Vietare o ostacolare l’aborto non significa avere meno aborti, ma solo più rischi per le donne - THE VISION

Izabela, una donna polacca di 30 anni, è morta di sepsi alla 22esima settimana di gravidanza nell’ospedale della città di Pszczyna, nel sud del Paese, dopo che le è stato negato un aborto per rimuovere il feto privo di vita che portava in grembo. Nei messaggi che ha mandato alla famiglia dopo essere andata in ospedale perché le si erano rotte le acque, ha predetto esattamente ciò che le sarebbe successo: “Il bambino pesa 485 grammi. Per ora, grazie alla legge sull’aborto, devo solo stare sdraiata. E non c’è niente che possano fare. Aspetteranno che muoia o che succeda qualcosa, e se non sarà così, posso aspettarmi una sepsi”. La morte di Izabela ha riacceso le proteste in tutto il Paese nei confronti della legge promossa dall’istituto giuridico fondamentalista Ordo Iuris, che vieta l’interruzione di gravidanza in ogni circostanza a eccezione dello stupro. Entrata in vigore a gennaio del 2021, essa applica una sentenza emessa a ottobre del 2020 dalla Corte costituzionale, un organo giudicato troppo dipendente dal partito di governo PiS.

Izabela è la prima vittima di una delle leggi sull’aborto più restrittive in Europa, che prevede pene detentive sia per chi se lo procura sia per chi lo pratica. Nonostante sia possibile interrompere la gravidanza soltanto in caso di stupro, incesto o in caso di pericolo di vita della madre, come per Izabela, secondo i legali della famiglia della donna i medici non avrebbero agito proprio per timore delle conseguenze penali a loro carico. Prima che questa legge entrasse in vigore, in Polonia si svolgevano solamente mille aborti legali all’anno a causa delle restrizioni già presenti, di cui il 90% per ragioni terapeutiche, e dal 2020, secondo l’organizzazione Abortion Without Borders, sono state circa 34mila le donne che hanno oltrepassato il confine per interrompere una gravidanza. La situazione polacca è la dimostrazione che limitare le possibilità di abortire non riduce il numero assoluto degli aborti: per fare un confronto, in Italia ogni anno si svolgono 76mila interruzioni di gravidanza su una popolazione di circa 25,7 milioni di donne di età compresa tra i 15 e i 50 anni. In Polonia gli aborti clandestini sono almeno 34mila – una stima al ribasso basata su quanto dichiarato da Abortion Without Borders – su circa 10 milioni di donne di quella fascia d’età.

Secondo uno studio del Guttmacher Institute, i Paesi con le maggiori restrizioni sull’aborto sono anche quelli in cui si registra il più alto numero di gravidanze interrotte. Questo perché i Paesi in cui l’aborto è vietato sono quelli che presentano il più alto tasso di gravidanze indesiderate, dovuto alla mancanza di educazione sessuale e libero accesso alla contraccezione. In Polonia, infatti, l’educazione sessuale per i minorenni è equiparata alla pedofilia e punita con fino a tre anni di reclusione, mentre i contraccettivi sono poco diffusi e difficili da reperire, in particolare la contraccezione di emergenza. Chi incorre in una gravidanza indesiderata e non può interromperla in maniera sicura e legale nel proprio Paese andrà all’estero o, nella maggior parte dei casi, ricorrerà all’aborto clandestino. Secondo l’Oms, 1 aborto clandestino su 3 avviene nelle peggiori condizioni possibili, ovvero è eseguito da persone senza preparazione medica e con strumenti inadeguati. Ogni anno 7 milioni di donne vengono ricoverate in ospedale per complicanze dovute ad aborti clandestini nei soli Paesi in via di sviluppo e circa il 4,7%-13,2% delle morti materne al mondo è dovuto a interruzioni di gravidanza non sicure.

C’è un precedente storico che mostra le conseguenze negative delle restrizioni all’aborto. Nel 1965, con il decreto 770 il dittatore della Romania Ceaușescu vietò l’aborto e ogni forma di contraccezione per aumentare la natalità del Paese. Secondo il decreto, ogni donna doveva fornire allo Stato almeno cinque figli ed era costantemente controllata tramite visite ginecologiche obbligatorie affinché nessuna gravidanza passasse inosservata. Chi era impossibilitato a soddisfare tali requisiti doveva pagare tasse più alte. I primi cinque anni la campagna fu un successo dal punto di vista demografico: il tasso di natalità raddoppiò, ma presto si raggiunse anche il più alto tasso di mortalità materna in Europa (159 decessi ogni 100mila parti), causato nell’87% dei casi da complicanze dovute agli aborti clandestini. Inoltre, le morti delle madri lasciavano dietro di sé anche migliaia di orfani: negli anni Settanta, si stima fossero 100mila quelli rinchiusi negli orfanotrofi di Stato. Il numero di aborti si dimezzò solo dopo il 1989, anno della fine della dittatura. 

