La destra strumentalizza la percezione occidentale delle donne islamiche solo per fomentare razzismo - THE VISION

Il caso drammatico di Saman Abbas ha catalizzato l’attenzione pubblica sul delicato tema della condizione femminile nel mondo islamico. L’idea che nel 2021 in Italia una ragazza muoia perché si rifiuta di accettare un matrimonio combinato ha giustamente suscitato una profonda indignazione. Come sempre succede in questi casi, però, i media hanno sfruttato l’occasione in maniera non sempre deontologicamente corretta, mentre il selfie di Saman col rossetto, simbolo di un’integrazione tragicamente stroncata, rimpallava dal Corriere della Sera alla pagina Facebook del giornalista-influencer Lorenzo Tosa, andando a nutrire, neanche a dirlo, via via le dichiarazioni dei principali esponenti politici.

Per fare due esempi: il leader della lega Matteo Salvini, insieme ad alcuni consiglieri comunali di Reggio Emilia, si è prontamente speso in una manifestazione contro l’uso del burqa, simbolo del “fanatismo estremista che ha travolto la povera Saman”, come se le due cose fossero realmente connesse; mentre a Non è l’arena, una Daniela Santanché (FdI) più infervorata che mai ha strepitato contro il silenzio delle femministe “di sinistra” davanti alle violenze perpetrate sulle donne musulmane (come se tutte le donne di fede islamica presenti in Italia fossero sottomesse e vittime di violenza per il solo fatto di avere un credo diverso da quello cattolico), fino a quando l’imam Salem che era ospite insieme a lei al programma di Giletti non le ha dato apertamente della razzista.

Matteo Salvini
Daniela Santanché

In effetti, non distinguendosi certo per tolleranza e capacità di dialogo, gli esponenti politici della destra italiana sembrerebbero intenzionati a sottolineare non tanto la (sacrosanta) battaglia per i diritti delle donne oppresse da una certa cultura islamica, quanto piuttosto quella contro il mondo islamico in generale. Anzi, si potrebbe pensare che la crociata 2.0 contro l’Islam (e quella, per esteso, contro la sempre paventata violazione dei confini nazionali) tragga addirittura linfa vitale da un episodio drammatico come quello di Saman, poiché questo conferma la tesi di fondo che l’Islam non può essere che radicale, e, pertanto, in aperta contraddizione con i valori occidentali. Lo stato di sottomissione delle donne al volere di mariti, padri, fratelli ne sarebbe un esempio lampante.

È innegabile che la strada per la parità di genere sia particolarmente ardua in contesti in cui l’Islam non è una religione, ma una precisa linea politica. Dai Paesi più moderati come la Tunisia, fino a una monarchia assoluta fondamentalista come l’Arabia Saudita, le donne sono sistematicamente oppresse in nome di Allah, tenute ai margini della vita sociale, professionale e politica. Le rivoluzioni islamiste degli anni Ottanta – dal Nord Africa, all’Iran, all’Indonesia – hanno peggiorato la situazione, cancellando i diritti delle donne legati tanto alla sfera familiare – matrimonio e divorzio – quanto a quella pubblica – obbligo del velo, soppressione delle possibilità lavorative e così via.

Ma quanto spesso non ci si preoccupa di approfondire, e che resta del tutto tagliato fuori dalla narrazione dominante della cultura islamica, è che in tantissimi, donne e uomini musulmani, combattono per affermare la parità di genere anche all’interno della stessa cornice religiosa. Proprio a partire dagli anni Ottanta, la reazione femminile all’ondata neo-islamista ha generato il fenomeno composito e del tutto sui generis del “femminismo islamico”, che si oppone all’interpretazione restrittiva e patriarcale dei testi sacri dell’Islam – il Corano e le Tradizioni – in un’ottica gender friendly: non si tratta, quindi, di operare una frattura con la propria religione, ma di riconoscere come prioritario l’obiettivo di creare forme di resistenza femminista locale.

Le primavere arabe hanno evidenziato che le donne musulmane non sono le grandi sottomesse della narrazione occidentale: come ricorda Luca Attanasio su Limes, la presenza, compatta e senza precedenti, delle donne nelle manifestazioni, nelle marce e nei presidi ha caratterizzato le primavere arabe sin dall’inizio. Hanno manifestato, soccorso i feriti, raccolto partecipazione. Sono loro che – secondo Noam Chomsky – hanno acceso la miccia della primavera araba e l’hanno fatto con il capo velato, a riprova che certe scelte non hanno nulla a che fare con presunta sottomissione e diritti civili, anzi, sono esse stesse simbolo di libertà. La politologa Renata Pepicelli sottolinea che, se il femminismo occidentale contempla un orizzonte liberatorio e libertario da cui la religione è in larga misura esclusa, il femminismo islamico, al contrario, agisce quasi esclusivamente all’interno della cornice religiosa, il che, ad esempio, porta molte femministe islamiche a considerare il velo non come un simbolo di oppressione o sottomissione, ma come simbolo identitario e culturale.

