Perché Draghi ha ragione a definire Erdogan un dittatore - THE VISION

Mario Draghi è un premier laconico che quando parla afferma ciniche verità. Dispiaciuto per “l’umiliazione” subita in Turchia dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel cosiddetto “sofagate”, ha definito il presidente turco Recep Tayyip Erdogan uno di quei “dittatori” con i quali “c’è il bisogno di collaborare” per gli “interessi del proprio Paese”, e in questo caso dell’Unione europea. L’interesse primario che lega i leader del continente a Erdogan sarebbe il blocco di centinaia di migliaia di migranti alle porte dell’Europa, un lavoro che Ankara fa dal 2016 su esplicita richiesta di Bruxelles, incentivata dalle due tranche da tre miliardi di euro in finanziamenti pattuiti nell’accordo. L’intesa tra Ue e Turchia fu concepita e promossa dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, nel governo della quale, in quegli anni, Von der Leyen era ministra della Difesa. Già nel 2015 Erdogan in Turchia era impegnato ad arrestare migliaia di oppositori e a cambiare la Costituzione per aumentare il potere di cui oggi dispone. La traiettoria autoritaria di Ankara era insomma già evidente. Il trattamento riservato a Von Der Leyen il 7 aprile scorso mette in luce tutta la subalternità dell’Ue verso un interlocutore che fa quello che vuole dentro e fuori la Turchia, perché ritenuto indispensabile alle politiche, imprescindibili per Bruxelles, di respingimento e di contenimento dei migranti. 

Ursula Von Der Leyen

Dal fallito presunto colpo di Stato del 2016 in Turchia, l’associazione Arrested Lawyers Initiative denuncia a oggi “oltre 1600 tra avvocati e magistrati arrestati e incriminati” e “450 tra loro condannati a un totale di 2786 anni di prigione”. Migliaia di donne turche protestano in questi mesi contro l’uscita del Paese, lo scorso 20 marzo, dalla Convenzione internazionale contro la violenza sulle donne. Nel corso del mese di febbraio migliaia tra studenti e accademici hanno manifestato contro le nomine politiche di Erdogan nelle università, finendo spesso arrestati e incarcerati dalle forze di sicurezza. Sulla carta la Turchia resta una democrazia dove il parlamento e il presidente vengono eletti dal popolo. Contrariamente a Draghi, come ha ribattuto Ankara nella crisi diplomatica con l’Italia, Erdogan ha ricevuto l’avallo popolare anche nell’ultimo voto del 2018, e le modifiche alla Costituzione sono state approvate (51,4%) nel referendum del 2017. Quello che la Turchia però non dice è che, con la riforma presidenziale voluta da Erdogan, il parlamento si è ridotto a un organo di rappresentanza, quale è diventato, nelle sue funzioni, anche il premier Binali Yıldırım, che sedeva sulla poltrona che Erdogan stesso ha occupato tra il 2003 e il 2014. L’accentramento dei poteri nelle mani del nuovo sultano, come è spesso chiamato il presidente turco, favorisce la repressione di tutte le voci critiche contro il suo governo sempre più orientato verso posizioni islamiste e conservatrici, dentro lo stesso partito Akp di Erdogan e tra gli altri poteri dello Stato che potrebbero contrastare il suo volere. 

Recep Tayyip Erdogan

Sempre dal 2016, circa 150mila dipendenti pubblici turchi sono stati licenziati, anche tra i docenti di scuole e università, con l’accusa di simpatizzare con la rete che voleva rovesciare il governo. Migliaia di membri dell’esercito e della polizia sono stati arrestati negli ultimi cinque anni per il presunto coinvolgimento nel tentato golpe: un’accusa che è stata ancora utilizzata contro 10 ex ammiragli turchi lo scorso 6 aprile, ultimo episodio della più grande purga nella storia della Turchia. Uno dei decreti liberticidi del 2017 ha trasferito dal premier al capo dello Stato anche il coordinamento dell’intelligence nazionale (Mit), dando modo a Erdogan di sostituire i vertici dei servizi segreti con dei suoi fedelissimi. Una nuova legge del 2020 contro i social media obbliga inoltre le piattaforme ad archiviare i dati dei loro utenti e ad aprire sedi in Turchia che rispondano legalmente per i contenuti da rimuovere: una censura di Stato legalizzata, nonostante dalle manifestazioni del Gezi Park del 2013 la cybersecurity turca si dimostrasse già capace di fermare e processare gli attivisti individuati attraverso Twitter (“la peggiore minaccia per la società”, secondo Erdogan). L’International federation of journalists (Ifj) stima che siano almeno 67 i giornalisti detenuti dal 2016 in Turchia, “la più grande prigione al mondo di giornalisti”: solo nel marzo del 2021, secondo l’ultimo report del deputato dell’opposizione laica del Chp ed ex giornalista Utku Çakırözer, “un centinaio di giornalisti è dovuto comparire davanti a un giudice”. 

