In Italia a troppe partorienti viene negata l’epidurale, questa è una ennesima violenza insensata - THE VISION

Pensavo che la gravidanza sarebbe stata l’esperienza più intima della mia vita e invece è stata quella più politica. All’ottavo mese di gravidanza, pronta a partorire in un ospedale pubblico di Napoli, chiedo al ginecologo che mi ha assistito in quei mesi quali sono gli esami clinici necessari per poter usufruire dell’epidurale nell’ospedale pubblico dove lui lavora e dove ho pianificato di partorire. Sin da quando ho saputo di essere incinta, la partoanalgesia è stata uno dei presupposti a cui non avrei mai voluto rinunciare pensando al momento del mio primo parto, l’altra era la presenza di mio marito. Le parole del ginecologo fanno sì che mi renda subito conto della imperdonabile ingenuità con la quale mi sono approcciata alla materia. Mi dice infatti, in questo ordine, che “a Napoli negli ospedali pubblici non si fa” e “forse in qualche clinica privata”, “ma tanto tu lo sai che comunque sentirai dolore”. Alla pronuncia di queste parole mi crolla il mondo addosso. Che mio marito non potesse presenziare al parto per via delle restrizioni da Covid-19 – nonostante sia stata da più autorità mediche sottolineata l’importanza della presenza del partner durante il travaglio – lo sapevo già da tempo e mi ero tristemente rassegnata, ma che non potessi avere l’epidurale in un ospedale pubblico mi ha lasciato sbigottita.

Dopo un iniziale momento di spaesamento, decido di informarmi e scopro subito che le parole che mi sono state rivolte sono capziose: non è vero infatti che in tutta Napoli non sia possibile usufruire dell’epidurale durante il parto, è semplicemente l’ospedale in cui lavora il ginecologo che mi ha seguita che non garantisce questo servizio, informazione che se non avessi esplicitamente domandato mai mi sarebbe stata fornita. Dal 2008 l’epidurale però rientra nei LEA (livelli essenziali di assistenza) – integrati nel 2017 dal DPCM 12 gennaio 2017 – ossia “le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale (SSN) è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket), con le risorse pubbliche raccolte attraverso la fiscalità generale (tasse)”. Ѐ stato stabilito che la garanzia dell’analgesia epidurale deve essere assicurata nelle strutture individuate dalle regioni e dalle province autonome con un Accordo con lo Stato siglato il 16 dicembre 2010 – e dal decreto n. 70 del 2015 – tra quelle che coprono un numero di parti all’anno uguale o superiore alla soglia di mille parti annui. Nella pratica, però, non tutti gli ospedali che rientrano in questi requisiti sono in grado di offrire l’epidurale gratuitamente. In alternativa, se l’ospedale lo prevede può essere richiesta in libera professione, in regime di intra moenia, e il costo varia a seconda del tariffario dello specialista, in genere dagli 800 ai 2000 euro.

Le motivazioni che impediscono l’esigibilità del diritto all’epidurale sono molteplici. Mi sono resa conto che la frase, forse volutamente criptica, che mi è stata rivolta nasconde una realtà più complessa e possibilmente anche più avvilente. Per cominciare, a Napoli – ma non solo, perché le miserie sono ben distribuite in tutta Italia – negli ospedali pubblici ci sono pochi anestesisti, un ammanco di quasi 4mila professionisti (cosa che ha avuto le tragiche conseguenze che tutti conosciamo durante i picchi più gravi della pandemia di Covid). A volte in un nosocomio pubblico ce n’è persino uno solo costretto a dare reperibilità 24 ore su 24, motivo per il quale non possono essere impegnati preventivamente per i parti naturali. La pandemia ha peggiorato per forza di cose una situazione già critica. In molti casi, infatti, l’enorme impegno dei medici anestesisti, a fronte del loro esiguo numero, ha costretto alcune aziende ospedaliere a sospendere del tutto l’attività di partoanalgesia.

La mancanza di anestesisti, però, non è il solo impedimento all’epidurale gratuita per tutte sull’intero territorio nazionale, tutti i giorni della settimana, 24 ore su 24: l’aver inserito tale diritto nei LEA è stato un modo, per lo Stato, di stabilire quali siano i livelli essenziali di assistenza per i cittadini italiani, ma la materia della Sanità, come stabilito dall’art. 117 della Costituzione, rimane materia concorrente Stato-regioni – a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione avvenuta nel 2001 – questo vuol dire che spetta alle regioni la gestione dei fondi della Sanità e l’applicazione in concreto delle indicazioni del Piano Sanitario Nazionale: un passaggio di responsabilità, avvenuto inseguendo la concezione di uno Stato federale, che spesso non si traduce nella garanzia del rispetto di un diritto delle donne. Questo, di fatto, priva molte italiane dell’epidurale, nonostante nel 2018 l’OMS l’abbia riconosciuta come un diritto di tutte le partorienti.

