L’Italia è la patria di Beccaria. In uno Stato di diritto nessuno merita di “marcire in carcere”.

Che viviamo nell’epoca della disintermediazione ormai dovrebbe essere chiaro a tutti. Gli organi costituzionali dello Stato si rapportano con la popolazione attraverso dirette Facebook, indossando oggi la giacca della polizia di Stato, domani la giacca della polizia penitenziaria. Sono esattamente “come noi”. Il fatto che loro abbiano il potere di decidere il destino della nostra nazione non è rilevante finché mangiamo le stesse cose a colazione.

Date le premesse, l’estradizione di un terrorista italiano dopo 38 anni di latitanza non poteva tradursi in una passerella di civiltà e garantismo. E infatti. Cesare Battisti è stato fermato mentre camminava per le strade di Santa Cruz de La Sierra, in Bolivia, camuffato con barba e baffi. L’ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo aveva fatto perdere le sue tracce a dicembre dopo che era stato spiccato nei suoi confronti un ordine di cattura in Brasile ed è stato arrestato da una squadra speciale dell’Interpol con la presenza di agenti italiani. Le ore successive all’arresto sono state surreali. Soltanto su Facebook, alle 8.55 del 14 gennaio, Matteo Salvini aveva prodotto 16 post sul tema. Alla scuola di formazione politica della Lega, il ministro dell’Interno è arrivato a dire che “Battisti è un assassino e dovrà marcire in galera fino alla fine dei suoi giorni”. Colui che è preposto al coordinamento delle forze di polizia emana sentenze come fosse il primo presidente della Corte di Cassazione; un’invasione di campo a cui purtroppo siamo abituati.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a questo punto si è evidentemente sentito in difetto di inopportunità, e in dovere di rimontare. Ed è proprio nei momenti di difficoltà che i geni trovano una soluzione: un video di 4 minuti in cui è possibile rivivere tutti i momenti salienti del “Battisti Day”, con tanto di sottofondo musicale malinconico e la parte immancabile dove si ribadisce che il terrorista dovrà restare in galera per il resto dei suoi giorni. La pena è quella dell’ergastolo, bisogna scandirlo bene. La giustizia funziona, il popolo è contento e il consenso cresce. L’unico che ci perde, ahimè, è lo Stato di diritto.

Cesare Battisti è stato condannato come assassino. Lo ha stabilito la corte di Cassazione in una sentenza del 1991.  In questi casi, come è ovvio, si applicano le punizioni previste dalla legge e decise dai giudici. Dai giudici, è bene ribadirlo, non dal popolo e né tantomeno dai governanti del momento. Con grande dispiacere di questi ultimi, la Costituzione all’articolo 27 vieta che siano applicate pene contrarie al senso di umanità. Inoltre, la punizione deve avere come fine la rieducazione del condannato.

Matteo Salvini e Alfonso Bonafede

Un ministro della Repubblica che afferma soddisfatto che un detenuto “deve marcire in galera” è prima di tutto una sconfitta dello Stato di diritto e una ferita inferta alla Costituzione sulla quale tutti i membri del governo hanno giurato prima di esercitare le loro funzioni. Il carcere deve rieducare tutti, non soltanto i criminali che l’opinione pubblica giudica come “meno cattivi”. Se poi si confrontano il termine “marcire” e la parte di Costituzione che vieta i trattamenti disumani, si capisce la distanza che esiste tra i padri della Repubblica e gli attuali governanti, dimentichi evidentemente della storia del Paese che amministrano.

