Perché le donne sono il futuro delle serie tv

È uscita la settima puntata di AntiCorpi, Le donne sono il futuro delle serie tv? Puoi ascoltarla su Apple Podcasts, Google PodcastsSpotify.

Questo è l’anno di Phoebe Waller-Bridge: sceneggiatrice e attrice, la sua Fleabag è stata acclamata dalla critica, mentre la seconda stagione di Killing Eve è stata nominata agli Emmy Awards. Ora l’autrice è stata chiamata per lavorare alla storia del nuovo Bond 25, la cui uscita è prevista per il prossimo anno.

Waller-Bridge è una delle esponenti più interessanti di quello che Jill Soloway chiama “female gaze”, lo sguardo femminile dietro la macchina da presa. Che il mondo dell’audiovisivo sia dominato dagli uomini non è certo un mistero: nella storia degli Oscar, ad esempio, solo sei donne sono state nominate per la categoria “Miglior regista” e solo una l’ha vinto, Kathryn Bigelow, con il film The Hurt Locker. Anche per la tv le cose non vanno meglio: secondo le statistiche di Hollywood & Women relative alla stagione televisiva 2017/2018 le donne costituiscono soltanto il 34% dei produttori esecutivi accreditati. Il 97% delle serie tv non ha direttrici della fotografia, l’86% non ha registe, il 75% non ha sceneggiatrici.

L’espressione “female gaze” deriva da “male gaze”, termine coniato nel 1973 dall’autrice femminista Laura Mulvey nel famoso saggio Visual Pleasure and Narrative Cinema, in cui cercava di spiegare da una prospettiva psicanalitica il modo in cui i film sono costruiti per compiacere lo sguardo maschile. La sua analisi partiva da La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, in cui ogni sequenza sarebbe costruita sul piacere che deriva dall’osservare le donne come oggetti: il protagonista del film, infatti, spia con un binocolo la vicina di casa.

Nel 2016, al Toronto Film Festival, la sceneggiatrice Jill Soloway ha tenuto una masterclass intitolata “The Female Gaze”. Soloway è autrice di molte serie tv: ha scritto vari episodi di Dirty Sexy Money, Grey’s Anatomy, e Tell Me You Love Me, e ha scritto anche intere serie come I Love Dick – adattamento dell’omonimo libro di Chris Kraus – e Transparent. Nella presentazione è partita da una spiegazione del concetto introdotto da Laura Mulvey: il male gaze è “Praticamente tutto quello che avete guardato, la maggior parte delle serie tv, tutti i film, i film dei supereroi e di azione, e ovviamente anche gli horror e i film sulle torture, i film che hanno l’esplicita intenzione di oggettificare le donne, come The Wolf of Wall Street e James Bond, e i film ben intenzionati come Her ed Ex Machina che sognano donne che trasudano etere. O The Revenant, o Il petroliere, o Ocean’s Eleven per il modo in cui ignorano le donne. Entourage. Due uomini e mezzo. Avevo detto tutto? Quasi tutto”.

Per Soloway, il female gaze non è l’opposto dello sguardo maschile, altrimenti sarebbe “tipo Magic Mike ma se fosse scritto, diretto e prodotto da una donna”. Per Mulvey il male gaze aveva tre prospettive: quella dell’uomo dietro la macchina da presa, quella dei personaggi maschili all’interno delle rappresentazioni cinematografiche e quello dello spettatore che guarda la rappresentazione. Allo stesso modo Soloway usa una costruzione simile per illustrare il suo concetto. Lo sguardo femminile è, per prima cosa, un modo per sottrarre la cinepresa dal dominio della vista e puntarla anche sui sentimenti. In secondo luogo è una modalità per mostrare come ci si senta ad essere l’oggetto dello sguardo e infine è un modo “ritornare lo sguardo”, cioè per mostrare come ci si sente a stare al mondo per essere guardate per tutta la propria vita.

Oggi sono tante le serie tv che propongono un nuovo punto di vista: le già citate Fleabag e Killing Eve create da Phoebe Waller-Bridge, The Handmaid’s Tale di cui è appena uscita la terza stagione, Big Little Lies, giunta alla seconda, GLOW sul mondo del wrestling, la premiata Sharp Objects, l’acclamata serie di Lena Dunham Girls, e alcuni reboot di serie anni Novanta come Le terrificanti avventure di Sabrina e Streghe.

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