Patrick Zaki come Giulio Regeni: gli interessi di Stato non possono calpestare i diritti umani

Nel 2017, al Cairo, Sarah Hijazi sventolò una bandiera arcobaleno durante un concerto del gruppo pop libanese Mashrou’ Leila, il cui cantante è dichiaratamente omosessuale. Quel momento di liberazione fu l’inizio di un incubo: la foto di Hijazi circolò sui social, attirandole insulti e minacce di morte. Poco dopo fu portata in un centro di detenzione dell’Agenzia di sicurezza nazionale, il servizio segreto interno egiziano, con l’accusa di “incitamento alla devianza e alla dissolutezza sessuale”. In quel periodo decine di persone furono arrestate e diverse condannate al carcere; Hijazi fu tra quelle rilasciate su cauzione a seguito delle pressioni internazionali. Il 14 giugno 2020, però, si è suicidata. La sua vicenda è solo un promemoria del perché l’Italia deve prendere una posizione netta nei confronti del Paese che tiene il ricercatore Patrick Zaki prigioniero da febbraio, nel caso la storia di Giulio Regeni non fosse sufficiente.

Qualche mese prima di morire Hijazi ha raccontato l’arresto, le torture con l’elettroshock e le aggressioni sessuali subite in carcere e, riportando le parole dell’ufficiale che la interrogava, ha denunciato l’ignoranza che circola sul tema LGBTQ+ nella società civile egiziana: “Le sue domande erano ingenue, mi ha chiesto se il comunismo e l’omosessualità fossero la stessa cosa. […] Probabilmente credeva davvero che […] l’omosessualità sia una religione a cui invitiamo le persone a unirsi”. Hijazi ha raccontato il disturbo da stress post-traumatico e la depressione che la colpirono dopo il rilascio e il difficile periodo in Canada, dove aveva ottenuto asilo, in cui perse le speranze di guarire dalla depressione, soffrì di attacchi di panico e tentò il suicidio due volte, prima di riuscirci. Scriveva: “Chiunque sia diverso, chiunque non sia un maschio musulmano sunnita eterosessuale che supporta il regime al potere è considerato un intoccabile, è perseguitato, o è morto […]. I Fratelli Musulmani, i salafiti e tutti gli estremisti hanno finalmente trovato un accordo con il governo: concordano su di noi [omosessuali e non allineati]. Concordano sulla violenza, sull’odio, sul pregiudizio e sulla persecuzione. Forse sono solo facce di una stessa medaglia”.

Sarah Hijazi

Anche Patrick George Zaki non si conforma alla norma del maschio sunnita eterosessuale fedele al governo. Cristiano copto, il ricercatore e attivista dell’Eipr (Egyptian Initiative for Personal Rights) stava svolgendo un master in Studi di genere con il programma Gemma dell’Università di Bologna quando il 7 febbraio scorso – al suo rientro in Egitto per una breve vacanza – è stato fermato in aeroporto. Su di lui pendeva da mesi un mandato di cattura che non gli era stato notificato. Come raccontato dal suo avvocato Samuel Thabet, il ragazzo è stato trattenuto per 17 ore in aeroporto, arrestato con l’accusa di diffusione di notizie false, incitamento alla protesta e turbamento della stabilità delle istituzioni e trasferito a Mansura. Qui sarebbe stato picchiato, spogliato, torturato con scosse elettriche e minacciato di stupro; quindi interrogato sul suo lavoro, sulla sua permanenza in Italia e sui suoi rapporti con i Regeni. La Procura di Mansura Sud ha ordinato 15 giorni di custodia cautelare, che da febbraio sono stati prorogati continuamente fino al 16 giugno, quando, il giorno del 29esimo compleanno di Patrick, doveva tenersi l’udienza, che però è slittata ulteriormente. La famiglia non ha notizie e non vede Patrick da inizio marzo, quando è cominciato il lockdown in Egitto.

Reprimendo chiunque sia politicamente attivo e non allineato al governo, l’Egitto è nel mirino di Human Rights Watch. Da quando, dopo il rovesciamento del governo di Mohamed Morsi a luglio 2013, alla guida c’è il generale Abdelfattah al-Sisi, il Paese ha vissuto una repressione senza precedenti: un rapporto di Amnesty International sottolinea che sono centinaia gli studenti, attivisti politici e manifestanti, anche minorenni, che spariscono “nelle mani dello Stato senza lasciare traccia”. La deriva autoritaria preoccupa anche per le condizioni in cui avvengono gli arresti: gli interrogatori coercitivi sono frequenti e spesso i detenuti non sono informati sui loro diritti. Tra le pratiche riscontrate da Amnesty ci sono le offese all’appartenenza religiosa e culturale dei detenuti e al loro orientamento sessuale e gli interrogatori informali senza la presenza degli avvocati. In 46 dei 138 casi documentati da Amnesty il detenuto ha subito torture tramite scariche elettriche, è stato picchiato, appeso per gli arti e maltrattato sotto la custodia della polizia; in tre casi, le vittime hanno riportato di essere state sottoposte a forza a ispezione anale e test per la determinazione del sesso, mentre altre tre hanno raccontato di essere state minacciate di stupro dagli ufficiali dell’Agenzia di sicurezza nazionale. Inoltre è nota la situazione di degrado delle infrastrutture carcerarie e la sostanziale mancanza di un servizio sanitario, condizioni che si aggiungono ai maltrattamenti e all’assenza di igiene e di un’alimentazione adeguata.