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Al contrario, nei Paesi in cui si è combinata la depenalizzazione dell’aborto con l’accesso a contraccezione e informazione, il numero di gravidanze indesiderate e degli aborti è diminuito. Di conseguenza, è diminuita anche la loro pericolosità: in Sudafrica, da quando è stata legalizzata, il numero di donne morte durante un’interruzione di gravidanza è diminuito del 91%. Anche in Italia, dall’introduzione della 194/78, il numero delle Ivg è crollato del 67,4%. Come riconosciuto dal Ministero della Salute, questa cifra continua a calare anche grazie alla liberalizzazione della cosiddetta pillola del giorno dopo, farmaco contraccettivo e non abortivo, accessibile senza ricetta anche alle minorenni. Tuttavia, questo non significa che il nostro Paese sia privo di problemi: il 70% dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza e almeno 15 ospedali italiani hanno un personale 100% obiettore. È poi ancora diffuso il ricorso all’aborto clandestino, una pratica che sembra essere in aumento. l’Istat e l’Istituto Superiore di Sanità stimano un ricorso all’aborto clandestino tra i 10mila e i 13mila casi, a cui vanno aggiunti i 5mila casi attribuiti alle donne straniere. Come dimenticare, poi, la storia di Valentina Milluzzo, così simile a quella di Izabela e ripresa in questi giorni anche dai media polacchi. Milluzzo era stata ricoverata all’ospedale Cannizzaro di Catania dopo la morte dei due gemelli che portava in grembo e che i medici avrebbero lasciato nell’utero appellandosi all’obiezione di coscienza, causando la morte della donna per setticemia. Per il suo decesso, sette medici del reparto di ginecologia e ostetricia sono a processo accusati di concorso in omicidio colposo plurimo.

Secondo le più importanti organizzazioni internazionali per la salute e i diritti umani non c’è alcun dubbio: per ridurre il numero degli aborti non servono leggi più restrittive, ma un’ educazione sessuale, contraccezione accessibile e legalizzazione dell’aborto. Al momento, solo Canada, Nuova Zelanda e alcuni stati dell’Australia hanno decriminalizzato totalmente l’interruzione di gravidanza, mentre in tutti gli altri può essere punita in qualche modo. Nel 2016, l’aborto clandestino è stato depenalizzato anche nel nostro Paese, ma le multe per chi se lo procura sono aumentate da 51 euro a 10mila. Una cifra così alta può essere un deterrente per una donna che deve recarsi in ospedale per eventuali complicanze, come denunciato all’epoca anche dalla rete di centri antiviolenza D.i.Re.

Nonostante sia ormai nota la correlazione esistente tra divieto di aborto, clandestinità e rischio per la salute, si sta assistendo a una globale retrocessione dei diritti. A settembre in Texas è stata approvata una legge controversa che vieta di interrompere la gravidanza in presenza del battito fetale, cioè intorno alla sesta settimana, quando molte donne nemmeno sanno di essere incinte. La legge, al momento discussa dalla Corte Suprema, rischia di ribaltare la sentenza “Roe v. Wade” della stessa Corte, che depenalizzò l’aborto nel 1973. Se così fosse, scrive il New York Times, il numero delle interruzioni di gravidanza legali diminuirebbe del 14%, si avrebbero cioè 100mila procedure a rischio in più ogni anno.

A ottobre 2020, nello stesso giorno della sentenza della Corte Costituzionale polacca, trentadue Paesi firmavano la Geneva Consensus Declaration, impegnandosi a “promuovere la salute delle donne e rafforzare la famiglia come unità fondamentale della società”, minando di fatto un accesso sicuro e facilitato all’interruzione volontaria di gravidanza. Tra i firmatari, oltre la Polonia e gli Stati Uniti allora guidati da Donald Trump, c’erano anche il Brasile, l’Egitto, l’Ungheria, l’Indonesia e l’Uganda. Trentadue Paesi che, per usare le dure parole scritte dalla rivista scientifica The Lancet, rappresentano “l’antitesi dei diritti fondamentali delle donne”.

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