L’Italia è la patria di Cesare Beccaria, il primo autore a teorizzare l’abolizione della pena di morte. Grazie all’influenza del celebre giurista, il Gran Ducato di Toscana è stato addirittura il primo Paese al mondo che ha abolito la pena capitale. Per quanto riguarda l’Italia unita, la pena di morte per i reati civili è stata abolita una prima volta nel 1889 e, dopo la reintroduzione operata dal fascismo, è stata definitivamente eliminata con l’entrata in vigore della Costituzione. Fino al 1994 il codice penale militare prevedeva la pena di morte, poi sostituita dall’ergastolo. Ma, come diceva Beccaria, non è importante l’intensità della punizione, quello che conta è la sua capacità di fungere da deterrente da un lato, e di reinserire un individuo nella società dall’altro. La prima Costituente è stata particolarmente attenta alle garanzie del detenuto, consapevole degli orrori che il fascismo ha inflitto sulle minoranze e sugli esclusi della società. Orrori che sembrano alquanto sbiaditi nella nostra memoria collettiva. Sono così sbiaditi che un ministro della Repubblica si permette un pronostico, perché di questo si tratta, su quanti anni di detenzione dovrà subire Cesare Battisti. Sul fatto che la pena sia quella dell’ergastolo non c’è dubbio, ma non tutti gli ergastolani “marciscono” in galera. L’articolazione della pena viene decisa da un giudice dell’esecuzione che ha il compito preciso di “cucire” la condanna sul singolo detenuto. Nessuno – Salvini a parte – ha ancora deciso se si tratta un ergastolo ostativo senza possibilità di ottenere benefici o di una pena che consentirà, dopo molti anni, di ottenere permessi. Dipende dal processo di reinserimento nella società di chi è stato giudicato criminale. E questo processo non lo conoscono né Salvini né Bonafede, con buona pace di tutto il governo.

La spettacolarizzazione della giustizia a cui abbiamo tristemente assistito contrasta oltretutto con delle precise disposizioni di legge. Il codice di procedura penale vieta la diffusione dell’immagine di una persona sottoposta a mezzi di coercizione, mentre l’ordinamento penitenziario prevede l’adozione delle cautele necessarie a proteggere i detenuti dalla curiosità del pubblico durante il loro trasferimento in carcere. Il ministro della Giustizia, per tutta risposta, ha pensato bene di farne un video strappalacrime.

L’ostentazione del prigioniero è un rito antico utilizzato da Stati che dovevano affermare il loro dominio. L’Italia si è unita nel 1860, è una Repubblica dal 1946, e gli anni di piombo sono terminati più di 35 anni fa’: esibire l’ergastolano per rafforzare il controllo sulla nazione è decisamente fuori contesto. Il governo sembra disposto a sacrificare principi di civiltà giuridica sull’altare del consenso. E in questo caso, non ci sono poteri forti contro cui combattere; la spettacolarizzazione del caso Battisti non è altro che una speculazione per ottenere consenso. E per di più, speculare su un uomo che agli occhi della maggior parte dell’opinione pubblica altro non è che un terrorista è ancor più grave perché agli occhi di molti – troppi – sembrerà tutto sommato accettabile. Se si guardano gli eventi tenendo presente che stiamo parlando di un essere umano, prima che di un ergastolano,  qualcuno che probabilmente non avrà mai più una vita, la spettacolarizzazione si trasforma in miseria. Il segno di un Paese che è diventato cattivo, con un governo che strumentalizza la disperazione dei cittadini attraverso la fiera esibizione del nemico.

Nel 1764 Cesare Beccaria ha aperto la strada alle cosiddette teorie relative della pena, secondo le quali le punizioni devono essere rivolte anche a obiettivi di tipo pedagogico ed educativo, sia nei confronti della generalità dei cittadini che nei confronti dell’autore del reato. Gli eventi che hanno ruotato attorno all’arresto di Cesare Battisti hanno messo in risalto soltanto la funzione sanzionatoria della punizione, con una logica di stampo pre-illuministico.

Cesare Beccaria

Nei confronti di Cesare Battisti è stata emessa una condanna definitiva per crimini efferati. La sentenza va eseguita con rigore, in considerazione dei gravi reati commessi. Allo stesso tempo, a Battisti spettano per legge tutte le garanzie che lo Stato italiano prevede dei confronti dei detenuti nella sua condizione. Salvini, insieme al Presidente brasiliano Jair Bolsonaro, si è intestato il successo di un’operazione che li ha visti coinvolti in misura assolutamente marginale. Tutto per miseri fini elettorali. L’altra sponda del governo è corsa subito ai ripari, cercando di copiare le mosse vincenti del Capitano con video da far accapponare la pelle. Tutti argomenti che non hanno niente a che fare con il rispetto dello Stato di diritto e della dignità di un detenuto consegnato alle carceri italiane a tempo indeterminato. Finora l’assenza di rispetto e di civiltà ha riguardato i diritti dei migranti, ma da questa vicenda abbiamo capito che sono stati sdoganati anche quelli dei detenuti. In entrambi i casi si tratta di individui ai margini della società a cui l’Italia, a quanto pare, non vuole più garantire le tutele previste dalla legge. Però attenti che i margini si chiudono e il cerchio si restringe. E dentro al cerchio prima o poi ci saremo anche noi.

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