La nuova frontiera degli antiabortisti è sostenere che gli aborti costano troppo allo Stato - THE VISION

Le argomentazioni contro l’aborto fanno quasi sempre leva sulle emozioni e sulle convinzioni morali: l’aborto è moralmente inaccettabile, è motivo di sofferenza per la donna, è una pratica violenta e rischiosa, da qui a paragonarlo all’omicidio poi il passo è breve, viene allora rappresentato con immagini crude, con l’obiettivo di sconvolgere. A seconda del proprio target, gli antiabortisti ricorrono anche a una più rassicurante retorica della “tutela della vita nascente”. Negli ultimi anni, però, come evidenziano diversi studi sulla retorica antiabortista, c’è un cambio di passo: la legittimità dell’interruzione di gravidanza va confutata non più su basi ideologiche o religiose, che si sono rivelate poco efficaci e condivisibili, ma con dati, numeri ed evidenze (pseudo)scientifiche che hanno pretesa di oggettività. Ne è un esempio la crescente insistenza sulla salute delle donne che hanno abortito, come l’idea che porre fine a una gravidanza causerebbe traumi psicologici irreparabili o addirittura favorirebbe il cancro al seno. Eppure, fino a ora, nessuno era mai arrivato a porre il problema dell’aborto come una spesa per lo Stato. Poi il 24 maggio è stato presentato uno studio alla Lumsa, la Libera Università Maria Ss. Assunta di Roma, sui “costi di applicazione della legge 194/78”.

Il rapporto è stato voluto dalla Società Italiana per la Bioetica, dall’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici, dalla onlus Il cuore in una goccia e da ProVita e Famiglia, ed è stato coordinato da Benedetto Rocchi, professore associato di Economia e politica agraria che da anni collabora con Pro Vita, e da Stefano Martinolli, medico e referente dell’associazione a Trieste. La conclusione a cui giunge lo studio è che l’Italia avrebbe speso, in 40 anni, “tra i 4,1 e i 5,3 miliardi di euro” per l’aborto. Una spesa “improduttiva” che, secondo gli autori, sarebbe stata meglio impiegata per risanare il debito pubblico dato che “i quarant’anni di applicazione della legge 194 sono stati contrassegnati prima da un progressivo indebitamento dello Stato e poi dall’applicazione di politiche economiche contrassegnate da principi di austerità finanziaria”. L’obiettivo dello studio è quello di “suscitare un dialogo aperto e costruttivo, basato su dati oggettivi su una legge che ancora oggi divide profondamente gli italiani”.

Peccato che di oggettivo nello studio ci sia ben poco, a partire da una chiara condanna morale dell’aborto che viene più volte chiamato “uccisione di bambini”. Ad esempio, la stabilizzazione del numero degli aborti negli ultimi anni viene correttamente attribuita all’uso della contraccezione di emergenza (come sostiene anche il ministero della Salute), ipotizzando però che la diffusione della RU486 “banalizzi” l’aborto creando confusione tra pratiche abortive e contraccettive. Poche righe dopo, lo studio stesso ricade in questo errore, sostenendo che la pillola del giorno dopo “interrompe la gravidanza inconsapevolmente” e che quindi al conteggio delle Ivg totali andrebbero aggiunte anche quelle causate dalla contraccezione di emergenza. Secondo lo stesso principio, si afferma che anche i “costi per curare i problemi fisici derivanti dall’uso di pillole post-coitali” andrebbero considerati tra gli oneri dell’aborto volontario, dando per scontato che tutte le donne non solo incorrano negli effetti indesiderati, ma anche a farmaci per alleviarli.  Eppure, come chiarito in diverse occasioni dall’Oms, dall’Aifa e dal Ministero della Salute, la pillola del giorno dopo non è considerata un farmaco abortivo, ma contraccettivo.

