Gli evasori tolgono allo Stato 100 mld di euro l’anno ma Salvini vuole rilanciare i condoni fiscali - THE VISION

Qualcuno nello staff di Matteo Salvini deve avergli fatto notare che “pace” è tra le parole più cliccate sul web in questi mesi. Non lasciandosi sfuggire il trending topic, il leader leghista ha tentato di cavalcarlo a modo suo. Nonostante l’esito poco felice del suo precedente viaggio in Polonia, ai confini con l’Ucraina, in cui l’accoglienza non è stata di certo delle migliori, ha deciso di organizzare un viaggio a Mosca, direzione Cremlino, scavalcando il Parlamento e tutte le più alte cariche dello Stato. Voleva risolvere da solo il conflitto Russia-Ucraina coinvolgendo anche il Papa, a sua insaputa. Notando il fastidio nemmeno troppo velato di Draghi e dell’intero governo, ha scelto comunque di usare la parola “pace”, ma per altri motivi. Non mancando nemmeno troppo alle prossime elezioni, si è ricordato il vecchio cavallo di battaglia del centrodestra per ammaliare gli elettori, e ha proposto un’imponente pace fiscale. Una denominazione accattivante; peccato che non sia altro che il solito, vecchio condono all’italiana.

Matteo Salvini

Far leva sull’annullamento o il ridimensionamento dei debiti verso lo Stato è una strategia politica che storicamente è sempre stata usata per ingraziarsi i cittadini. L’imperatore Adriano, una volta insediato dopo gli anni di Traiano, nel 118 d.C., elaborò il modo più veloce per ottenere il consenso del popolo ed essere ricordato come un uomo buono e giusto. Decise dunque di cancellare tutti i debiti fiscali dei precedenti sedici anni, per un valore di 900 milioni di sesterzi. In una sola notte bruciò tutti i documenti riguardanti gli arretrati fiscali dell’Impero, con un condono ante litteram che tuttora viene ricordato come il più imponente della Storia. La folla festeggiò e furono erette statue in onore di Adriano, ma per l’erario fu una sconfitta, con i conti pubblici totalmente sballati. Quasi due millenni dopo, stuzzicare l’elettorato con queste promesse appare ancora come una strategia valida, nonché il marchio di fabbrica del centrodestra.

Salvini ha lanciato la sua proposta spiegando che ci sono “100 milioni di cartelle esattoriali dell’Agenzia delle entrate, più di 1000 miliardi di euro, un cappio al collo di 15 milioni di italiane e italiani”, e che “serve una grande e definitiva operazione di pace fiscale. Rottamando queste cartelle milioni di italiani tornerebbero a respirare, a sperare, a lavorare e pagare le tasse”. Sull’ultima frase nutriamo qualche dubbio, considerando che i condoni sono il disincentivo per antonomasia a pagare le tasse, sapendo che prima o poi arriveranno per sistemare le proprie pendenze. Salvini usa sempre l’esempio del povero commerciante strangolato dai debiti, dimenticandosi che ce ne sono tanti altri che, nonostante le difficoltà e i sacrifici, le tasse le hanno sempre pagate. Inoltre, la manovra non sembrerebbe riguardare soltanto le piccole cifre, considerando che quando erano al governo con il M5S, nel 2018, la Lega propose un condono con un tetto di 1 milione a contribuente. Viene così smentita l’immagine creata da Salvini del piccolo bottegaio costretto a non pagare le tasse per sfamare la famiglia, per il semplice fatto che questa tipologia di lavoratori non arriva di certo ad accumulare debiti milionari. Si tratta dunque di un ennesimo incentivo all’evasione e fa parte del DNA di una coalizione che ha scientemente strizzato gli occhi agli evasori per imbastire le sue campagne elettorali.

La Lega, un tempo, poteva contare su un elettorato di riferimento composto da imprenditori del nord e si muoveva politicamente per accontentarlo e tenerselo stretto. Con l’ascesa di Salvini, nel partito, la platea si è enormemente allargata, raggiungendo endemicamente anche quel sud che un tempo gli appariva precluso. È inoltre sbagliato considerare gli imprenditori del nord come i principali prototipi d’evasori, visto che i dati di questi anni parlano chiaro: è il Sud a trainare l’evasione fiscale. Secondo la CGIA, Associazione Artigiani e Piccole Imprese, nella classifica per euro evasi ogni 100 euro di gettito incassati, le prime cinque posizioni sono occupate da Calabria, Campania, Sicilia, Puglia e Molise, con le principali regioni del Nord in fondo alla classifica.

Il mese scorso Enrico Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle Entrate, ha lanciato l’allarme parlando di oltre 1100 miliardi di euro di tasse non riscosse negli ultimi ventidue anni. Per capire la portata di questa piaga è necessario fare un confronto con gli altri Paesi europei. Ad esempio, gli ultimi dati riferiti al 2019 sull’Iva evasa, calcolati in base al “tax gap” – la differenza tra imposte effettivamente versate e imposte che i contribuenti avrebbero dovuto versare – pongono l’Italia al primo posto con il 21,3%. Per intenderci: la Spagna è al 6,9% e i Paesi Bassi al 4,4%. È una percentuale preoccupante, soprattutto perché l’Iva è al secondo posto tra le tasse più evase in Italia, al 27% dietro l’Irpef lavoro autonomo e impresa, che comanda la classifica al 32,7%. Per fare delle proporzioni, l’evasione dell’Iva nel 2019 è stata sette volte più alta di quella dell’Imu e dell’Irap. Trovandoci in una situazione imbarazzante rispetto agli altri Stati europei, di certo la soluzione per contrastare l’evasione non è proporre ancora condoni.