Abdelfattah al-Sisi

Il rispetto dei diritti e della salute psico-fisica dei detenuti, quindi, era già motivo di preoccupazione prima che il COVID-19 colpisse l’Egitto, ma ora la situazione è potenzialmente esplosiva e in gran parte ignota, dato che per ridurre le possibilità di contagio sono state vietate le visite dei parenti – unica misura preventiva adottata, oltre alla sospensione delle udienze pendenti. Non sembra che siano garantiti i principi di non arrecare danno e di assicurare ai detenuti gli stessi standard sanitari del resto del Paese – che il Sottocomitato Onu per la prevenzione della tortura indica come basi su cui fondare le misure anti-contagio – né i diritti all’assistenza legale, all’esercizio quotidiano all’aria aperta, a un adeguato livello di igiene e a mantenere i contatti con l’esterno. Le prigioni egiziane sono così sovraffollate – anche a causa di carcerazioni preventive di 345 giorni – che talvolta i detenuti devono fare i turni per dormire e la ventilazione è scarsa. Proprio a causa del sovraffollamento e delle scarse misure sanitarie, l’Oms sottolinea che gli istituti di detenzione sono particolarmente esposti al contagio. Se la situazione carceraria degli ultimi mesi è stata molto grave anche in Italia, con momenti di alta tensione, non risulta che l’Egitto stia garantendo gli standard minimi, tantomeno durante l’epidemia.

Come con Hijazi, anche nel caso di Zaki emergono opinioni diffuse su presunti complotti omosessuali: “Questo Patrick è un omosessuale che è andato a studiare per un master sull’omosessualità all’estero e che lavora per un’organizzazione di promozione dell’omosessualità”, secondo il popolare presentatore tv Nashat Al Dihy. L’omosessualità in Egitto non è ufficialmente illegale, ma nei fatti il governo ha operato una stretta repressiva – con accuse di “offesa alla morale”, “violazione degli insegnamenti religiosi” e di “propaganda di idee e moralità depravate” – che si aggiunge allo stigma vissuto dalle persone LGBTQ+ da parte della società e spesso dei loro stessi parenti. Omosessualità e attivismo politico sono di per sé due elementi sufficienti a mettere in pericolo un cittadino egiziano: come sottolinea il rapporto di Amnesty “Permanent State of Exception”, la repressione colpisce ogni forma di dissenso.

L’udienza che riguarda Patrick Zaki – che, tra l’altro, soffrendo d’asma, è un soggetto a rischio – potrebbe slittare ancora a lungo; e, quando sarà il momento, potrebbe portare alla sua scarcerazione oppure, con le accuse di istigazione alle proteste e di propaganda del terrorismo, a una condanna dai 13 ai 25 anni di carcere. Un elemento sottolineato dai comunicati del ministero dell’Interno egiziano è che Patrick non è italiano: su questo fattore vogliono fare leva le autorità egiziane, sottolineando l’estraneità dell’Italia e dell’Europa a una vicenda che presentano come puramente interna. E proprio su questo insistono le iniziative di solidarietà come quella dell’organizzazione Gofair, che ha lanciato la campagna “100 città con Patrick” per chiedere ai comuni italiani di concedere la cittadinanza onoraria all’attivista, un elemento, per lo più simbolico – dato che cittadinanza ha valenza giuridica solo se concessa dallo Stato – che potrebbe essere usato però come una presa di posizione nei confronti dell’Egitto. Mentre il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (Seae, l’organismo che gestisce le relazioni diplomatiche con i Paesi extra-Ue) e il ministro degli Esteri Di Maio tengono monitorata la situazione, in un contesto di repressione e arresti che diventano sparizioni nel nulla, l’Europa è forse l’unica speranza di protezione per Patrick Zaki.

Forse abbiamo dimenticato che nel 2013, di fronte alla brutale repressione interna adottata dall’Egitto, l’Unione Europea si impegnò a rivedere i suoi rapporti – a partire dalle esportazioni di armi – con il Paese nordafricano; e che per le sistematiche violazioni di quell’impegno da parte di diversi Paesi, Italia compresa, l’Unione è stata recentemente ripresa da Human Rights Watch. Ma per ora, nonostante le pesanti ombre del caso Regeni, i rapporti tra Italia ed Egitto restano stretti, rafforzati negli ultimi tempi sul piano commerciale, militare e strategico a seguito della scoperta, nel 2015, dell’enorme giacimento di gas Zohr da parte dell’Eni, degli accordi di esplorazione dei giacimenti e ora dell’affare, quasi concluso, delle fregate Fremm, a cui oggi si oppone il Pd. I rapporti dell’Italia con un Paese autoritario, che non ha collaborato e continua a procrastinare le indagini sulla morte di Regeni, nel complesso restano ottimi: l’Egitto è un alleato troppo prezioso perché la morte di Sarah Hijazi e la verità, ancora mancante, sulla fine del ricercatore friulano siano moniti sufficienti a prendere provvedimenti. Intanto Patrick Zaki, con tanti altri innocenti, resta in carcere. E con lui la nostra coscienza.

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