Siamo primi in Europa per omicidi di persone trans, ma l’Italia si rifiuta di riconoscere la sua transfobia

In tre mesi, in Italia sono scomparse cinque donne trans: a gennaio una donna trans di 50 anni è stata trovata senza vita a Frosinone, mentre pochi giorni fa è stato rinvenuto un cadavere nel Tevere. All’inizio di dicembre, una donna trans è stata presumibilmente uccisa da un’auto pirata e investita da una seconda auto – anche se non si esclude che sia stata portata in strada già morta, dato che l’incidente è avvenuto in mezzo all’autostrada. A gennaio Eduarda Pinheiro si è data fuoco dopo uno sfratto, ad Altopascio. Da dicembre, invece, non si hanno più tracce di una sex worker residente a Pavia di origine brasiliana, Lara Bercelos, per la cui scomparsa è ora indagato il convivente.

L’Italia, secondo l’indice Trans Murder Monitoring di Transrespect versus Transphobia Worldwide, è al primo posto in Europa per numero di vittime di transfobia, con 36 casi registrati dal 2008 al 2016. Il dato considera solo gli omicidi riportati dai quotidiani, quindi è ampiamente sottostimato: la notizia della morte di una donna trans raramente arriva alle cronache nazionali, fermandosi quasi sempre – se ci arriva – a quelle locali. “I motivi sono vari”, ci spiega Storm Turchi di Trans Media Watch Italia, l’osservatorio che monitora la copertura mediatica delle questioni transgender. “La politica si disinteressa alle questioni trans perché le ritiene minoritarie e l’attenzione mediatica nazionale rispecchia i temi trattati dalla politica. Il modo in cui (non) si parla di noi dopo la morte morte è speculare a come (non) si parla di noi mentre siamo in vita”.

Complice anche la scarsa “notiziabilità” della morte o anche solo dell’aggressione di una persona trans, la transfobia nel nostro Paese non è percepita come un problema sociale. I dati però ci mostrano che l’Italia è ancora molto indietro rispetto ad altre nazioni: secondo l’EurobarometroDiscrimination in European Union” dell’ottobre del 2019, il nostro Paese è al di sotto della media europea per l’accettazione della comunità LGBTQ+, in particolare per le questioni trans. Solo il 50% degli italiani si sentirebbe a proprio agio nell’avere una persona trans come collega, mentre il 46% non vorrebbe che i propri figli avessero relazioni amorose con loro. Solamente al 43% dei nostri connazionali interessa il riconoscimento legale dell’identità di genere e solo il 37% è aperto alla possibilità di indicare un terzo genere sui documenti. Secondo l’ultimo rapporto di Arcigay, pubblicato a maggio in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, in un solo anno si sono registrati almeno 187 episodi discriminatori in Italia, uno ogni due giorni, con un aumento del 33% rispetto all’anno precedente. Il rapporto, così come le altre statistiche prodotte sui casi di violenza contro la comunità LGBTQ+ nel nostro Paese, non fa distinzione tra le varie forme di discriminazione, a riprova che è ancora difficile riconoscere la transfobia in sé e per sé.

Anche quando questi episodi assumono la gravità di un omicidio, la variabile transfobica non viene mai riconosciuta dall’opinione pubblica, spesso perché i giornalisti inquadrano la notizia nei termini del degrado e della prostituzione. “La maggioranza delle assassinate sono donne trans sex workers, straniere, talvolta anche irregolari. Alla transfobia si aggiunge lo stigma per il sex work e il razzismo”, spiega Turchi. “Si eclissa chi uccide dalla storia e si interpreta il rischio che quel tipo di lavoro comporta come una giustificazione per un omicidio. Una volta attribuita la colpa alla persona trans, l’assassinio viene normalizzato, non fa notizia, diventa routine – per esempio un’aggressione in un articolo locale è stata definita ‘uno spiacevole equivoco’. Ci si aspetta che queste cose accadano”.

Come evidenziato anche da Antonia Caruso su The Vision, la narrazione delle persone trans in Italia da parte dei media è estremamente problematica, e si aggrava ancor più nei casi di violenza. I limiti più comuni individuati da Trans Media Watch Italia sono il misgendering (chiamare al femminile un uomo trans, al maschile una donna trans e con desinenze, pronomi e articoli non congrui una persona non binaria) e l’uso del deadname (usare il nome alla nascita): “Soprattutto il misgendering sembra innocuo ma va ad attaccare l’autenticità della persona, ed è la ripetizione a renderlo particolarmente insidioso”, aggiunge Turchi. “Se chiami dieci volte in un articolo una donna trans ‘lui’, alla fine nessuno la prenderà sul serio, ma anzi contribuirà a far sembrare le persone trans losche e a giustificare il pregiudizio e la violenza nei nostri confronti”.