Salvini, negli anni, si è reso protagonista di frasi palesemente tese a ostacolare le misure che intendevano contrastare l’evasione fiscale. Ad esempio, quando fu introdotta la lotteria degli scontrini, approvata nel 2017 dal governo Gentiloni ma rinviata fino al 2020, il leghista la definì “una boiata pazzesca”. Peccato che nel 2011 l’ex sottosegretario all’Economia Massimo Bitonci, del Carroccio, presentò insieme ad altri 15 deputati leghisti una proposta per introdurla. Inoltre Salvini ha dichiarato: “Vogliono anche controllare quello che compriamo, alla lotteria degli scontrini io non mi registro”. Anche in questo caso si è trattato di una fake news, in quanto non esiste alcun tracciamento degli acquisti, perché all’Agenzia delle Entrate arrivano solo i dati sull’importo speso e la modalità di pagamento.

Massimo Bitonci

Un’altra battaglia che ha coinvolto il centrodestra è quella contro il limite del contante. Come si sa, è più facile evadere pagando in contanti, alimentando la black economy e aumentando il denaro non tracciabile. Eppure, per Salvini non deve esserci alcun limite al contante e per Giorgia Meloni il tetto dei mille euro è un favore alle banche. Per la leader di Fratelli d’Italia si tratta di “una norma ideologica, un fardello sulla nostra economia, per le imprese e le famiglie italiane, già piegate dalla pandemia”. È curioso come per la destra la lotta all’evasione sia un fardello e gli evasori vengano giustificati costantemente, tra pandemia, crisi economica e inflazione. Nessuno mette in dubbio le difficoltà economiche di svariate categorie, ma all’interno sono presenti soggetti che, pur affrontando le stesse difficoltà, adempiono ai propri doveri di cittadini senza evadere le tasse. 

Giorgia Meloni

Il governo Draghi si sta muovendo contro l’evasione fiscale attraverso un progetto che contempla multe agli esercenti che rifiutano i pagamenti digitali e tramite l’obbligo di inviare quotidianamente i dati di queste transazioni. Per Meloni è “l’ennesima stangata per le attività commerciali”. Sembra un paradosso, ma realmente la destra insiste con questo spudorato sostegno agli evasori. Il fatto che il Fisco conoscerà i pagamenti effettuati con il Pos, non riporta allo scenario orwelliano da Grande Fratello dipinto da Meloni e Salvini, ma a un tentativo di trasparenza per recuperare quel denaro sommerso che non finisce nelle casse dello Stato (in media nell’ultimo decennio circa 100 miliardi di euro all’anno). Questa visione dei due leader di destra proviene dall’altra testa del cerbero della coalizione, colui che ha fatto dei condoni fiscali una delle sue impronte principali: Silvio Berlusconi.

Berlusconi in primis è un condannato in via definitiva per frode fiscale, quindi già in partenza appare grottesca la situazione per cui il centrodestra si affidi alle sue proposte. La motivazione principale dietro questi condoni si può riassumere con il pensiero: tanto chi non paga le tasse continuerà a non pagarle, almeno cerchiamo di racimolare qualcosa con uno sconto. Ma questa pratica non ha mai funzionato. Secondo la CGIA, dal 1973 al 2018 sono stati incassati 131 miliardi di euro grazie ai condoni. In pratica in 45 anni è stata riscatta una cifra che corrisponde quasi a un solo anno di evasione fiscale. L’ipocrisia della destra può essere spiegata con un’intervista di Giulio Tremonti al Corriere della Sera nel 1991, quando associò il condono a un suicidio fiscale e dichiarò: “Il Sudamerica il condono fiscale si fa dopo il golpe. In Italia lo si fa prima delle elezioni, ma mutando i fattori il prodotto non cambia: il condono è comunque una forma di prelievo fuorilegge”. Poi Tremonti diventò ministro dell’Economia in tre governi berlusconiani e si chinò all’era del condono. Nel 1994 lanciò un concordato fiscale di massa, nel 2002 fece un condono tombale e nel 2009 introdusse uno scudo fiscale per permettere agli evasori con i soldi all’estero di mettersi in regola, pagando cifre irrisorie, con la promessa dell’anonimato. Berlusconi, a quanto pare, gli fece cambiare idea.

Silvio Berlusconi

L’evasione fiscale è una piaga insostenibile che nel 2022 dovrebbe essere non solo combattuta, ma risolta, invece viene incentivata. L’ideologia del centrodestra si basa sulle scorciatoie per i furbetti e sui mezzi per sanare operazioni illegali. Così facendo si crea un sistema a uroboro in cui l’evasore sa già che prima o poi arriverà un condono e quindi non gli conviene rispettare la legge e versare le cifre dovute allo Stato. Soprattutto i super-evasori, mentre magari i più giovani, che già non arrivano a fine mese, sbagliano una dichiarazione dei redditi – o si affidano a un commercialista che commette delle imprecisioni – e finiscono nel girone dantesco dell’Agenzia delle Entrate. In un Paese normale verrebbero pubblicamente condannate le prese di posizione di Salvini, Meloni e Berlusconi sull’argomento – anche perché i mancati introiti dell’evasione impediscono migliorie nei servizi fondamentali per il cittadino, come scuola, trasporti e sanità – ma a quanto pare in Italia, Paese di santi, poeti ed evasori, fanno breccia sui cittadini.

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