Il crollo del turismo di massa è l’occasione migliore per ripensare un modello sostenibile - THE VISION

Il 23 novembre scorso l’Agenzia nazionale del Turismo italiana ha confermato le previsioni negative che in molti, nonostante la parziale riapertura durante la stagione estiva, si aspettavano già da mesi: rispetto al 2019 il numero di visitatori italiani e stranieri nel nostro Paese calerà complessivamente del 49%, il che significa 57 milioni di turisti in meno, un calo di 186 milioni di pernottamenti e la perdita di più di 71 miliardi di euro per l’acquisto di beni e servizi.  

Se i dati dell’Enit sono gravi, quelli di Federalberghi descrivono prospettive ancora peggiori. L’associazione di categoria prevede infatti una perdita nelle strutture alberghiere di un totale di 245 milioni di presenze, il 56% in meno rispetto al 2019, pari a 14 miliardi di euro. Se questo ha già significato la perdita di 40mila posti di lavoro temporanei, nei prossimi mesi la fine delle misure governative per la cassa integrazione ne brucerebbe altri 80mila. E questo solo per ciò che riguarda le strutture ricettive.  

Si stima che il turismo, che nel 2019 rappresentava il 13% del Pil italiano, non tornerà ai livelli pre-Covid almeno fino al 2023. Prima della pandemia poco meno di un terzo dei turisti si concentrava in appena 20 comuni, con un flusso di persone che ne può stravolgere l’identità, trasformando i centri città in attrazioni sempre più vicine a quello che i viaggiatori si aspettano e pretendono di trovare, snaturandoli. Il mercato immobiliare fuori controllo per la diffusione di Airbnb e servizi simili, soprattutto per quanto riguarda gli affitti, e le vie centrali colonizzate dagli store delle grandi catene, identici in qualsiasi parte del mondo sono diventati una costante per gran parte delle principali mete turistiche internazionali. 

In Italia, città come Venezia (con 12 milioni di visitatori registrati nel 2018) e Firenze (con oltre 10 milioni di visitatori) sono un chiaro esempio degli effetti dannosi di un modello focalizzato sul turismo di massa, con il conseguente abbandono dei centri storici da parte di abitanti esasperati dal prezzo di acquisto e affitto delle abitazioni e dalla scomparsa dei servizi essenziali, sostituiti da negozi e attrazioni per turisti. A Venezia questo ha portato addirittura l’Unesco a minacciare di inserirla nella lista dei patrimoni a rischio, insieme a siti in città come Aleppo e Damasco in Siria. La speculazione trainata dai servizi di house sharing ha avuto ripercussioni pesanti anche su Milano (12 milioni di visitatori nel 2018) e soprattutto Roma (quasi 30 milioni); il risultato è che a Milano per l’affitto di un bilocale si pagano in media 1200 euro al mese, mentre a Roma si oscilla tra i 1200 e i 1350 a seconda dei quartieri. A Barcellona, Amsterdam, Parigi e in altre città le amministrazioni locali stanno cercando di correre ai ripari per arginare un fenomeno che sta trasformando i centri storici in gusci vuoti abbandonati dai loro abitanti. In Italia, nonostante i movimenti di protesta nati in numerose città, il governo continua a rinviare le misure per arginare la speculazione selvaggia innescata dal boom degli home sharing.

La profonda crisi del turismo che ci aspetta nei prossimi mesi può anche diventare un’occasione per invertire una tendenza che rischia di far perdere definitivamente l’identità alle grandi città d’arte italiane e allo stesso tempo taglia fuori dalle scelte dei viaggiatori gran parte dei piccoli borghi e intere regioni del Paese. Nelle grandi mete la soluzione dovrà passare dall’abbandono dello stilema delle trappole per turisti che fanno apparire bancarelle con statuette del David di Michelangelo e del Colosseo da Torino a Palermo, ristoranti che servono la carbonara ormai tipica anche a Trieste e le gondole che attraversano i Navigli a Milano. Per superare la crisi dei prossimi anni sarà importante andare oltre il cliché dell’Italia da cartolina ben sintetizzata nei puntata dei Simpson The Italian Bob per tornare a valorizzare l’unicità culturale e l’identità di ogni luogo. Un obiettivo da raggiungere con una narrazione del nostro Paese più ricca e sfaccettata, in modo da restituirne la complessità e la varietà a seconda delle diverse regioni, favorendo anche quelle forme di viaggio che favoriscono lo slow tourism

Amministrazioni, associazioni di categoria e imprenditori devono tornare a investire su città che siano prima di tutto accoglienti per i loro abitanti, che non si devono più sentire come comparse nelle stories delle vacanze dei turisti e degli influencer del mondo. Una necessità che si riflette non solo sull’autenticità, ma anche su una rinnovata vitalità delle stesse strutture museali, in modo da non ridurle a una tappa di un paio d’ore in un tour de force che in mezza giornata millanta di far conoscere al turista un’intera città. Negli ultimi anni è sempre più chiaro come i musei non possano basarsi solo sulle visite esterne, ma debbano investire su un rapporto sinergico con le città e il loro tessuto sociale, con iniziative che vadano oltre la canonica gita scolastica delle elementari.

