Se vogliamo sostenere il diritto all’aborto, smettiamola di raccontarlo solo come un’esperienza traumatica

Da quando il 15 giugno scorso la giunta leghista della regione Umbria guidata da Donatella Tesei aveva deciso di revocare la possibilità di assumere la pillola abortiva in day hospital, rendendo di nuovo necessario il ricovero di tre giorni, moltissime voci si sono levate per protestare contro la misura e, in pochi giorni, hanno generato uno scontro in grado di riportare al centro del dibattito pubblico la questione dell’aborto. Il 7 agosto scorso si è poi giunti a una definitiva modifica delle linee guida sull’utilizzo della pillola RU486, che finalmente potrà essere assunta senza obbligo di ricovero fino alla nona settimana, e non più fino alla sesta.

Se prima avevamo assistito alle discussioni tra i favorevoli e i contrari all’Ivg, ovvero tra i sostenitori del libero accesso all’Ivg e quella nutrita schiera di legislatori, politici, sociologi e moralisti di varia estrazione che, appellandosi alla tutela della salute della donna, nel concreto si opponevano a una pratica che in tutto il mondo è considerata sicura, adesso è la volta degli uomini di chiesa che hanno tuonato contro la “depenalizzazione della cultura della morte”, come il vescovo di Reggio Emilia, e quelli che, se pur favorevoli alle nuove direttive in materia di interruzione di gravidanza, ci hanno tenuto a sottolineare che abortire è sempre una grossa sofferenza per le donne.

In un articolo che annunciava le nuove linee guida del ministro Speranza, uscito il 7 agosto su Repubblica, si può leggere che scegliere di interrompere una gravidanza è “sempre una scelta dolorosa“, mentre in un lungo post sul suo profilo Facebook che celebra le modifiche sulla somministrazione della RU486, Saverio Tommasi ha scritto che, anche se è contento per questo aggiornamento, lui non abortirebbe mai, e che adesso almeno si tratterà di una scelta meno dolorosa e inumana. A luglio, Roberto Saviano, inserendosi nel dibattito sulle limitazioni della giunta umbra con un post dallo stesso tono, aveva attirato le critiche di associazioni come Obiezione Respinta – la piattaforma autogestita da Non Una Di Meno che mappa i luoghi in cui l’obiezione di coscienza viene esercitata e dove si può invece trovare aiuto e supporto – perché aveva affermato che “L’aborto è un passo doloroso che nessuna donna compie senza averci riflettuto e senza averci sofferto”.

Quasi tutti, a quanto pare, quando si discute di aborto e della relativa legge provano l’impellenza di dovere enfatizzare, sottolineandolo, quanto le misure che vengono prese dal governo debbano essere volte soprattutto a facilitare le procedure di qualcosa che sarebbe intrinsecamente una scelta drammatica e traumatica per tutte le donne. Saviano, Tommasi e Repubblica hanno espresso sicuramente in buona fede un pensiero legittimo e in parte corretto, perché pur rigettando la retorica del dolore, non bisogna negare le esperienze delle donne che vivono l’Ivg come una scelta dolorosa. Tuttavia è altrettanto sbagliato generalizzare questa esperienza come se fosse valida per tutte. Il problema non sono gli uomini che esprimono la loro opinione, ma quelli che si oppongono al diritto all’Ivg o pretendono di universalizzare il loro sentire, una prassi comune anche tra le stesse donne. Fino a prova contraria Donatella Tesei è una donna, e questo non le ha impedito di varare un provvedimento che ha fatto retrocedere i diritti delle donne. Prima di lei, nel 2018 era stata Carla Padovani, donna e capogruppo del Pd al comune di Verona, a far passare con il suo voto favorevole una mozione promossa dalla Lega per contrastare l’aborto. Il progetto “culla segreta” prevedeva infatti di inserire nel bilancio comunale fondi per le associazioni cattoliche a sostegno della maternità e della famiglia e volte alla prevenzione dell’aborto per fare di Verona una “città a favore della vita”.

Donatella Tesei

Il problema è però anche il modo in cui se ne parla. In quell’occasione Padovani, oltre ad appellarsi al diritto all’obiezione di coscienza, aveva anche parlato di “valore della maternità”, come se fosse scontato che tale valore esista sempre e che non sia, invece, qualcosa che di per sé non esiste se non è reputato tale dalla donna che la vive. Affermazioni come questa e ancor peggio come quelle dei vari Tommasi di turno, che pongono l’accento sulla sofferenza, sul dolore o sul fatto di vivere l’aborto come un trauma ci pongono di fronte a un problema reale e atavico per la nostra cultura, ovvero il radicalismo e la trasversalità dello stigma relativo all’aborto. Una retorica paternalistica che, credendo che l’esperienza di una valga per tutte, infetta anche l’opinione e il pensiero più progressista di chi, a parole, sostiene il libero accesso all’Ivg e l’autodeterminazione femminile.

Quando nel nostro Paese si parla di aborto, persino quando lo si fa in ambienti che dovrebbero essere aperti ed evoluti, si ha sempre l’impressione che rimanga una scelta accordabile in una certa misura, solo a patto che le donne lo patiscano come un evento traumatico. Come se esistesse un livello di sofferenza minimo che una volta raggiunto sia in grado di renderlo più accettabile agli occhi della società e al tempo stesso di redimere le donne che decidono di accedervi; una sorta di pegno da pagare per espiare la colpa di avere trasgredito le regole. Perché accedere all’aborto rimane una deviazione, un errore e pertanto qualcosa che ha costantemente bisogno di essere “giustificato”. Forse, se ancora oggi procediamo a rilento e facciamo fatica a liberalizzare completamente l’aborto è anche per colpa di chi alimenta questo tabù tirando in ballo, quando ne parla, la retorica della sofferenza e del dolore.

