Le droghe non sono tutte uguali. Proibirle o trattarle come tabù causa tragedie come Terni. - The Vision

“Si comincia con uno spinello e si arriva all’eroina” o “Le droghe sono tutte uguali” sono luoghi comuni triti e ritriti che probabilmente chiunque si è sentito raccontare almeno una volta nella vita. Un preconcetto ottuso e dannoso che sicuramente non è d’aiuto né a combattere né a prevenire le dipendenze, ma che, invece, funziona molto bene quando si tratta di propaganda e consensi elettorali, al punto che quasi nessuno è disposto a metterlo in discussione. Neanche quando ci si ritrova di fronte a tragedie che nella maggior parte dei casi potrebbero essere evitate se soltanto, invece di proibire senza creare consapevolezza, si spiegasse, soprattutto ai ragazzi, che sono le vittime più frequenti, la differenza fra droghe pesanti e droghe leggere, il modo diverso nel quale agiscono e i diversi rischi che possono comportare, e si dessero loro tutte le informazioni indispensabili per non morire a 15 anni.

La notizia di Maria Chiara Previtali, diciottenne morta di overdose nel giorno del suo compleanno dopo aver consumato una dose di eroina che le aveva regalato il suo fidanzato è di solo pochi giorni fa, e di qualche mese fa, invece, quella di due adolescenti di 15 e 16 anni, a cui è toccata la stessa sorte dopo l’acquisto, in strada, di un boccettino di metadone per 15 euro. Casi come questi purtroppo sono in aumento: è stato calcolato che in Italia l’utilizzo di droghe miete una vittima al giorno e che sono state 334 le persone morte nel 2018, 38 in più rispetto all’anno precedente, fra i giovani, poi, sono sempre più popolari le Nps, le nuove sostanze psicoattive come ad esempio il il Fentanyl, facilissimo da acquistare online. Nell’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia anno 2019, emerge il quadro di un fenomeno in evoluzione. Se da un lato sembra essere in atto una trasformazione verso mercati più compositi, complessi e mutevoli, dall’altro si riflette sulle modalità di consumo, che virano verso le sostanze sintetiche, il poli-utilizzo e il consumo occasionale. Ciò significa che i ragazzi si drogano sempre più spesso e sempre più occasionalmente, spinti dalla voglia e dalla curiosità di fare un’esperienza nuova, ma che sempre più spesso sono anche meno informati e meno consapevoli dei rischi che corrono. Dallo stesso report emerge infatti che mentre il consumo di cannabis rimane invariato, ma continuano a crescere quelli di eroina e oppiacei (dello 0,9 %) e con questi anche i ricoveri e i decessi collegati al consumo di sostanze sintetiche. Rispetto ai dati raccolti nell’anno precedente, il 2017, i decessi legati all’uso di eroina sono aumentati del 46,1% e quelli legati all’abuso di cocaina del 19,1 %. Questi dati scoperchiano un vaso di pandora fatto di adolescenti abbandonati a se stessi che riconoscono le droghe dal colore e che mixano ansiolitici, psicofarmaci e alcool talvolta anche soltanto per calmare l’ansia o per dormire.

Ma è proprio quando ci sarebbe più bisogno di fare un mea culpa e di rivedere le politiche in materia di prevenzione, che puntualmente nel nostro Paese accade il contrario e media e politici, rincarano la dose di repressione e proibizionismo. A marzo Salvini, dopo aver provato a chiudere i Cannabis Store, ha proposto un disegno di legge urgente per inasprire le pene ed eliminare la “lieve entità”; un discrimine, che permette tutt’oggi a tanti, di sospendere la pena o di imboccare la via delle comunità in alternativa al carcere. Salvini è anche fra i sostenitori dell’equiparazione di tutte le droghe e lo ha ribadito di recente, durante un comizio elettorale a metà settembre, affermando che non esiste alcuna differenza tra droghe pesanti e droghe leggere e che piuttosto è molto meglio farsi un piatto di trofie e un bicchiere di Vermentino. Prima di lui è stato l’ex presidente del parlamento europeo Antonio Tajani a scatenare un polverone social quando aveva commentato allo stesso modo una sentenza della Cassazione che aveva decretato come legittima, a certe condizioni, la coltivazione di qualche piantina di marijuana in casa.

Se questa convinzione è così radicata è anche merito della Fini-Giovanardi, la legge – poi dichiarata incostituzionale – che dal 2006 al 2014 ha equiparato tutte le sostanze e che per questo – oltre allo squilibrio delle pene – è stata la responsabile del sovraffollamento delle carceri. Tutti questi peraltro sono preconcetti, perché la legge attuale, il decreto Lorenzin del 2013, prevede una distinzione fra sostanze leggere e pesanti. Nelle tabelle delle sostanze stupefacenti e psicotrope figurano infatti ben 4 sottogruppi di riferimento distinti sinteticamente in droghe pesanti, nelle quali rientrano oppiacei, cocaina e derivati, amfetamine e allucinogeni (Tabella 1), e droghe leggere, cannabis (Tabella 2), mentre nel terzo e nel quarto gruppo figurano barbiturici e benzodiazepine. Una nomenclatura che ha una giustificazione scientifica, perché le droghe leggere hanno proprietà psicotrope, cioè contengono sostanze chimiche capaci di modificare lo stato psico-fisico di un soggetto (attenzione, percezione, umore, coscienza, comportamento) minime, incapaci o quasi di creare dipendenza nel senso medico del termine e di determinare quindi crisi d’astinenza, mentre quelle pesanti, no. Le droghe pesanti contengono elevate proprietà psicotrope e determinano facilmente e rapidamente una forte dipendenza psico-fisica nel soggetto che ne fa utilizzo. Inoltre, a differenza delle droghe leggere, causano danni maggiori; anche solo dopo poche assunzioni e determinano crisi d’astinenza molto più violente.

