Una morte dignitosa non può più essere un tabù. È arrivato il momento di legittimare l’eutanasia. - THE VISION

Lo scorso 20 aprile Marco Cappato, politico, attivista ed esponente dell’Associazione Luca Coscioni per i Diritti di Tutti, ha depositato in Cassazione il quesito per indire un referendum con l’obiettivo di rendere legale l’eutanasia in Italia, attraverso l’abrogazione dell’articolo 579 del Codice Penale sull’omicidio del consenziente. Se infatti dal 2017 viene legalmente riconosciuto il valore del testamento biologico, la reale possibilità di scelta sul fine vita nel nostro Paese riguarda oggi ancora soltanto quei pazienti per cui sia sufficiente l’interruzione delle terapie in atto. 

La legittimazione dell’eutanasia non è importante soltanto perché vivere in un Paese libero e democratico presuppone la possibilità di scegliere se e come porre fine alla propria esistenza in caso questa non sia più tollerabile (il suicido assistito è legale in Svizzera, Belgio, Olanda, Spagna, Canada e in cinque Stati americani): si tratta anche della necessità di non infliggersi e infliggere un dolore, spesso atroce, evitabile, a quei malati costretti a operare nell’illegalità pur di porre fine alle sofferenze causate dalla malattia. 

Marco Cappato

Secondo gli ultimi dati Istat disponibili – pubblicati nel 2017 –, su 12.877 suicidi registrati tra il 2011 e il 2013 737 sono stati commessi da pazienti affetti da patologie fisiche rilevanti. Se si considerano tutte le malattie rilevanti, non solo quindi quelle fisiche ma anche quelle mentali, il dato sale a 2.401, un quinto dei suicidi totali del periodo preso in esame. Nella maggior parte dei casi, e più frequentemente in quelli caratterizzati da malattia fisica, chi ha deciso di togliersi la vita ha fatto ricorso ad auto-avvelenamento o all’utilizzo di armi da fuoco o oggetti appuntiti. Si tratta di morti atroci e violente che lo Stato dovrebbe impegnarsi a rendere dignitose. Non si tratta, come qualcuno vorrebbe far credere all’opinione pubblica, di una lassità morale o di istigazione al suicidio tramite eccessiva tolleranza: a riprova di questo, negli Stati in cui il suicido assistito è legale, più del 70% dei casi riguarda pazienti oncologici in età avanzata.

Il 17 giugno è iniziata una raccolta firme in tutta Italia per chiedere un referendum sull’abrogazione dell’articolo 579 del Codice penale e rendere di conseguenza legale l’eutanasia. Meno di un mese dopo, il 14 luglio, le firme raccolte erano già 100mila. Per poter procedere al referendum è necessario raggiungere le 500.000 firme entro la fine di settembre. A fine agosto ne erano già state raccolte più di 750mila, mentre in questi giorni se ne contano oltre 850mila. La decisione di utilizzare il mezzo del referendum è stata presa nell’ottica di lasciare voce ai cittadini. Secondo l’associazione Luca Coscioni, nonostante una proposta di legge sia stata depositata già nel 2013, “Il Parlamento in tutti questi anni non è mai riuscito a discutere di eutanasia legale”. Il referendum rimetterebbe quindi i cittadini nella condizione di esprimere una preferenza e dare voce a quelle persone che “non possono aspettare i tempi della Politica e della Giustizia”.

Secondo un rapporto di Eurispes il 75% della popolazione sarebbe a favore. Parte degli esponenti politici si dicono invece contrari: non sorprende Matteo Salvini, secondo cui “la vita è sacra e lo Stato che legittima il suicidio, come altri progetti di legge (tipo lo spaccio di droga) non è il mio Stato”. Al di là del populismo della Lega, la questione di cosa uno Stato decide di legittimare non è banale, nella misura in cui ciò definisce i principi e i valori in cui questo si identifica. Resta il fatto che la logica dietro la volontà di rendere l’eutanasia legale sembra troppo ferrea per non essere compresa: migliaia di malati terminali si suicidano ogni anno nelle condizioni più orribili ed è urgente restituire dignità a questa scelta perché possa essere praticata nella maniera più umana possibile.