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Noam Chomsky

Tutti ricordiamo i commenti che, lo scorso anno, accompagnarono il ritorno in Italia di Silvia Romano, la cooperante milanese ventiquattrenne sequestrata per diciotto mesi dai terroristi islamici di Al Shabaab. Uno su tutti, quello del giornalista e deputato della Lega Alessandro Morelli, che in un post sui social mostrava due foto di Silvia, una in minigonna e tacchi alti e l’altra con addosso il lungo jilbab, l’abito della tradizione somala e musulmana, preso a simbolo del suo “tradimento”, ovvero la sua conversione all’Islam. Morelli accompagnava le foto con la descrizione: “Liberata?”, chiedendosi implicitamente come una donna giovane e di bell’aspetto potesse mai voler coprire il proprio corpo con un abito informe, come fosse mai possibile che volesse sottrarlo allo sguardo del maschio bianco occidentale, che per giunta l’aveva tirata fuori dal pasticcio in cui, idealista e ingenua, si era cacciata. Il suo abbigliamento non poteva essere una scelta autonoma, ma qualche assurda perversione dei suoi sequestratori retrogradi e medievali o, peggio, da qualche oscuro conversore.

Ci si chiede allora perché non riusciamo ad accettare l’idea che una donna possa e sappia compiere delle scelte autonome e consapevoli, che voglia indossare un velo o un abito provocante, se abbia davvero senso contrapporre a priori il femminismo alla religione, modellandolo su un sistema di valori esclusivamente occidentali. Per includere e riconoscere non solo le donne che, per esempio, vogliono fare carriera in una grande azienda, ma anche tutte quelle che si autodeterminano come musulmane e velano il capo non per un’imposizione maschile, ma per una scelta, sarebbe sempre più corretto parlare di “femminismi”. Inoltre, sarebbe buona pratica discutere di diritti civili chiamando in causa coloro che di quei diritti dovrebbero beneficiare e mettendo la loro voce al centro del dibattito, invece che farsi portavoce forzati di un’esperienza diversa dalla propria.

Silvia Romano

Il femminismo islamico, la mobilitazione durante le primavere arabe, la rivendicazione del velo come simbolo identitario, dimostrano che quello che la narrazione mediatica e politica appiattisce, più o meno intenzionalmente, come una caratteristica intrinseca dell’islam, ovvero la rigida suddivisione della società in uomini-padroni e donne-schiave, è invece una posizione fondamentalista non condivisa unanimemente da tutti i musulmani. Se fino a cinquant’anni fa in Sicilia era del tutto normale che le ragazze venissero date in sposa a uomini adulti alla loro prima mestruazione, nessuno oggi potrebbe difendere questa pratica come una pittoresca usanza della nostra bella Italia.

Forse, l’omicidio di una diciottenne musulmana che sognava una vita diversa da quella che le era stata imposta è un tema molto più universale di quello che pensiamo: è lo stesso perverso meccanismo di controllo che il patriarcato, in qualsiasi cultura, esercita sulle donne. Come tante altre donne che denunciano situazioni violente senza essere credute, supportate, difese, così Saman aveva denunciato, passato dei mesi in una struttura protetta, ma questo non è bastato a proteggerla e a far sì che fosse messa in salvo. Il problema non è tanto (o meglio, non solo) una certa cultura islamica estremista e repressiva, ma gli uomini-orchi che come sappiamo sono tali al netto di qualsiasi cultura o religione, e che infatti non mancano in nessun posto, dalle tranquille villette a schiera di Arese alle lontane comunità del Pakistan. Alla base della maggior parte dei femminicidi c’è una cultura di possesso, la volontà di punire un comportamento insubordinato al potere maschile, di educazione al senso della vergogna e del pudore proiettato sulle donne in nome di un’idea tribale di famiglia: il delitto all’interno di una simile cultura è sempre “d’onore” e non è un portato religioso, ma è radicato e trasversale a moltissime culture – anche in Italia il delitto d’onore è scomparso dalla costituzione solo nel 1981.

A parte il paternalismo con cui i politici di destra dipingono le donne, in questo caso l’intenzione sembra quella di criminalizzare in modo indiscriminato i musulmani. Che sì, sono criminali quando uccidono una diciottenne, ma non in quanto musulmani, in quanto maschilisti. Le donne, che per Giorgia Meloni e gli altri esponenti di destra – ma non solo – sono vittime in quanto musulmane, purtroppo sono vittime in quanto donne. Sul loro corpo, sul loro abbigliamento, sulla loro vita o morte, si combatte una battaglia ideologica che, spesso, le vede passive e mute. Saman, come tutti gli esseri umani, aveva diritto a vivere e a scegliere per sé stessa in quanto persona libera, dotata di diritti, con dei sogni e dei desideri che non meritano di essere fagocitati e strumentalizzati dall’ideologia.

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