L’inizio del XXI secolo è descritto come un’epoca di crisi. La democrazia liberale, l’economia statunitense e quella mondiale, l’ambiente, la mascolinità, l’invecchiamento della popolazione, la migrazione, la disinformazione e l’uso dei social media: tutto sembrerebbe in crisi, tanto che alcuni hanno proprio definito questo insieme come una “ipercrisi globale”. Ma c’è un’altra crisi in particolare che, secondo me, ne spiega alcune – e offre una prospettiva illuminante su diverse tensioni che oggi viviamo quotidianamente. C’è infatti una crisi globale dell’autostima, che colpisce più o meno tutti, ma più gravemente le società globalizzate e affette da diseguaglianze economiche. È una crisi quasi impercettibile, perché la viviamo ogni giorno, ma proprio questo ne aumenta la gravità. Con “autostima” intendo ciò che pensiamo di noi stessi: se ci sentiamo persone di successo, o almeno capaci di esserlo, secondo i nostri standard, mentre la sua mancanza porta a sentirci impotenti, persino inutili. Per questo motivo, la crisi si traduce in una competizione globale per ottenerla.

Per spiegare meglio la situazione odierna, dobbiamo tornare all’epoca della dissoluzione del feudalesimo europeo. Per quanto orribile e miserabile fosse, il feudalesimo aveva un aspetto positivo: la rigidità delle posizioni sociali tutelava infatti l’autostima dei singoli. Se tutto ciò a cui si poteva aspirare era l’essere un servo della gleba, le uniche aspettative che si avevano erano quelle legate alla propria condizione servile. Il divario tra successo e fallimento era quindi molto più ridotto: dato che le aspirazioni di tutti erano legate al ruolo sociale a cui erano predestinati, la normalità era già considerata un successo. Come ha sostenuto il filosofo Charles Taylor, nelle società premoderne “lo sfondo che spiegava ciò che le persone riconoscevano come importante per loro stesse era in larga misura determinato dal loro posto nella società e dai ruoli o dalle attività legati a quella posizione”. Ma man mano che le rigide gerarchie del feudalesimo si sono dissolte, sostituite dalla diffusione dei principi dei diritti universali e della dignità umana, l’autostima è diventata questione di prestazione individuale. Il trattamento paritario è infatti giustificato dall’uguaglianza del nostro supposto potenziale umano, il che implica standard di eccellenza uguali per tutti gli esseri umani – e, dato che la liberazione dalle rigide posizioni sociali del feudalesimo permette la diversità, il nostro senso del sé a quel punto si lega a ciò che è particolare in noi, in quanto individui. Non ci definiamo più in base a ruoli ereditati, ma in base ai nostri successi e fallimenti personali. Per usare le parole di Taylor: “C’è un certo modo di essere umani che è il mio modo. Sono chiamato a vivere la mia vita così, e non imitando qualcun altro. Questa nozione dà una nuova importanza all’essere fedele a me stesso. Se non lo sono, sento mancare un senso alla mia vita, ciò che significa essere umano per me”.
La nostra cultura è permeata da questo modo di considerarci, tanto che descriviamo sempre più anche gli aspetti più prosaici della vita come espressione della nostra unicità. Scegliere cosa studiare o trovare un lavoro richiede oggi molte riflessioni interiori. Siamo tutti invitati a “seguire la nostra passione”, con l’implicazione che tutti dovrebbero averne una; desiderare una carriera normale che lasci abbastanza tempo libero per essere felici sembra, per alcuni, quasi un’ammissione di inadeguatezza. Da dove nasce, dunque, questa crisi? Cosa c’è di sbagliato in un ethos sociale individualista – soprattutto quando è anche accompagnato da una tolleranza verso la diversità dei modi in cui ciascuno desidera vivere? Le gerarchie sociali rigide e le aspettative inflessibili non causano molte sofferenze? Il problema di cui parlo non è l’individualismo o la varietà delle società moderne in sé, ma la competizione che questo individualismo scatena.

