalità e numeri diversi, la storia si ripete e forse un giorno avremo il coraggio di usare la stessa parola anche per la Palestina. Sono decenni, infatti, che Israele gestisce la fame a Gaza, come esplicitamente dichiarato nel 2006 da un consigliere dell’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert e come confermato anni dopo. Come riporta il Guardian, secondo i calcoli dell’agenzia israeliana Cogat, che ancora oggi controlla gli aiuti verso Gaza, tra marzo e giugno di quest’anno Israele ha permesso l’ingresso di 56mila tonnellate di cibo nel territorio, meno di un quarto del fabbisogno minimo – calcolato dalla stessa agenzia – per quel periodo. Nei mesi scorsi si sono alternati, in un modo inquietantemente preciso, periodi di assedio totale senza alcun ingresso di cibo e la ripresa delle spedizioni di aiuti, dietro pressione internazionale, il minimo indispensabile per mantenere la Striscia sull’orlo della carestia. Sembrerebbe proprio una strategia di controllo che, se attuata da un Paese dominante, nei confronti di una popolazione assoggettata, non può che definirsi coloniale.