C’è però un problema sociale profondamente radicato nella nostra cultura: l’impossibilità di accettare che la morte possa essere volontaria. Viviamo infatti in un mondo il cui modello consumistico presuppone la felicità come dogma assoluto, e la preservazione della vita biologica – prima della nascita o durante una malattia terminale – senza possibilità di appello o discussione. La raccolta firme sta risvegliando un dibattito in questo senso, soprattutto in un Paese come l’Italia, in cui il peso della Chiesa Cattolica nell’influenzare l’opinione pubblica e soprattutto una vasta parte della classe politica è ancora enorme. È importante però comprendere le ragioni profonde per cui la morte e il lutto sono stati disumanizzati e di fatto rimossi dalle dinamiche collettive. 

L’antropologo Goeffry Groer nel suo saggio The Pornography of Death articola una teoria secondo cui, nella società contemporanea, la morte avrebbe preso il posto del sesso come tabù per eccellenza dopo il superamento dei valori e della morale imposte in epoca Vittoriana. Secondo lo storico Philippe Ariès, la morte, vissuta per secoli come perdita collettiva nella sua dimensione rituale, sarebbe stata di fatto rimossa dalla vita sociale, complice sia lo sviluppo del cattolicesimo moderno sia la società dei consumi. Lutto e dolore, un tempo e in altre culture ancora celebrati apertamente, sono nella contemporaneità occidentale legati a un senso di vergogna ed espressi esclusivamente nella sfera privata. 

D’altra parte il consumismo non può legittimare la morte in quanto portatrice di sofferenza: “dolore e commercio” spiega il filosofo coreano Byung Chul-Han in La Società Senza Dolore “si escludono a vicenda”. L’imperativo a comprare più merce di quanto avremmo realmente bisogno, a consumare più di quanto sia necessario, implica il relegare la morte e la sofferenza ai margini, se non più in là. Come spiega Naomi Klein in No Logo, siamo passati dal vivere in una società basata sulle merci a una basata sui brand: “molti dei più celebri produttori odierni non producono e pubblicizzano più prodotti, ma piuttosto li comprano e poi li marchiano”. Il marchio viene poi associato a un determinato ideale, sul raggiungimento del quale si basano marketing e vendite. Così non si comprano più merci e prodotti, ma idee astratte e narrazioni. Se il consumatore deve essere felice come appare sulla confezione dell’ultimo detersivo commercializzato, la morte non può essere compresa nella sua narrazione. Questo ha però conseguenze molto gravi per il benessere collettivo. 

Secondo Aires, il modo in cui una società articola il suo rapporto con la morte ha sempre rispecchiato la struttura della sua civilizzazione, nonché la sua stessa attitudine nei confronti della vita. Per l’antropologo culturale Ernest Becker l’influenza del nostro rapporto con la morte sul modo in cui viviamo sarebbe ancora più radicale: ogni nostra azione, personale o collettiva, deriverebbe dalla paura di morire e dall’incapacità degli esseri umani di accettare la propria mortalità. Un deficit che secondo Judith Butler è la causa scatenante di guerre e violenze di diverso genere, alimentati proprio da una gestione del lutto interrotta o mal vissuta.  In conclusione, la società del capitale non può accettare l’idea che uno – o migliaia – dei suoi membri scelgano consapevolmente la morte, ma questo ha delle conseguenze drammatiche, che minano il rapporto con la vita e i suoi diritti.

Aprire il discorso sul suicidio assistito e sul diritto di scelta è solo in parte una scelta legata alla riflessione sulla morte. Si parla piuttosto dei diritti dei vivi, e soprattutto di come la narrazione del limite tra la vita e la morte trasforma il modo in cui immaginiamo e strutturiamo il presente e il futuro condivisi. Ecco perché le centinaia di migliaia di firme raccolte non sono la  rappresentazione di uno Stato che legittima e istiga al suicidio, ma di una collettività che si preoccupa della propria vita e soprattutto della dignità di quella altrui. La morte, scrive lo psichiatra francese Eugène Minkowski, mettendo un limite alla vita, come l’ultimo punto in fondo a una pagina, ne conclude la narrazione dandole senso compiuto. Dare ai cittadini la possibilità di scegliere di morire in maniera dignitosa quando la vita non è più tollerabile significa permettere loro di riappropriarsi di quell’ultimo punto, di avere voce in capitolo sul senso compiuto della loro esistenza. Poter scegliere, in questo come in qualsiasi altro caso, fa la differenza: la differenza tra il costruire la propria narrazione e il doverne subire una imposta da altri.

Segui Matilde su The Vision
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: