Elon Musk dice di aver comprato Twitter per tutelare la libertà di pensiero. Lasciateci avere dubbi. - THE VISION

Il 25 Marzo 2022 apparve su Twitter un sondaggio che in breve tempo farà il giro del mondo. Elon Musk, miliardario a capo di Tesla e SpaceX, chiedeva alla comunità se Twitter aderisse ai principi democratici di libertà di espressione. “Le conseguenze di questo sondaggio saranno importanti. Votate con cautela”, concludeva poi nel messaggio. Trenta giorni dopo, in seguito a settimane di trattative con il consiglio di amministrazione del social nato nel 2006, Musk riuscirà ad accaparrarsi per 44 miliardi di dollari il totale controllo dell’azienda, che verrà quindi ritirata dal mercato azionario entro la fine dell’anno, previa approvazione dell’acquisto da parte degli enti di controllo statunitensi. 

Sul profilo Twitter di Musk la transazione viene accolta con un messaggio che inneggia al libero pensiero in quanto “fondamento di ogni democrazia funzionante”. All’interno dell’azienda e non solo, il clima sembra però essere ben lontano dall’entusiasmo mostrato dal suo nuovo proprietario. Si teme infatti che una gestione privata possa avere ripercussioni dannose per un’agorà pubblica che conta più di 215 milioni di utenti attivi e 500 milioni di tweet giornalieri riguardanti principalmente notizie dal mondo in tempo reale. Al momento, i progetti di Musk sono poco definiti e tra analisti e osservatori regna ancora l’incertezza rispetto al futuro dell’acquisizione e all’impatto che essa avrà sulla piattaforma. Nelle ultime dichiarazioni, Musk innanzitutto si è opposto alla politica di moderazione dei contenuti attuata dalla direzione attuale, facendo riferimenti impliciti alla censura e alla sospensione di account pubblici come quello dell’ex presidente Donald Trump. L’obiettivo primario, a detta di Elon Musk, sarebbe proprio quello di tutelare il pensiero libero, svincolando il social network da superflui controlli e verifiche sui propri utenti al fine di renderlo una piazza universalmente democratica. Tali parole arrivano però da un uomo che si sostituirà in toto all’azionariato pubblico di una delle più rilevanti piattaforme social al mondo. Difficile anche per i suoi più fedeli ammiratori convincersi a priori del reale valore idealistico di tale battaglia per la libertà d’espressione, che assume ora le sembianze dell’ennesima espansione per consolidare un impero dal valore stimato di circa mille miliardi di dollari. 

Nato nel 1971 a Pretoria da madre canadese e padre sudafricano, Elon Musk dimostra sin dall’infanzia i tratti tipici del nerd appassionato di ingegneria e programmazione: all’età di dodici anni sviluppa in autonomia un videogioco che venderà a una rivista informatica per 500 dollari. Vittima di bullismo durante l’adolescenza, vive nella città natale fino al 1989, quando in seguito al divorzio dei suoi genitori decide di seguire la madre in Canada. Qui si iscrive alla Queen’s University di Kingston, in Ontario, che lascia due anni dopo per trasferirsi alla University of Pennsylvania, in cui si diploma con due lauree, una in fisica e la seconda in economia. Viene poi accettato dalla prestigiosa Stanford University per un dottorato in scienze dei materiali, che abbandona dopo appena due giorni per lanciare la sua prima startup, Zip2. 

Furono gli esuberanti anni della dot-com bubble, periodo tra i due millenni caratterizzato da una fortissima espansione del settore tecnologico, ad attirare il venticinquenne di Pretoria nel mondo della neonata imprenditoria digitale. In seguito alla vendita della prima startup, co-fondò X.com, azienda di servizi finanziari online che divenne poi PayPal, venduta nel 2002 al colosso eBay per un miliardo e mezzo di dollari. Negli stessi anni sviluppò la sua passione per il settore aerospaziale e, in particolare, per i progetti avveniristici di colonizzazione extraterrestre. Affascinato dai piani visionari della Mars Society, gruppo no-profit che teorizza la possibilità di insediamento umano su Marte e di cui egli fu membro a partire dal 2001, decise di fondare la prima azienda di cui è tuttora proprietario, SpaceX. Si susseguono una serie di fondazioni e acquisizioni nel campo della tecnologia che spaziano dalla produzione di impianti neurali, Neuralink, alla casa automobilistica Tesla, di cui fu uno dei primi investitori. La società considerata punta di diamante dell’impero economico di Musk venne infatti fondata da due ingegneri Californiani nel 2003, che da esso ricevettero un cospicuo finanziamento durante l’anno successivo. Da qui Elon Musk divenne azionista di maggioranza, e, in seguito alla crisi del 2008 e a vari dissidi aziendali interni, riuscì a liquidare uno dei due storici fondatori, assumendo poi il controllo di Tesla in qualità di Ceo. Il resto è ormai ben noto: Musk rappresenta quella che è divenuta una delle più importanti aziende al mondo, con un valore complessivo maggiore della somma di tutte le principali case d’auto a livello globale. 

La sua personalità eccentrica è popolarmente discussa non solo in ambito finanziario, ma anche scientifico e ingegneristico. Il Tony Stark del mondo reale – riferimento ad Iron Man, film in cui fece anche una breve apparizione – ha vinto da allora una serie di premi e riconoscimenti legati all’innovazione in campo aerospaziale, scientifico e imprenditoriale, tra cui due lauree honoris causa e la recente copertina del Time magazine che lo incoronò “persona dell’anno”. La fama e l’ammirazione ricevute da quello che in molti definiscono un genio visionario, guru dell’innovazione e figura iconica della nuova classe imprenditoriale digitale statunitense si scontrano però con una moltitudine di fatti che ne ridimensionano la figura eccessivamente mitizzata. 

Il fautore del cosiddetto transumanesimo – fase storica che vedrà l’uomo evolversi fondendosi con la tecnologia – è stato infatti protagonista di alcune vicende giudiziarie legate a presunti atti di frode finanziaria ed elusione fiscale. I suoi tweet irriverenti e provocatori iniziarono ad accendere le prime polemiche a partire dal 2018, quando in uno di questi dichiarò di voler comprare interamente Tesla rendendola un’azienda privata. Pochi minuti dopo, il prezzo delle azioni del colosso automotive schizzarono del 13%, non senza attirare l’attenzione della principale autorità di supervisione del mercato finanziario statunitense, la SEC. Musk venne quindi indagato per frode e manipolazione del mercato, accuse per cui patteggiò pagando una sanzione di 40 milioni di dollari e rinunciando al ruolo di direttore nel consiglio d’amministrazione di Tesla per i tre anni seguenti. I problemi con la SEC, tuttavia, non si fermeranno, ed egli sarà indagato per insider trading dopo aver fatto crollare il prezzo delle azioni Tesla chiedendo su Twitter se avesse dovuto vendere parte del suo pacchetto azionario. Proprio il giorno precedente, il fratello Kimbal procedette con una vendita preventiva che gli fruttò 108 milioni di dollari. 

Negli anni segnati dalla pandemia di Covid-19, Musk ha visto il suo patrimonio personale balzare da 27 a 260 miliardi di dollari, complice l’andamento estremamente positivo del titolo Tesla sul mercato nel biennio 2020-2021. Analogamente a molti soggetti miliardari il cui patrimonio deriva in minor parte da redditi e stipendi, Musk si è visto dover versare cifre irrisorie, o addirittura pari a zero per diversi anni. Nonostante il supporto economico a numerosi enti benefici e la creazione della Musk Foundation, egli è notoriamente contrario alle politiche di redistribuzione della ricchezza proposte da senatori democratici come Bernie Sanders e Ron Wyden. Quest’ultimo progettò infatti un piano fiscale per finanziare il deficit statunitense  mediante una “Billionaire Income Tax”, idea ostacolata da numerosi miliardari, tra cui lo stesso Elon Musk. La stessa avversione nei confronti del fisco americano si riflette e viene testimoniata dai versamenti sostenuti dalla sua Tesla, che nel 2021, nonostante i profitti pari a 5.5 miliardi di dollari, non ha pagato un centesimo di tasse federali. Il trucco in questione è ampiamente sfruttato dalla maggior parte delle multinazionali e consiste nell’utilizzare diverse società controllate estere su cui veicolare flussi di ricavi locali in modo da farli poi risultare come derivanti da operazioni avvenute in Paesi con regimi fiscali più morbidi – solitamente Irlanda, Bermuda, Cayman e Lussemburgo. Inoltre, lo stesso governo da Musk fortemente criticato ha concorso, attraverso sussidi e incentivi fiscali legati alla produzione di auto elettriche, a ridurre significativamente l’ammontare di tasse dovute da Tesla nei prossimi anni.

L’acquisizione di Twitter rappresenta un altro tassello legato all’ampliamento della filosofia di Musk verso settori cruciali per la formazione dell’opinione pubblica, come appunto quello dei social network e dei media. Diviene quindi sempre più controintuitivo parlare di difesa del libero pensiero quando si sta assistendo a una vera e propria corsa all’appropriazione e al consolidamento dell’informazione da parte di pochi soggetti mossi da mera volontà di dominio pubblico. Attualmente i tre uomini più ricchi al mondo – Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg – possiedono rispettivamente Twitter, il Washington Post e Facebook. Per non menzionare le tradizionali dinastie mediatiche di Murdoch (Fox, Wall Street Journal) e Bloomberg, il cui attuale proprietario, nonché ex sindaco di New York, Mike Bloomberg, fu anche candidato alle Primarie del Partito democratico per le Presidenziali 2020. 

In un contesto sempre più tendente all’oligarchia mediatica, difendere la democrazia e la partecipazione pubblica attraverso la privatizzazione è una pratica che dovrebbe perlomeno renderci consapevoli dei limiti intrinseci a questa visione falsamente propagandata come progresso liberista.

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