Mangiare sano costa sempre di più. Così stare bene e in salute diventa lusso per ricchi. - THE VISION
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I dati del report Obesity monitor dello scorso anno confermano che in Italia l’obesità è distribuita in modo diseguale tra il Sud, dove sono concentrati i casi, e il Centro-Nord; il motivo non è – come sarebbe riduttivo pensare, attingendo ai luoghi comuni – che al Sud la cucina è troppo buona, si frigge tanto e quindi è impossibile non ingrassare. Ma invece è interessante notare che i tassi di obesità delle persone con un elevato livello di istruzione sono nettamente inferiori a quelli delle persone meno istruite (6,6% contro 15,9%) e che i bambini sovrappeso hanno più probabilità di interrompere gli studi; e, ancora, che negli ultimi vent’anni sono aumentate le disuguaglianze sociali e anche l’obesità tra coloro che hanno un basso livello di istruzione e di reddito. Tutti questi dati disegnano un quadro piuttosto chiaro: oggi obesità e malnutrizione sono patologie sociali, come sono fattori sociali molte delle loro cause, a partire dall’alimentazione sbilanciata. Perché sono temi sociali la povertà, che determina la spesa che possiamo permetterci di fare, e la mancanza di educazione alimentare: ecco perché garantire a tutti un’alimentazione sana e accessibile è un tema politico.

Se è vero che il grasso corporeo non definisce lo stato di salute di una persona, l’obesità è un fattore di rischio per molte malattie, che quindi sono più diffuse tra le persone povere, che hanno meno accesso a frutta e verdura, cibo sano ed educazione alimentare. Vale un po’ dappertutto: se dai dati risulta che in Italia restiamo in media più attenti a quello che mangiamo rispetto al resto degli europei, non possiamo vantarci più di tanto della nostra dieta mediterranea; negli ultimi anni, infatti, sono calate le vendite dei prodotti ortofrutticoli del 15% e su questo non c’è ignoranza alimentare che tenga. È di dominio pubblico che frutta e verdura sono le basi di una dieta sana, per cui a incidere è anche il costo: le persone iniziano a rinunciare a ciò che non reputano strettamente necessario a tavola. Tra l’altro, dalle ricerche emerge che nel modellare le scelte alimentari delle persone appartenenti a fasce di reddito medio-basso, il potere saziante di un cibo gioca un’influenza sproporzionata rispetto ad altre caratteristiche, come gustosità e salubrità. Questa priorità è sintomo di una insicurezza alimentare che, anche quando non si traduce letteralmente in fame, è così introiettata da incidere nelle scelte quotidiane e viene trasmessa di generazione in generazione, accrescendo del 22% la probabilità di obesità infantile tra chi è cresciuto in un ambiente con questa mentalità, rispetto a chi ha sempre avuto accesso sicuro al cibo; in altre parole, l’ascensore sociale è bloccato e si mangia pure male. Questo perché, secondo una ricerca della Food Foundation, in media gli alimenti sani costano il doppio per caloria rispetto a quelli meno sani; nel Regno Unito, ad esempio, la tendenza in atto da decenni mostra che mille chilocalorie di cibo sano arrivano a costare circa 8,50 euro, contro i nemmeno 3 euro del cibo non salutare, rendendo più elitaria un’alimentazione bilanciata. Non a caso, tre quarti delle morti per problemi cardio-vascolari a livello mondiale si concentrano in Paesi a medio-basso reddito e, dei 10 Paesi in cui le previsioni sull’obesità indicano una maggiore crescita, ben nove sono sono a basso reddito.

All’interno di una singola popolazione, le famiglie meno abbienti destinano la maggior parte del proprio budget alimentare a cibi economici ultra processati. Il tema forse più importante qui, infatti, è che quando il prezzo del cibo aumenta, le famiglie a basso reddito ricorrono a cibi meno nutrienti e più economici, che spesso sono, appunto, quelli meno sani e più processati a livello industriale, perché la produzione di grandi quantità di ingredienti di bassa qualità e l’industrializzazione, permettendo la produzione di massa, abbattono i costi per singolo pezzo. Se il costo della vita aumenta, quindi, chi è più povero si rivolge più spesso al fast food. E siccome fast food, cibi ultra-processati e alimentazione sbilanciata – con poche fibre e vitamine ed eccesso di zuccheri, grassi e proteine animali – sono correlati direttamente all’aumento delle patologie legate all’alimentazione, come diabete e disturbi cardiovascolari, le disuguaglianze alimentari accrescono quelle sanitarie; e questo oltre al fatto che ci sono anche sempre più prove che le diete povere siano connesse a problemi di salute mentale, cosa che aggrava ulteriormente il già problematico quadro delle situazioni di disagio. 