Inoltre si afferma che “l’aborto non uccide solo il figlio, ma danneggia anche la salute fisica e psichica della madre”. Se, come per tutte le procedure mediche anche l’aborto può avere delle complicanze – tra l’altro chiaramente esposte nel consenso informato che la paziente firma prima di sottoporvisi – le percentuali citate a supporto della loro incidenza sono tratte da studi superati (per le infezioni si cita uno studio del 1984, per le perforazioni uno del 1989) o parziali (tratte da un documento della Asl di Latina del 2018). Anche il riferimento agli effetti “a lungo termine” dell’aborto appare  critico. Tra essi viene citato il cancro al seno (con la precisazione pseudo-complottista che “la scienza ideologizzata tende a negare l’evidenza”) e l’infertilità, che può essere correlata all’aborto (anche spontaneo) solo nel caso di una cattiva cicatrizzazione del raschiamento dell’utero, un esito raro che invece nel report viene presentato come qualcosa di molto comune, senza alcun dato a supporto. Tra i costi da considerare indotti dall’aborto, il rapporto cita poi anche i danni fisici e psicologici subiti “dal padre mancato; ma poi anche dai fratelli del bambino abortito, dai nonni e dal personale sanitario”. Come fonte sull’incidenza dei danni psicologici paterni (depressione, aggressività e persino impotenza) si cita un articolo del supplemento di Avvenire e non uno studio scientifico.

Al di là delle imprecisioni, è il senso stesso dello studio a essere discutibile. “Gli autori del rapporto”, si legge nelle conclusioni “si augurano che il loro lavoro stimoli una riflessione sulla opportunità di mantenere questa politica a carico del contribuente in un periodo in cui, per i vincoli finanziari, una crescente quota delle prestazioni sanitarie di cura, sia in termini quantitativi che qualitativi, esce dal perimetro della Sanità pubblica”. Secondo la Legge 194, i costi dell’aborto sono coperti dal Sistema sanitario nazionale, affinché ogni donna possa accedervi a prescindere dalle condizioni economiche. La legge 40 del 1998 ne assicura la gratuità anche alle donne straniere prive di documenti regolari. Anche se il dato dei 5 miliardi di euro è stato presentato dalla stampa di destra come una rivelazione clamorosa, la cifra non solo va spalmata nell’arco di 40 anni, ma anche contestualizzata. Se, come sostiene lo studio, nel 2018 si sono spesi più di 86 milioni di euro per i servizi di interruzione di gravidanza (prendendo in considerazione la stima massima), si tratta comunque dello 0,07% del totale della spesa pubblica in Sanità di quell’anno e lo 0,009% del totale del bilancio. Una percentuale da cui di certo non dipendono le sorti del Paese. 

Come spiega l’Oms, inoltre, limitare l’accesso all’aborto – cosa che avviene anche introducendo questo genere di ostacoli economici – non significa avere meno aborti, ma renderli solo più pericolosi. Negli Stati Uniti, dove l’aborto può arrivare a costare 1500 dollari e dove non si possono usare fondi pubblici per finanziare la procedura a meno che la donna non sia in pericolo di vita o sia stata stuprata, le donne che non dispongono dell’assicurazione sanitaria devono ritardare o rinunciare all’interruzione di gravidanza in clinica perché non posso permettersela, spesso ricorrendo all’aborto clandestino. Si stima che una donna su quattro che usufruisce del Medicaid – il programma sanitario federale per le famiglie a basso reddito – non abbia potuto abortire nonostante lo desiderasse. L’85% delle donne che hanno dovuto rinunciare all’aborto lo ha fatto per motivi economici, alimentando una spirale di povertà che, a un anno dal parto, le ha portate a un rischio più alto di vivere sotto la soglia di povertà. 

Gli antiabortisti possono permettersi di fare i loro studi per ipotesi o avanzare “laiche provocazioni”, come quella di Lella Golfo, che suggeriscono di sospendere gli aborti per cinque anni per aumentare la natalità: non saranno loro a dover subire le conseguenze psicologiche di una gravidanza non desiderata e a dover sostenere la crescita di un figlio non voluto. Di questi costi, sociali ed economici, non fa menzione la ricerca. Eppure, secondo questa stessa logica, associazioni di questo tipo, fiancheggiate dai partiti di destra, credono che basti un minuscolo assegno mensile per convincere le donne a non abortire, ignorando la varietà di motivi – tutti legittimi – per cui è possibile non desiderare di portare avanti la gestazione. L’aborto è un servizio essenziale, come è stato ribadito dalle più importanti organizzazioni sanitarie del mondo, che garantisce la salute fisica e psicologica delle donne che liberamente decidono di usufruirne. Pensare che i soldi impiegati per le interruzioni di gravidanza potrebbero essere meglio utilizzati, o addirittura insinuare che vengano sottratti a chi non può accedere alle prestazioni sanitarie per motivi economici, è profondamente scorretto: sembra assurdo doverlo ribadire ogni volta, ma anche le donne sono persone, e sarebbe ora che questo Paese lo riconoscesse, tutelandone finalmente i diritti.

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