In ogni regime autoritario, il nemico interno è una necessità politica. Serve a distogliere l’attenzione, a compattare il consenso, a indirizzare la rabbia popolare verso un capro espiatorio. Oggi, questo nemico ha un volto preciso: la comunità LGBTQ+. Dalla Russia di Vladimir Putin alla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, dall’Argentina di Javier Milei agli Stati Uniti di Donald Trump, passando per l’Italia di Giorgia Meloni, i governi nazionalisti e ultraconservatori stanno riscrivendo i diritti civili a colpi di reati universali, censure e propaganda morale. Ma non si tratta solo di diritti negati: si tratta di identità criminalizzate, di esistenze messe fuori legge e di omobitransfobia di Stato. Dietro la facciata del patriottismo e della difesa dei “valori tradizionali” si muove una strategia che punta a ridefinire i confini stessi della cittadinanza. La libertà di amare, di autodeterminarsi, di esistere pubblicamente diventa una minaccia all’ordine morale, e dunque un problema di sicurezza nazionale. È un meccanismo antico: in tempi di crisi, le società autoritarie scelgono di unirsi non per ciò che difendono, ma per ciò che rifiutano. E i corpi queer – visibili, fluidi, non addomesticabili – diventano il bersaglio perfetto per i governi che cercano un collante ideologico.

Lo schema si ripete con una precisione inquietante. In Russia, la Corte suprema ha dichiarato il “movimento internazionale LGBT” un’organizzazione estremista, permettendo al Cremlino di perseguitare chiunque manifesti la propria identità di genere o orientamento sessuale. La repressione è totale: dalle strade ai social, dai tribunali alle scuole. Putin ha trasformato l’omobitransfobia in dottrina di Stato, elevandola a simbolo di una Russia “pura” in opposizione a un Occidente corrotto. In Argentina, Milei ha chiuso il ministero delle Donne e della Diversità, cancellato i programmi per l’educazione sessuale e vietato le terapie di affermazione di genere per i minori, smantellando in pochi mesi un sistema di tutele costruito in vent’anni. Negli Stati Uniti, Donald Trump ha promesso di “liberare l’esercito dall’ideologia transgender”, e diversi Stati i repubblicani stanno introducendo leggi che limitano l’accesso ai farmaci ormonali, vietano i libri con personaggi queer e puniscono gli insegnanti che parlano di identità di genere in classe. In Italia, il governo ha approvato la legge che rende la gestazione per altri un reato universale, colpendo in modo diretto e simbolico le famiglie omogenitoriali – anche se a ricorrervi sono soprattutto quelle etero – e consolidando la narrazione per cui esisterebbe un solo modello di famiglia legittima.
Non si tratta più di battaglie locali, ma di una rete internazionale di politiche reazionarie che si alimentano a vicenda. I leader della nuova destra globale condividono la stessa agenda: presentare la democrazia liberale come un sistema “degenerato” e la diversità come la sua malattia. In questo racconto, la famiglia tradizionale, la virilità, la religione e la patria diventano strumenti di disciplina sociale. Il potere si mantiene non grazie al progresso, ma alla paura. In questa logica, la comunità LGBTQ+ non viene solo esclusa, ma trasformata in simbolo di tutto ciò che deve essere estirpato: il dubbio, la libertà, la complessità. È la stessa costruzione ideologica che, a fasi alterne, ha giustificato persecuzioni politiche, razziali e religiose. Ma nel XXI secolo, questa caccia all’identità ha trovato un nuovo linguaggio: quello della moralità pubblica, della tutela dei minori, della difesa della famiglia. È una forma di censura aggiornata ai tempi della democrazia mediatica, che usa la cultura e la legge per reprimere invece che per proteggere.

La Turchia di Erdoğan è oggi uno degli esempi più estremi di questa deriva: per salvare il proprio partito da scandali di corruzione e di brogli elettorali e per mantenere il suo potere saldo almeno nelle campagne, ha trasformato la Turchia in un Paese in cui la persecuzione della comunità queer è diventata una norma di governo. Dopo aver represso ogni forma di dissenso politico con le proteste di Gezi Park nel 2013 e aver accentrato il potere con il pretesto del golpe fallito del 2016, il presidente turco ha individuato nella comunità LGBTQ+ il bersaglio perfetto per consolidare un progetto politico sempre più autoritario e teocratico. L’obiettivo non è solo disciplinare i corpi queer, ma riscrivere la norma stessa di cittadinanza turca, cancellando ogni soggettività che non rientri nei canoni dell’eterosessualità e della famiglia patriarcale. Nel 2025, questo processo si è formalizzato in uno degli atti più gravi degli ultimi anni: l’introduzione di un pacchetto di riforme giudiziarie, il cosiddetto “11º pacchetto”, contenente misure che di fatto criminalizzano l’esistenza stessa delle persone LGBTQ+. La bozza prevede pene detentive da uno a tre anni per chiunque “promuova comportamenti contrari al sesso biologico e alla moralità pubblica”. È un’espressione volutamente vaga, che consente di colpire indistintamente chiunque manifesti pubblicamente un’identità di genere o un orientamento sessuale non conforme.
Le persone trans sono le più colpite: l’età legale per l’accesso a interventi chirurgici di riassegnazione del sesso è stata innalzata da 18 a 25 anni, con l’aggiunta di requisiti clinici e burocratici sempre più inaccessibili. Un richiedente dovrà sottoporsi a quattro valutazioni mediche, essere celibe o nubile, ottenere l’approvazione di un tribunale e dimostrare che l’intervento sia “psicologicamente necessario”. Ogni violazione di questo iter – per esempio sottoporsi a procedure simili in una clinica privata non autorizzata – comporta pene fino a sette anni di carcere. Anche i bloccanti della pubertà per i minori sono di fatto banditi. Ma il disegno è più ampio. L’articolo 225 del codice penale, che in precedenza puniva gli “atti osceni”, è stato riscritto per includere “ogni rappresentazione sessuale o identitaria in contrasto con la moralità pubblica e il sesso biologico”. Questa clausola apre la strada alla censura preventiva di qualsiasi contenuto queer nelle serie TV, nei film, nella pubblicità e nei social. La narrativa statale è la stessa vista in Russia e Ungheria: difendere la famiglia tradizionale contro una presunta “ideologia gender” promossa dall’Occidente.

Nel frattempo, la repressione colpisce anche gli spazi pubblici. L’Istanbul Pride del 2023 è stato violentemente disperso: 57 attivisti arrestati, accuse di torture, perquisizioni arbitrarie. Stessa sorte per il Trans Pride, definito “una minaccia alla moralità nazionale”, con arresti preventivi e minacce agli organizzatori. Il governo ha oscurato video, cancellato contenuti educativi e perfino censurato film come Queer di Guadagnino, colpevole di “normalizzare la deviazione”. Dietro ogni provvedimento aleggia la retorica paternalista di Erdoğan, che ripete: “La famiglia è sacra. In questa nazione, gli LGBT non emergeranno”. In un recente discorso ha parlato della comunità LGBTQ+ come della “più grande minaccia ai valori turchi”, promettendo che il governo “strangolerà chiunque osi toccare la famiglia”. Ogni legge, ogni stretta, ogni censura è giustificata con la necessità di crescere “generazioni sane”, proteggere l’integrità morale e combattere la “perversione”.
Questo lessico pseudo-sanitario, che finge di voler proteggere i più giovani, ha una funzione precisa: normalizzare l’odio, oltre la sua componente politica, e renderlo accettabile. Non si dice più “le persone LGBTQ+ vanno eliminate”, ma “vogliamo proteggerle da scelte affrettate”, “salvaguardare l’ordine sociale”, “preservare i minori”. Ciò che accade oggi in Turchia non è un’eccezione: è un sintomo. È il riflesso più esplicito di un processo più ampio e coordinato, che interessa diverse latitudini e che vede nella repressione dei diritti uno strumento strategico di potere. La retorica di Erdoğan si inserisce in un ecosistema ideologico globale che accomuna le destre reazionarie, da Putin a Trump, da Milei a Meloni, e che usa la lotta contro la “propaganda gender” come veicolo di consenso, ordine e controllo. In questa guerra culturale, le persone queer sono state trasformate da cittadini in bersagli.

In Turchia, come già avviene in Russia, si procede verso una criminalizzazione pervasiva e sistemica che non colpisce più solo gli atti, ma le identità stesse. L’idea che la semplice esistenza di una persona trans o di una coppia omosessuale rappresenti una minaccia alla moralità pubblica o all’ordine sociale rivela la portata estrema del progetto autoritario: non si tratta di discutere su diritti o tutele, ma di decidere chi ha il diritto di esistere visibilmente e chi no. Di fronte a tutto questo non basta più l’indignazione. Servono leader politici che non ridano alle battute sul fumo del leader turco, come fa Meloni, alleanze internazionali reali, supporto diretto alle comunità colpite, pressioni diplomatiche, rifugi legali e culturali per chi fugge. Ma serve soprattutto un cambio di paradigma: la battaglia per i diritti LGBTQ+ non è una questione di nicchia o un’emergenza identitaria, ma la cartina di tornasole di qualsiasi sistema democratico. Dove una persona queer non può vivere liberamente, nessuno è davvero libero. Dove si criminalizza l’identità, si apre la strada alla dittatura. E in un mondo che torna a dividersi tra chi difende il controllo e chi difende la libertà, la comunità LGBTQ+ è diventata la linea del fronte.