Le criptovalute sono una truffa, non la rivoluzione democratica contro banche e finanza - THE VISION

Tra il quarto trimestre del 2020 e il primo del 2021 le perdite economiche legate alle truffe informatiche nel mondo delle criptovalute sono arrivate a 82 ​​milioni di dollari, una cifra dieci volte superiore all’anno precedente. Quello delle criptovalute è infatti un affare ad alto tasso di illegalità. I casi sono numerosi, anche in Italia, come quello emerso in Alto Adige l’estate scorsa di una truffa legata alla promozione della criptovaluta OneCoin – cui fa capo la società dell’imprenditrice bulgara Ruja (o Ruzha) Ignatova, a sua volta responsabile di un raggiro da quattro miliardi di dollari – con la promessa di guadagni straordinari in poco tempo e bonus aggiuntivi per ogni altro investitore portato nella rete. Gli ingredienti per il proliferare dell’illegalità ci sono tutti, dall’anonimato all’assenza di regolamentazione, perché la giurisprudenza e le normative faticano nel tenere il passo con le nuove tendenze digitali. 

Un buon esempio in questo senso è la moneta digitale Squid – trainata dal successo della serie tv sudcoreana Squid Game a cui era ispirata – che, dopo essere arrivata a valere quasi 3mila dollari e a figurare ai primi posti nella classifica delle monete digitali più rilevanti, si è rivelata un inganno da 3 milioni di dollari, perché, una volta acquistata, non è più stato possibile venderla, mentre i suoi sviluppatori hanno fatto perdere le loro tracce. È la struttura stessa del sistema criptovalutario a prestarsi alle truffe, rendendo uno strumento presentato come la rivoluzione democratica della finanza un mezzo che pochi possono manovrare per arricchirsi, a danno di tanti piccoli risparmiatori.

Una perfetta dimostrazione di come funziona questo meccanismo si è avuta lo scorso novembre, quando la Guardia di Finanza di Trento ha scoperto l’ennesima truffa: l’amministratore di un consorzio di società del settore finanziario, con sedi in Italia e all’estero, tramite una Srl dal 2016 ha raccolto oltre 2 milioni e 200mila euro da più di mille investitori, attirati con la promessa di guadagni dieci volte maggiori rispetto all’investimento iniziale. Ad attirarli è stata la possibilità di acquistare in comproprietà alcuni server destinati al mining di Bitcoin – il “conio” digitale – dietro pagamento di 200 euro più Iva ciascuno, un investimento che, stando alle promesse, avrebbe reso fino a dieci volte la cifra iniziale, per effetto degli incassi societari. Le presunte prospettive di guadagno, legate all’aumento di valore della criptovaluta e a millantati bonus premio per l’ingresso di tutti i nuovi clienti che ogni investitore avrebbe portato nella rete, però, dopo un breve periodo iniziale si sono rivelate tutte false e la truffa è stata svelata prima che l’amministratore potesse fuggire con il denaro raccolto.

Charles Ponzi, foto di Jared Enos

Si tratta di una truffa di tipo piramidale, così chiamata proprio per la struttura su cui il meccanismo si basa. La blockchain stessa su cui si fondano i Bitcoin – cioè una sorta di registro digitale di blocchi di dati cronologicamente ordinati e crittografati, usato per registrare le transazioni –, infatti, è particolarmente esposta a essere sfruttata seguendo lo Schema Ponzi. Questo tipo di truffa prende il nome da Charles Ponzi, l’italo americano che un secolo fa sfruttò le differenze di valore, tra un Paese e l’altro, dei buoni postali internazionali per ingannare 40mila persone, a partire dai membri della comunità immigrata negli Stati Uniti. Lo schema che ha preso il suo nome è fatto di una prima fase di reclutamento degli investitori, attraverso la promessa di rendimenti superiori ai tassi di mercato in tempi ravvicinati; dopo poco tempo viene loro versata una parte della somma investita, convincendoli così che il sistema funzioni: in questo modo si sparge la voce, attirando altri investitori che con i loro versamenti coprono gli interessi dovuti ai primi: la base della piramide continua ad allargarsi finché lo schema si interrompe quando le richieste di rimborso superano i nuovi versamenti; è a questo punto che il castello di carte crolla e fa emergere la truffa, come accadde nel 2008 con l’esplosione del caso Bernie Madoff, considerato, infatti, una delle più grandi applicazioni dello schema Ponzi nella storia.