Come emerge anche da un articolo pubblicato sul Journal of History of Medicine, in molti Paesi cattolici come l’Italia, in cui il dibattito pubblico sull’aborto è articolato in termini morali e religiosi più che scientifici, l’interruzione di gravidanza è spesso trattata, tanto nel discorso pubblico quanto nel dibattito politico, come un’irregolarità. Le donne che interrompono una gravidanza in questi Paesi, vengono etichettate spesso come cattive donne e madri o come irresponsabili. In alternativa, se proprio l’etichetta di madre degenere o di donna assassina non dovessero risultare calzanti, sono dipinte come vittime di problemi economici e sociali tali da averle condotte a scegliere di abortire. In nessun caso il senso comune contempla la possibilità che possa trattarsi di una scelta presa con determinazione, come è giusto che sia.

Oltre ad affondare le sue radici in una cultura patriarcale, questa mentalità è anche il risultato del fatto che in Italia – come in altri Paesi in cui l’ingerenza della religione è importante – l’attenzione negli ultimi decenni si è gradualmente spostata dalla donna al concepito, con la conseguenza di cominciare a parlare dell’embrione o del feto come fossero persone, finendo a tal proposito con l’invocare anche la retorica dei diritti umani per difendere i diritti di quest’ultimo, a discapito di quelli delle donne. Nel 2007 la giunta della Lombardia guidata dall’allora presidente Formigoni introdusse un regolamento ospedaliero per la sepoltura di feti e embrioni abortiti, obbligando i ginecologi che lavoravano nei reparti a domandare alle donne che chiedevano una Ivg se volessero seppellire il proprio embrione o feto. Misura che cinque anni dopo è stata replicata anche a Roma con l’inaugurazione del “Giardino degli Angeli” nel cimitero del Laurentino, e che in questi mesi è terreno di scontro tra l’opposizione e la giunta di centro destra di Cagliari che vorrebbe introdurre un “registro dei bambini mai nati” e relativo luogo dove seppellirli. È invece notizia di pochi giorni fa l’introduzione a Marsala di un “registro dei bambini mai nati”, con indicazioni per la sepoltura, che può avvenire anche senza il consenso dei genitori. Una forzatura che sicuramente non aiuta una donna che vive un disagio psicologico a seguito di un’interruzione di gravidanza, che andrebbe invece supportata con sportelli o servizi laici e pubblici senza che al vissuto di ogni donna venga anteposto un giudizio morale.

Sempre nello stesso studio viene mostrata la relazione tra la stigmatizzazione dell’interruzione di gravidanza e la classificazione medico-morale delle interruzioni di gravidanza. Genericamente, infatti, tanto a livello medico quanto sociale viene fatta una differenziazione morale tra “aborti accettabili”, identificati come quelli a cui si ricorre nei casi di malformazioni fetali molto gravi, e “aborti inaccettabili” che non hanno nessuna spiegazione medico clinica. Una differenziazione che contribuisce a riprodurre, ancora una volta, la stigmatizzazione di alcune categorie di donne e di alcuni tipi di interruzione di gravidanza in particolare.

“Le donne che interrompono la gravidanza nel secondo trimestre, nella maggior parte dei casi per anomalie o malformazioni fetali, venivano descritte dalla maggioranza dei ginecologi come ‘vittime’ di patologie gravi, che non si possono prevenire e che avranno un impatto negativo sullo sviluppo fisiologico e neurologico del feto e del neonato e bambino poi. Nel primo trimestre, invece, sottolineavano molti ginecologi […] l’‘embrione è sano’, almeno potenzialmente”, conclude l’articolo del Journal of History of Medicine nel riportare i motivi che spingono molti medici a giudicare negativamente una donna che decide di abortire nel primo trimestre senza valide giustificazioni per la salute.

Associare alla lotta per il libero accesso all’aborto il giudizio morale relativo al dolore, alla sofferenza o al trauma, quindi, non fa altro che alimentare e rafforzare la narrazione che vede nell’aborto una vergogna e una colpa. Fino a quando si utilizzerà questa retorica ci sarà sempre qualcuno che inevitabilmente la utilizzerà come pretesto per dire che è sbagliato, sentendosi ancora più legittimato a ostacolarlo come diritto. Per questo, almeno chi lotta e sostiene l’autodeterminazione delle donne, deve essere consapevole del fatto che la sua lotta non è separata da quella per combattere lo stigma dell’aborto. Sono due istanze che viaggiano parallele perché senza decostruire lo stigma dell’aborto non può realizzarsi una sua piena liberalizzazione. Contrastare lo stigma dell’aborto significa soprattutto parlarne normalmente, senza tabù e drammatizzazioni, magari come di un’esperienza comune a milioni di donne. Ma significa anche fare più attenzione e riappropriarsi delle parole giuste.

Sostenere l’accesso all’Igv significa essere consapevoli che il modo in cui se ne parla è importante tanto quanto ciò per cui ci si batte. Significa ancora di più fare attenzione a respingere con forza quella narrazione unica che vuole imporre alle donne la sofferenza a ogni costo.

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