E se le ricadute per i singoli riguardano la salute, per la collettività impattano sulla sanità pubblica: si calcola che l’impatto di sovrappeso e obesità sia del 2,19% del prodotto interno lordo globale, perché le malattie cardiovascolari e i tumori al colon, su cui le abitudini alimentari sbagliate influiscono direttamente, in Occidente, Italia compresa, sono le patologie più diffuse e tra le prime cause di morte e prevenirle farebbe davvero la differenza, nella qualità dell’invecchiamento, ma anche a livello di costi. Sarebbe bello avere l’educazione alimentare nelle scuole – al momento, un’utopia – che aiuterebbe anche nella prevenzione dei disturbi alimentari. Perché se, da un lato, negli ultimi anni sembra esserci una maggiore consapevolezza sull’alimentazione bilanciata – almeno rispetto ai gloriosi anni Ottanta e Novanta –, il contesto generale è di ignoranza; per cui siamo particolarmente suscettibili alle mode, dal senza glutine per partito preso all’ossessione per le proteine, tra personal trainer che dispensano diete e medici che, a meno di essere specializzati in alimentazione, hanno scarse conoscenze di nutrizione. Per le singole persone, questo significa non sapere di chi fidarsi e, per chi ha un livello di cultura più basso, distinguere tra mode, fake news e studi scientifici affidabili è un percorso a ostacoli. Questa ignoranza non può non incidere sulle nostre abitudini alimentari, su cui comunque intervengono anche altri fattori, come l’aumento esponenziale che, dalla pandemia in poi, ha vissuto il delivery; e anche in questo caso si potrebbero aprire tanti discorsi sociologici, a partire, ad esempio dalla riduzione del tempo libero e dall’esaurimento delle energie mentali e fisiche a cui arriviamo a fine giornata, due elementi che ci spingono a cercare soluzioni più rapide alla cena. Così come allo stesso tema è legata anche la maggiore probabilità di cedere a cibi grassi, molto salati o molto dolci, quando si è stanchi, frustrati, insoddisfatti. 

Come sottolinea l’attivista Francesca Bubba, l’ideologia neoliberista della responsabilità dei singoli si applica anche a tavola, instillandoci l’idea che se non mangi bene è colpa tua, a prescindere dai prezzi dei cibi freschi e dalla stagnazione dei salari a fronte di giornate lavorative che fagocitano il tempo a disposizione. La situazione è aggravata dalla riduzione progressiva – citata ancora da Bubba – dei programmi di sostegno alimentare alle famiglie in diverse parti del mondo, dagli Stati Uniti all’Argentinai cui effetti sul lungo periodo erano di miglioramento dello stato di salute – che sta avvenendo negli ultimi dieci anni in molti Paesi occidentali, aggravando non solo il divario tra ciò che classi sociali diverse possono permettersi di mettere in tavola, ma anche della distribuzione delle malattie croniche legate all’alimentazione, di cui dicevamo.

Oltre all’aspetto economico in senso stretto – che impatta sul carrello della spesa – e a quello educativo, ci sono altri fattori di emarginazione sociale che pesano sullo stile di vita, ad esempio quello urbanistico. In Inghilterra, dove un quarto dei negozi alimentari sono fast food, nelle zone più povere si arriva a quasi uno su tre. E negli Stati Uniti, in particolare per chi non ha un’auto o non può usarla, i luoghi in cui si vende cibo sano e abbordabile sono inaccessibili e quelli più distribuiti sul territorio sono costosi; l’alternativa sono i fast food, uniche oasi nei cosiddetti food desert, aree in cui è  facile acquistare calorie a basso costo con contenuti nutrizionali pessimi e che tendenzialmente si trovano – ma va? – in quartieri a basso reddito. In Italia, invece, il problema riguarda piuttosto la possibilità dei cittadini di fare regolare attività fisica, un altro ingrediente importante  quando si parla di stile di vita sano; ad esempio, oltre il 70% delle piste ciclabili si trova al Nord.

L’accesso a cibo e stile di vita sani dovrebbe essere un diritto, ma la disparità socio-economica lo mina alla base, esponendo a rischi per la salute le fasce già più svantaggiate della popolazione. Oltre alle varie azioni raccomandate per un’alimentazione più sana per tutti – tra cui riformulare la composizione dei cibi processati, educare la cittadinanza sul ruolo preventivo dell’alimentazione, modificare le politiche commerciali per favorire il commercio di prodotti nutrienti, direzionare diversamente i sussidi all’agroalimentare e imporre tasse sul contenuto in zuccheri e grassi insalubri – bisogna partire dalle basi. Cioè, a monte, ridurre le diseguaglianze sociali, altrimenti anche l’obiettivo Zero Fame dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile resterà irraggiungibile e le popolazioni saranno sempre più spaccate tra ricchi e poveri, una divisione che ricalca sempre di più quella tra sani e malati.

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