Un capitolo a sé merita l’offensiva contro i rappresentanti politici della grande minoranza curda (oltre 20 milioni, circa il 25% della popolazione secondo l’Istituto curdo di Parigi) che abita la regione storica del sud-est della Turchia e interi quartieri delle principali città del Paese. Dopo l’arresto nel 2016 dei giovani leader Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ e di decine di altri dirigenti nazionali e delle sezioni locali, l’ultimo passo contro il partito Hdp –  terza forza del Paese con il 12% dei voti alle Legislative del 2018 e 67 seggi in parlamento –  è ora il tentativo di interdizione di 687 suoi esponenti dall’attività politica, con la solita accusa di agire come “estensione dei terroristi del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk)” per “distruggere l’integrità indivisibile dello Stato”. Come tutti i movimenti progressisti e di sinistra curdi, l’Hdp è l’erede di precedenti formazioni disciolte per presunti legami con il Pkk di Abdullah Öcalan, e promuove oggi anche i diritti delle donne e di altre minoranze discriminate in Turchia come la comunità LGBTQ+: la richiesta pendente alla Corte costituzionale di messa al bando dell’Hdp rappresenta di conseguenza un attacco non solo alla popolazione curda, ma ormai a tutta la società civile della Turchia e, più in generale, ai diritti di quel 40% dell’elettorato laico che manifesta regolarmente in piazza a Istanbul contro “la dittatura dell’Akp”. 

Il ritiro di Ankara dal trattato contro la violenza sulle donne –  approvato nel 2011 a Istanbul proprio sotto il governo di Erdogan – è l’ultimo sintomo dell’involuzione antidemocratica di Erdogan, e dei riflessi di questa spirale di estremismo e autoritarismo anche oltre i confini nazionali, nell’area mediorientale e islamica. Se infatti, arrivato al governo, da ex prigioniero politico islamista Erdogan aveva avviato un dialogo con lo stesso Öcalan, lasciando sperare nell’avvento al potere dell’Akp come una crescita democratica della Turchia, lo stesso governo ha poi presto spedito militari nel Kurdistan turco e ripreso i raid in Siria e in Iraq contro le brigate socialiste curde Ypg che stavano liberando la regione dall’Isis. Per sottrarre territori ai curdi e ristabilire un’influenza nei vasti ex possedimenti ottomani, da dieci anni Ankara finanzia gruppi islamici in Africa, in Medio Oriente e in Europa, in particolare nei Balcani. Secondo quanto riporta il Clingendael Institute, in Siria Erdogan sarebbe arrivato ad armare il ramo locale di al Qaeda, al Nusra, e altre compagini jihadiste. Nel 2015 immagini satellitari del Cremlino hanno mostrato traffici di merci e carburante dalla Turchia verso le zone controllate dal Califfato dell’Isis. E sempre Ankara rifornisce le milizie islamiste di Tripoli e Misurata in violazione delle risoluzioni dell’Onu contro il commercio di armi in Libia, inviando loro dal 2020 anche ex combattenti siriani di supporto: “Almeno 5mila mercenari”, segnala un report dei comandi statunitensi in Africa, “destinati probabilmente a degradare ulteriormente le condizioni di sicurezza e generare scontri”.

Descrivere le guerre nelle aree islamiche seguite all’escalation delle Primavere arabe come un confronto egemonico tra Turchia e Arabia Saudita, sponsor storici del radicalismo islamico, è però un’illusione. È corretto invece parlare di un’accanita competizione in corso tra potenze rivali, che strumentalizzando le Primavere arabe ne hanno provocato il fallimento, e che continuano da entrambe le parti ad alimentare l’estremismo religioso. La propaganda contro “l’islamofobia in Europa” lanciata in questi mesi da Erdogan è l’esempio più recente e concreto del potere incendiario che il presidente turco esercita fra i musulmani, fomentando il rischio di attacchi jihadisti anche in Occidente: una strategia che tra l’altro in tutta Europa sottrae in favore di politiche di controllo e intelligence miliardi di risorse statali da destinare alla grave crisi economica e sanitaria interna. A maggior ragione dopo l’imbarazzo del sofagate, l’Unione europea dovrebbe quindi riflettere sull’opportunità di considerare ancora Erdogan così indispensabile per le sue politiche. È vero che resta il leader più votato in Turchia, ma  il calo di consensi dell’Akp (sceso al 42,5% dal 49,5% del 2015) lo ha costretto nel 2018 ad allearsi con l’estrema destra (Mhp) erede dei Lupi grigi per costruire una maggioranza di governo. In altre parole, il presidente turco ostenta un potere sempre più forte e lo esercita in modo sempre più dittatoriale anche perché è sempre più in difficoltà a controllare il Paese. 

Di conseguenza Ankara è una controparte politica sempre più inaffidabile, causa e non soluzione dei problemi per i quali, secondo una voce dell’establishment quale è quella di Draghi, ci sarebbe “il bisogno di cooperare” per realpolitik. La verità è che adesso è meno che mai nell’interesse dell’Europa dipendere da un leader politico che contribuisce a generare lo stesso flusso di profughi che è pagato per trattenere, fomentando l’instabilità in Medio Oriente e Nord Africa in ogni occasione possibile. Permettere e tollerare sgarbi sessisti contro Von der Leyen, è solo l’ultimo segno di grave miopia dei vertici di Bruxelles e dei 27 Stati membri dell’Ue quando si rapportano con la Turchia. Una sudditanza immotivata che non fa altro che aumentare la megalomania e il potere di ricatto di Erdogan verso l’Europa. E di conseguenza anche la minaccia che rappresenta per milioni di persone.

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