I monitoraggi dei dati sul corretto e scorretto adempimento dei LEA sono demandati al cosiddetto “Comitato LEA” istituito nel 2005 per “verificare l’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza in condizioni di appropriatezza e di efficienza nell’utilizzo delle risorse, nonché la congruità tra le prestazioni da erogare e le risorse messe a disposizione dal Servizio Sanitario Nazionale”, è scritto sul sito del ministero della Salute. I dati sono raccolti su base pluriennale, motivo per cui gli ultimi disponibili attengono al trend 2012-2019. Quello che in questa sede è rilevante sottolineare è che le regioni che si dimostrano virtuose – in breve, quelle che garantiscono i LEA – hanno il diritto di accedere a una “quota premiale” sulle somme dovute dallo Stato per finanziare la Sanità pubblica, quelle che invece presentano criticità vengono, a più riprese, “invitate” a proporre piani di risoluzione, ma il commissariamento rimane “un rimedio ultimo, dettato da circostanze eccezionali”. C’è da chiedersi se questo sistema di monitoraggio – e di eventuale sanzione – non sia eccessivamente blando, dal momento che si parla di diritti che lo Stato riconosce, appunto, come essenziali.

Alle donne interessate, per ora, consiglio di fare una piccola indagine per conto proprio e verificare che il centro prescelto per partorire sia tra quelli che offrono la peridurale 24 ore su 24, sette giorni su sette. Sul portale www.doveecomemicuro.it  è presente una mappa realizzata in collaborazione con la fondazione O.N.Da, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere. Per visionarla basta scrivere nella barra di ricerca la parola chiave “epidurale” e selezionare la voce “Analgesia epidurale gratuita h24 7 giorni su 7”.

Quest’anno ricorre il centenario dell’invenzione dell’anestesia epidurale, ma quando in Italia si parla di questa analgesia legata al parto la questione, per quanto importante, si risolve in molti casi in una disputa meramente legislativa e giuridica. Forse è anche per questo che in Italia il cosiddetto “parto indolore” è ancora relativamente poco diffuso. È bene premettere che non è facile ottenere dati certi sull’utilizzo della peridurale perché, come mi ha spiegato la dottoressa Maria Grazia Frigo, responsabile dell’Unità Operativa di Anestesia Ostetrica dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma, “Purtroppo anche il CEDAP che registra le nascite in Italia non ne fa menzione” e inoltre “Non esistono registri ufficiali e i dati regionali non sempre sono di supporto, anche perché in molte regioni ancora non esiste la possibilità di parto indolore”. Secondo un’indagine della Siaarti (Società italiana di anestesia, analgesia rianimazione e terapia intensiva), la percentuale di donne che negli ultimi anni hanno effettuato l’epidurale durante un parto vaginale oscilla tra un minimo del 10% di Marche e Trentino e un massimo del 35% in Lazio (dove però il 77% dei parti con epidurale avviene a Roma). Questi dati sono significativamente inferiori a quelli registrati in altri Paesi: sempre secondo quanto riportato da Siaarti, l’analgesia epidurale riguarderebbe infatti il 67% dei parti vaginali negli Stati Uniti, il 65% in Giappone e il 56% in Spagna. In Francia, poi, secondo l’ultima indagine perinatale nazionale, l’82,6% delle donne che hanno partorito per via vaginale ha utilizzato l’analgesia epidurale per alleviare il dolore.

In Italia, la concezione retrograda e maschilista del dolore delle partorienti, è rappresentata da un sistema che, pur riconoscendo sulla carta il diritto all’epidurale durante il parto, spesso lo limita o addirittura lo esclude dalla pratica. Nel 2021, in Europa, una donna in procinto di partorire in alcuni casi può ancora vedersi sottrarre il diritto alla peridurale senza ricevere spiegazioni. Il diritto all’epidurale mette la partoriente in condizione di scegliere liberamente se avvalersi dell’analgesia o meno. Chiediamo a un uomo se sarebbe disposto a farsi estrarre un dente senza anestesia e poi interroghiamoci sul perché ancora oggi il diritto delle donne ad alleviare i dolori del parto in molti casi venga ancora ignorato.

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