Bernie Madoff

Il sistema delle criptovalute si presta a essere sfruttato in questo modo anche perché, dato che le monete virtuali non producono valore materiale, sono di fatto ancor più slegate della finanza tradizionale rispetto all’andamento del mercato reale, oltre a essere un enorme spreco di risorse che rende il sistema un gioco a somma negativa, come l’ha definito Sohale Andrus Mortazavi su Jacobin. Gli investitori in criptovalute, infatti, possono incassare solo vendendo le proprie criptomonete ad altri, ma solo dopo che i cosiddetti miner e fornitori di servizi di criptovaluta hanno incassato la loro percentuale: non è possibile, quindi, incassare più di quanto investito. In altre parole, è probabile non guadagnarci niente, o addirittura perderci.

Di fatto, anche con le criptovalute, proprio come nella finanza “reale”, ad arricchirsi davvero sono i pochi che reggono le redini del sistema e raramente i piccoli investitori che si lasciano convincere dalle promesse di un guadagno che è sempre più difficile ottenere, per i costi e la competizione, ma, ancor prima, per le modalità in cui i prezzi dei Bitcoin vengono manipolati.

Già nel 2017 alcuni ricercatori dimostrarono che oltre la metà dell’aumento del valore dei Bitcoin avvenuto in quel periodo era dovuto agli acquisti effettuati da una singola entità su Bitfinex, una piattaforma per lo scambio di criptovalute con sede a Hong Kong, che dal 2014 è il sito più utilizzato per questa attività; l’acquisto massiccio di criptomonete era stato programmato a tavolino per sostenerne il prezzo in una fase di flessione del mercato. Questa manipolazione è avvenuta non tramite una moneta reale, ma con un’altra criptovaluta di tipo stablecoin (cioè il cui prezzo è ancorato a quello del dollaro, almeno in teoria). Si tratta del Tether, che copre circa il 70% in volume degli scambi di Bitcoin; questi, infatti, avvengono solo nell’8% dei casi in dollari reali e per la maggior parte in modalità di scambi cripto-cripto, cosa che crea terreno fertile per il riciclaggio di denaro sporco. Tracciando le transazioni Bitfinex, i ricercatori hanno individuato periodi di attività sospette di emissione di Tether con influenza sui prezzi dei Bitcoin, sui quali la spinta di Tether si fa sentire per lo più dopo periodi di rendimenti negativi: non a caso, l’offerta di Tether ha continuato a crescere esponenzialmente per anni, perché l’obiettivo non è fornire liquidità al mercato, ma manipolarlo. Peraltro questo significa anche che se la fiducia in Tether calasse, con un conseguente crollo del suo valore e il venir meno del suo ancoraggio al dollaro, molti investitori in criptovalute non potrebbero incassare il dovuto.

È un errore di valutazione pensare che le oscillazioni di valore di Bitcoin e altre criptovalute siano l’unico rischio per chi decide di investirci; l’andamento altalenante dei prezzi è un altro problema: di recente la Cina – come hanno già fatto o promesso di fare diversi altri Paesi – ha messo al bando questo sistema finanziario virtuale, dato che lo Stato asiatico era una delle principali sedi di miners del mondo; a inizio mese, poi, sono seguiti i disordini in Kazakistan, con il conseguente blocco di internet imposto dal governo: tutti questi eventi si aggiungono all’aumento, già in corso, dei costi delle materie prime, anche energetiche, incidendo così ulteriormente sui costi e sulla stabilità della rete internet, necessari in grandi quantità alla produzione di criptovalute, il cui valore diventa ancora più instabile. Bastano questi pochi dati per intuire che le criptovalute, apparentemente uno strumento finanziario rivoluzionario e democratico, grazie a cui gli utenti sono finalmente liberi dal monitoraggio delle Banche centrali, sono in realtà un sistema non meno ingannevole e rischioso dei mercati finanziari tradizionali e altrettanto manipolabile.

Eppure la vendita di criptovalute ha tutte le caratteristiche di un’attività finanziaria, secondo i criteri della Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), come l’impiego di un capitale, un’aspettativa di rendimento finanziario e un’assunzione di rischio da parte dell’investitore. E in quanto tale dovrebbe essere regolata e avere un prospetto informativo e un consenso informato. In ambienti così fumosi e in cui vige l’anonimato è facile che le truffe proliferino. Questo è dovuto, più che all’ignoranza finanziaria (e digitale) di cui siamo vittime, all’assenza di normative per regolamentare un sistema, che, non a caso, non ha tardato ad attirare organizzazioni criminali e terroristiche, oltre ai semplici truffatori favoriti dal fatto che molte transazioni in criptovalute non sono annullabili o revocabili. In questo contesto, non basta dire agli investitori di investire con cautela in criptovalute, ma serve una regolamentazione efficace a livello internazionale, dato che l’azione di un singolo Stato può limitare ma non arrestare un fenomeno che ha ormai una portata globale.

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