Per capire cosa intendo, basta confrontare la relazione tra un comune laureato della classe media e un miliardario nel 2024 con quella tra un servo della gleba e un re, diciamo, nel 1350. Il laureato medio della classe media ha molti più diritti e libertà di quante ne avesse il servo, e se desiderasse accumulare ricchezza potrebbe avere a disposizione diverse opzioni. Ma è proprio qui il problema: c’è abbastanza fluidità tra le posizioni sociali da rendere concepibile che chiunque possa diventare miliardario, e questo trasforma il modo in cui le persone comuni vedono sé stesse. Per essere chiari, non sto dicendo che nelle democrazie occidentali la mobilità sociale sia florida. È in declino da decenni, e le possibilità di passare dal gradino più basso a quello più alto – o viceversa – sono quasi nulle. Tuttavia, è fondamentale che una simile possibilità sia immaginabile. Tutti, prima o poi, si sono pensati nei panni di un fondatore miliardario di una startup tech, di una celebrità su YouTube o di un finanziere di successo. Tutti si sentono almeno un po’ in colpa per non esserci riusciti – e la parte peggiore è che, poiché vediamo i nostri risultati come un’espressione della nostra unicità, costitutiva della nostra identità, viviamo la normalità – e, ancor più, la povertà – come un fallimento personale e una fonte di vergogna. Nelle società feudali, la mobilità sociale non faceva parte degli strumenti concettuali disponibili, poiché gli standard di successo erano rigidamente legati a posizioni sociali immutabili.
L’unico modo per mantenere l’autostima alle attuali condizioni è superare gli altri, ma ci sarà sempre qualcuno migliore di noi. Essere nella media significa essere profondamente insoddisfatti, perché il fatto che anche solo pochi altri stiano molto meglio rivela la nostra – supposta – inferiorità intrinseca. Che questa dinamica si sviluppi all’interno di un modello capitalistico caratterizzato da forti disuguaglianze di reddito e ricchezza aggrava ulteriormente il problema. La crisi di autostima ne aiuta a spiegare altre di cui si parla spesso. Prendiamo per esempio la crisi della mascolinità, argomento emerso sotto gli occhi dell’opinione pubblica negli ultimi cinque anni. Al divario politico senza precedenti tra uomini e donne si sono affiancati elevati tassi di suicidio maschile e una quota sempre maggiore di uomini completamente esclusi sia dal mercato del lavoro che da quello del dating. Figure demagogiche, come l’autoproclamato influencer misogino Andrew Tate, hanno ottenuto un successo esplosivo. Ormai sono tutti d’accordo sul fatto che stia accadendo qualcosa tra gli uomini e la mascolinità: per alcuni – secondo la narrativa progressista liberale – i maschi sono frustrati e confusi dalla perdita dei loro privilegi; per altri – cioè l’alt-right – sono soffocati da norme sociali femminilizzate che impediscono loro di essere “veri uomini”.

Io credo che la diffusa mancanza di autostima e la competizione per acquisirla siano in gran parte responsabili della cosiddetta crisi della mascolinità. Gli uomini infatti sono frustrati perché si sentono dei falliti, e si sentono dei falliti perché – dato il modo in cui la nostra società distribuisce l’autostima – quasi tutti non possono far altro che sentirsi tali. I maschi sono quindi sempre più arrabbiati ed estranei alla società non solo perché non sanno più cosa significhi essere uomini in assenza di privilegi, né perché un’élite liberale starebbe imponendo norme comportamentali che soffocano la loro natura, ma perché essere arrabbiati è la risposta spontanea a una società che ci fa sentire impotenti e inferiori, e che concede un senso di controllo sulla propria esistenza solo a pochissimi. E ciò solleva la questione sul perché le donne possano reagire in maniera diversa alla crisi dell’autostima. Credo che l’interazione tra le norme patriarcali e la competizione faccia sì che le donne vivano la stessa frustrazione, ma reagiscano diversamente.
Lo stesso si può dire del disimpegno delle comunità nelle aree post-industriali degli Stati Uniti e del Regno Unito nei confronti della politica istituzionale. Come per quanto riguarda la crisi della mascolinità, anche qui i fattori sono molteplici. Tuttavia, le nostre discussioni su questo tema dovrebbero considerare anche la dimensione dell’autostima. Parte della perdita che si verifica quando un’industria scompare non riguarda infatti solo i posti di lavoro in sé, ma i ruoli sociali che rappresentavano – le opportunità di sentirsi persone di successo all’interno della propria comunità. Distribuire più denaro da parte del governo centrale, portare avanti campagne anti-immigrazione di facciata o migliorare i collegamenti di trasporto con le grandi città non colmerà questo vuoto.

Ma se il problema è la competizione per l’autostima, qual è la soluzione? Dobbiamo riportare l’attenzione sull’ampliarne l’accesso. Ciò significa garantire la possibilità di ottenere ciò che consideriamo uno standard di vita di base: occupazione stabile, alloggi dignitosi e assistenza sanitaria. Significa anche, come hanno sostenuto Michael Walzer, Timo Jütten e altri filosofi politici, riportare l’attenzione sui nostri standard condivisi di successo. Questi, nella letteratura accademica, sono chiamati “standards of contribution”: ovvero quegli standard che una persona deve soddisfare per sentirsi di successo, contribuendo in maniera adeguata alla società. Dobbiamo cogliere ogni occasione per celebrare il valore del risultati umani in tutte le loro diverse forme: dovremmo riportare l’attenzione sulla cura delle persone, sulla creazione artistica, sull’impegno nell’attivismo e nella politica locale, così come sul volontariato all’interno della comunità. Tutto ciò può iniziare con una riforma del sistema educativo e dei valori che si trasmettono ai bambini. Infine, dovremmo ricordarci quanto il successo di chiunque dipenda dalla fortuna. Riflettere sull’importanza della fortuna non è utile soltanto per le implicazioni che ha sulla distribuzione dei beni materiali, può funzionare come una sorta di esercizio meditativo per attenuare la competizione tra esseri umani, il nostro costante desiderio di superare gli altri.
Questo articolo è stato tradotto da Psyche