Un buon esempio è il Museo egizio di Torino del direttore Christian Greco, che viaggia ormai da anni tra gli 850mila e il milione di visitatori annui anche grazie a una efficace comunicazione sui social e a eventi rivolti prima di tutto ai torinesi, con l’obiettivo di non presentare il museo come un luogo da visitare una volta nella vita, ma con cui creare un rapporto continuo, magari anche visitandone una sala in un’ora libera durante il fine settimana. Una filosofia seguita anche dagli Uffizi di Firenze, che dopo il primo lockdown ha registrato una media di visitatori (in gran parte italiani) pari a un terzo dei livelli pre-crisi. Per fare un confronto, il Colosseo ha registrato un crollo del 90% nei mesi estivi della riapertura parziale. Per Asproni, la tenuta degli Uffizi si spiega perché “Nonostante siano un museo al chiuso, e il Colosseo un’area all’aperto dove il distanziamento avviene naturalmente, forse il punto è proprio il cambiamento di paradigma. Il Colosseo era il luogo più visitato d’Italia con 8 milioni di persone all’anno, ma prevalentemente grazie al turismo di massa. Gli Uffizi invece hanno mantenuto il loro fascino perché hanno un contenuto plurimo, un carattere peculiare, un’identità collegata alla città che li ha messi al riparo più di altri dalla crisi. È considerato un must non solo dal turismo di massa ma anche da quello di prossimità”.

Proprio sul turismo di prossimità, ma soprattutto sul cambio di approccio che questo porta con sé, bisogna concentrarsi per ridefinire il comparto turistico e tirarlo fuori da una crisi che potrebbe durare facilmente per i prossimi tre anni prima di vedere un ritorno ai flussi turistici a cui eravamo abituati. Se nelle grandi mete turistiche la strada passa per l’investimento in cultura e riscoperta dell’autenticità come valore di base, per i piccoli borghi disseminati per tutto il territorio italiano e le regioni fino a oggi tagliate fuori dal mercato turistico la strategia richiede tempo e una visione strutturale di lungo periodo. Oltre a potenziare i trasporti periferici, in particolare quelli ferroviari, a mancare è una comunicazione che in prima battuta metta certi luoghi sulla mappa dell’immaginario dei turisti di tutto il mondo. L’Italia, infatti, paga una strategia che da una parte vive di rendita rispetto a mete come Firenze, Roma, Venezia, Pompei o la regione del Chianti che tutto il mondo conosce e sogna come meta di viaggio, e dall’altro un sistema che ha affidato alle singole regioni, se non alle singole città, la promozione del suo territorio, spesso con risultati deludenti, per non dire imbarazzanti. Una strategia lontana anni luce da casi come Stati Uniti, Francia o Spagna – che per promuoversi ha affidato già nel 1983 a Juan Mirò il logo oggi noto in tutto il mondo – che sfruttando il richiamo delle loro mete più note hanno saputo creare al tempo stesso un sistema nazionale in grado di ridistribuire parte degli arrivi e dei viaggiatori interni tra le destinazioni minori. Questo meccanismo ha saputo mettere da parte il particolarismo di singole città o regioni per creare o potenziare circuiti che coinvolgono diverse regioni quando non l’intero Paese. Un buon esempio è l’appeal guadagnato anche all’estero dal viaggio coast to coast attraverso gli Stati Uniti o lungo la costa ovest o est del Paese; o in Europa il boom negli ultimi anni di viaggiatori che sono tornati a percorrere le rotte storiche di pellegrinaggio del cammino di Santiago, che nel 2019 ha visto quasi 350mila persone attraversare e soggiornare in cittadine e paesi spagnoli e anche portoghesi che altrimenti non sarebbero mai toccati dal turismo tradizionale o mordi e fuggi. Un risultato dovuto ad anni di promozione e a un’organizzazione strutturata per incontrare le necessità di chi sceglie questo tipo di viaggio.

In Italia ci stiamo muovendo solo ora per intercettare questa nuova filosofia di viaggio, come dimostra il fiorire di pubblicazioni e l’interesse anche della stampa internazionale per i cammini e sentieri storici. Il risultato è che chi decide di affrontare, per esempio, la via Francigena può anche camminare un’intera giornata senza incontrare un cartello per orientarsi o una fontanella per riempire la borraccia dopo chilometri percorsi a piedi. E un discorso molto simile vale anche per le ciclovie e il turismo in bicicletta, in espansione in tutta Europa e che trova l’Italia con progetti ancora in fase di progettazione come la VenTo – che dovrebbe unire Venezia e Torino con 700 chilometri di piste – o a macchia di leopardo con tratti terminati e altri ancora da progettare, come nel caso della ciclovia Tirrenica tra Ventimiglia e Roma o della rete di 2700 chilometri su cui punta la Sardegna.

Per uscire dalla crisi che aspetta il comparto del turismo internazionale nei prossimi anni, in cui l’Italia si scopre fragile per un ritardo nell’adeguare la sua offerta alle richieste di un nuovo tipo di turisti e viaggiatori, la strada sembra lunga e in salita. Dobbiamo tornare a tutelare e a riscoprire ciò che abbiamo e siamo ancora in grado di creare. Per tornare a dar vita alle nostre mete turistiche, e a ben vedere all’intero Paese, dobbiamo smetterla di comportarci come le comparse di un parco a tema e rivendicare con forza il diritto di abitarlo e viverlo.

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