Non è possibile quindi considerare un problema di discriminazione una violenza che, anziché venire riconosciuta come tale, viene trattata alla stregua di un pettegolezzo e con toni da giornale scandalistico. È vero che molte persone trans vivono ancora in condizioni di isolamento sociale, ma la colpa non è certo loro, né questa condizione rappresenta la normalità per tutti i membri della comunità. Molte persone vengono abbandonate dalle famiglie e non hanno reti di supporto che non siano quelle di altre persone trans. Anzi, spesso si crea una sorta di circolo vizioso che non fa altro che aumentare lo stigma intorno al lavoro sessuale e all’esperienza trans, con esiti spesso tragici.

Nelle carceri italiane, ad esempio, le persone trans vengono ancora assegnate al settore che corrisponde al loro sesso biologico e non a quello desiderato, esponendole al rischio di violenze sessuali. Le 58 detenute presenti negli istituti di pena italiani nel 2018 erano tutte collocate in settori maschili (in bracci specifici) nonostante il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute abbia espresso il parere che sia più congruo spostare questi stessi settori nelle carceri femminili. Anche l’accesso alle terapie ormonali è limitato e varia da regione a regione. Il progetto di riconvertire la casa circondariale del Pozzale a Empoli per sole detenute trans, intrapreso tra la fine del 2008 e l’inizio del 2010, è stato interrotto nel 2013. In assenza di strutture adeguate, molte trans finiscono in isolamento, dove le condizioni psicologiche possono essere gravemente compromesse – specialmente se l’isolamento non è “meritato” ma imposto. Nel 2018 una donna trans si è suicidata nel carcere maschile di via Spalato di Udine dopo sole 4 ore dall’inizio della detenzione. Anche le trans irregolari che finiscono nei Cpr, i Centri di permanenza per il rimpatrio, vengono collocate in strutture di soli uomini. Il Garante, durante la sua ultima visita al Centro di Brindisi-Restinco, aveva notato che una donna trans era stata rinchiusa per un mese in una stanza di isolamento sanitario priva di doccia e del campanello di emergenza, misura vietata in qualsiasi circostanza dal Regolamento dei Cie (vecchio nome dei Cpr) del 2014. Il Garante ha concluso che le condizioni delle detenute trans in Italia violano i Principi di Yogyakarta per l’applicazione delle leggi internazionali sui diritti umani in relazione all’orientamento sessuale e identità di genere, redatti nel 2006 dalla Commissione internazionale dei giuristi, dall’International Service for Human Rights e da 29 esperti sui diritti umani.

Secondo Michel Foucault il carcere è il modello in scala della società disciplinare nel suo insieme, e infatti anche fuori si ripetono le stesse dinamiche transfobiche che esistono in prigione. Le persone trans vengono percepite come una minaccia all’ordine costituito, una falla del sistema binario e per questo motivo uno dei principali terreni di scontro è il loro accesso a spazi con una forte connotazione di genere, come bagni e spogliatoi. La questione è così sentita che a Puerto Rico una trans senzatetto, Alexa Negrón Luciano, è stata prima denunciata da una donna e poi assassinata in un agguato per aver usato il bagno femminile in un McDonald’s. La giustificazione di chi si oppone all’accesso ai bagni è che le donne trans sarebbero pericolose per le donne cisgender, e potrebbero approfittare della situazione per commettere violenze sessuali. Uno studio condotto dall’UCLA Law School ha però confermato che non esiste alcuna correlazione tra l’estensione dei cosiddetti bathroom bills e l’aumento di abusi sessuali. Nessuna persona cisgender è mai stata uccisa da una persona trans per odio, mentre solo nello scorso anno sono state 331 le vittime globali di transfobia, di cui 61% erano sex workers.

Per commemorarle è stato istituito il Transgender Day of Remembrance, una ricorrenza che si celebra ogni 20 novembre in memoria di Rita Hester, uccisa a coltellate il 28 Novembre del 1998, a Boston. Molte attiviste hanno contribuito a portare visibilità alla mattanza di donne trans, come l’attrice di Pose Indya Moore che agli ultimi Fashion Media Awards ha indossato dei vistosi orecchini che raffiguravano 19 trans afroamericane uccise nel 2019. Ma è soprattutto la costante attività di monitoraggio e sensibilizzazione operata da associazioni come Trans Media Watch, il Mit – Movimento identità trans o la Rete Lenford a tenere viva l’attenzione a un problema che il resto dell’Italia si rifiuta di riconoscere.

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