Già questo, dunque, basterebbe a smentire che non è affatto vero che non esistono differenze e neanche che, chi si fuma uno spinello finirà per rubare la pensione della nonna per comprarsi l’eroina. Parificare le sostanze stupefacenti non è soltanto inesatto – è come mettere sullo stesso piano una polmonite e un raffreddore perché sono entrambe malattie – è anche ipocrita, perché a quel punto sposando una simile visione per coerenza andrebbero vietati anche l’alcool, il caffè, gli zuccheri, il sale e gli psicofarmaci. La cosa peggiore, però, è che queste posizioni sono controproducenti e non aiutano i cittadini, in particolare i più giovani ma non solo, a comprendere i possibili rischi reali a cui si va incontro, a seconda della sostanza che si desidera provare. Una comunicazione istituzionale di questo tipo si rivela un’arma a doppio taglio, perché produce un effetto paradosso, aumentando il livello di attenzione dell’opinione pubblica sulle droghe leggere e riduce quello su quelle pesanti. 

Se negli altri Paesi si mettono in atto da anni politiche improntate a un consumo consapevole delle sostanze attraverso l’istituzione e l’implementazione di servizi per la riduzione del danno, o di unità mobili che analizzano le sostanze nei luoghi di divertimento, in Italia tutto ciò è escluso dal Piano Nazionale sulle droghe, che attualmente continua a non prevedere, un capitolo specifico dedicato alla RdD o al monitoraggio dei suoi servizi, che si reggono e si sostengono principalmente grazie a volontari, privati e Terzo Settore. L’Italia continua quindi a perseverare con politiche antiquate e fuori dalla realtà, limitandosi al proibizionismo e investendo in spot e campagne ottuse che insegnano ai ragazzini che le droghe sono tutte uguali e fanno tutte male. Il problema non indifferente è quindi legato alla comunicazione. Il modo in cui maldestramente si tenta di dare una risposta a un problema così complesso e stratificato è l’avvertimento scontato che “La droga fa male”, accompagnato da strategie a dir poco anacronistiche.

Quello dell’uso e abuso di droghe è un fenomeno sociale complesso, al quale dovrebbero corrispondere risposte politiche collettive e una serie differenziata di misure adatte, non di certo  “Dai un calcio alla droga” , “Non ti fare, fatti la tua vita”, un Raul Bova che parla in modo concitato e confuso sopra un tetto o comunque campagne generaliste in cui l’unica informazione che viene trasmessa è che bisogna “dire di no”. La maggior parte degli spot contro l’uso di droghe sono pensate da persone che evidentemente non non hanno molto chiaro ciò di cui parlano. Un’accozzaglia di superficialità e luoghi comuni sulle tossicodipendenze; come l’idea che siano le mele marce che rovinano quelle buone, o che siano le “cattive compagnie” a indurre all’uso di sostanze, che molto spesso si risolvono in un messaggio poco incisivo e soprattutto poco credibile, buono soltanto a rassicurare gli adulti e a fare ulteriormente a pezzi la fiducia dei ragazzi nei confronti delle istituzioni. Ci sarebbero invece modi più efficaci di informarsi e di informare, oggi più che mani. L’anno scorso, ad esempio, la Norvegia, in collaborazione con l’Association for Safer Drug Police – un ente privato che da anni si occupa d’incoraggiare politiche sulla droga basate su conoscenza e coscienza – ha lanciato una campagna per la riduzione dei danni causati dalla droga che ha riempito le strade di Oslo con manifesti che recitavano: “Sophie didn’t die when she tried LSD. She did the substance test and checked what it contained” (Sophie non è morta quando ha provato l’LSD. Ha fatto il test della sostanza e ha controllato cosa conteneva) o “John didn’t die when he overdosed on heroin. He wasn’t alone, and his friends had naloxone” (John non è morto quando è andato in overdose di eroina. Non era da solo, e i suoi amici avevano il naloxone), ottenendo importanti risultati sulla popolazione. Il problema è che in Italia questi, come molti altri, restano ancora tabù e le persone continuano e continueranno a drogarsi, come hanno sempre fatto, in uno spazio d’ombra, abbandonate a se stesse.

L’unico strumento per prevenire l’uso e l’abuso delle droghe, ormai constato, è l’informazione. Dovremmo farcene una ragione. Le politiche repressive in materia di sostanze psicotrope non producono nient’altro che una perdita di credibilità nei confronti delle istituzioni e la mancanza di diffusione di  informazioni specifiche e corrette. Se vogliamo evitare morti per ignoranza, sarà fondamentale riconoscere e supportare su tutto il territorio nazionale i livelli essenziali di assistenza per quanto riguarda la riduzione del danno e cambiare la visione pubblica sull’uso delle droghe, considerandola come una questione di salute pubblica e benessere personale, piuttosto che come un esercizio di applicazione della legge e un facile modo per ottenere consensi.

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