5 giorni non bastano per essere padri. Bisogna estendere il congedo papà.

Pablo Iglesias, segretario generale del partito socialista spagnolo Podemos, dopo la nascita di due gemelli ha deciso di prendersi una pausa dagli impegni politici. Il suo incarico è stato assunto dalla moglie Irene Montero, che in un’intervista al Messaggero ha spiegato: “Una delle misure più importanti per avanzare nell’eguaglianza è che i permessi per maternità e paternità siano uguali, intrasferibili e remunerati al 100%, consentendo a uomini e donne di accudire i figli nella stessa misura. Se proponiamo una legge di questo tipo, dobbiamo dare l’esempio”. Quando Iglesias tornerà al lavoro, sarà la moglie a prendersi del tempo per la famiglia, per poi tornare il politica.

In Spagna, gli uomini possono usufruire di cinque settimane di congedo di paternità, che Podemos vorrebbe estendere a quattordici, uguagliandola alla maternità, che al momento è di sedici settimane. Non molto tempo dopo la notizia del congedo di Iglesias, che ha avuto vasta eco anche nel nostro Paese, un’altra paternità – questa volta italiana – ha fatto parlare di sé. Con un post sulla sua pagina “Scottecs”, il fumettista Sio, al secolo Simone Albrigi, ha annunciato la sua volontà di interrompere gli impegni di lavoro per tre mesi dopo la nascita del figlio. “Un uomo fa una cosa del genere e diventa una notizia, questo è assurdo se penso a tutte le madri che partoriscono ogni giorno,” ci dice Sio.

In Italia, così come in molti altri Paesi europei, bisogna fare una distinzione tra quello che da noi si chiama “Congedo papà”, obbligatorio per i lavoratori dipendenti, e il “Congedo parentale”, che invece è facoltativo e non è rivolto soltanto ai neogenitori ma a tutti, indipendentemente dal sesso, entro i 12 anni di vita del figlio. Il “Congedo papà” è arrivato solo nel 2012 con la riforma Fornero, che ha stabilito in via sperimentale un congedo mandatorio per il padre che dura dai due ai quattro giorni, da spendere entro i primi cinque mesi di vita del figlio, con il 100% della retribuzione. Il congedo è stato poi prorogato di anno in anno, con numeri di giorni variabili, fino ad arrivare alla legge di bilancio del 2018 che ha stabilito l’obbligo di cinque giorni per il 2019.

In un certo senso, potremmo considerare il “Congedo papà” l’equivalente maschile della maternità, che dura però cinque giorni e non cinque mesi. Il padre avrebbe infatti diritto allo stesso periodo di congedo della maternità solo nel caso in cui la madre morisse o fosse colpita da una grave infermità, oppure se detenesse l’affidamento esclusivo del figlio: in questo caso si parla più propriamente di “Congedo di paternità”, coperto con l’80% della retribuzione (la stessa della maternità). Un padre che volesse usufruire di permessi più lunghi dei cinque giorni, può soltanto rivolgersi al congedo parentale, che però è pagato il 30% della retribuzione, una cifra che può incidere molto nel bilancio famigliare. Queste misure si riferiscono solo ai lavoratori dipendenti: i liberi professionisti (come Sio, tra l’altro) non hanno alcun tipo di indennità.

Certamente, sarebbe tutto un altro discorso se l’Italia estendesse il “Congedo papà” obbligatorio oppure aumentasse la retribuzione del congedo parentale (facoltativo) a una cifra dignitosa per entrambi i genitori, in modo da dare la possibilità a tutti, indipendentemente dalle condizioni economiche, di fare questa scelta e di usufruire di questa possibilità. In alcuni Paesi europei, questo succede già, anche se assume forme amministrative diverse. In Finlandia, ad esempio, il padre ha diritto a nove settimane di congedo, di cui tre spendibili contemporaneamente alla madre, con il 70% della retribuzione. In Lituania, poi, i padri possono prendere quattro settimane di congedo, pagate per intero, così come avviene in Portogallo, in cui il congedo obbligatorio è di quindici giorni, ma si può estendere fino a cinque settimane. Tuttavia, anche in questi Paesi con sistemi apparentemente più avanzati, non tutti i padri si servono dei permessi: secondo i dati comparativi dell’OECD, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, in generale quelli presi dai padri rappresentano solo un terzo del totale dei congedi parentali e i padri ne usufruiscono con percentuali variabili dal 70 all’80%. In l’Italia, secondo gli ultimi dati disponibili risalenti al 2013, i padri che hanno usufruito del congedo parentale facoltativo sono 33.586, contro oltre 246mila madri.

Cinque giorni sono davvero pochi, e come ci racconta Dario, infermiere di 30 anni, la questione economica può diventare molto importante: “Si tratta di una cifra che incide sulla busta paga, per cui si deve avere una qualche copertura economica per poterlo fare”. Dario attualmente si è preso un congedo frazionato, distribuito su due o tre giorni al mese, in contemporanea con la moglie Valentina, infermiera anche lei, che oltre alla maternità ha fatto altri quattro mesi a casa. “Ho deciso di prendere il congedo per passare più tempo con mia moglie e mia figlia e ho approfittato del fatto che ultimamente stavo passando un periodo di demotivazione sul lavoro, così ho sfruttato questa occasione per stare di più con la mia famiglia,” spiega. E aggiunge: “È uno dei pochi diritti esclusivi del padre, anche se c’è molta ignoranza in merito”.

Anche Michele, un controllore di volo che ha preso il congedo alcuni anni fa prima per una figlia e poi per l’altra, sottolinea le difficoltà burocratiche incontrate: “Ho pensato di provare a fare il papà commettendo meno errori possibili, soprattutto quello di lasciare la mamma a gestire da sola due neonate”. Se per Michele la decisione è stata facile da prendere a livello personale, sul lavoro ha però incontrato qualche difficoltà: “Quando i miei colleghi mi hanno fortemente rimproverato per aver rinunciato a una parte importante del mio stipendio, io non ho battuto ciglio perché ho passato dei momenti fondamentali con le mie figlie. E questi momenti non hanno prezzo”.

Questo è senz’altro dovuto a un retaggio culturale e a un modello di idealità famigliare in cui è la madre a doversi prendere cura dei figli e il padre a dover provvedere economicamente al loro sostentamento. Certamente ci sono dei compiti che il padre non può svolgere – come la gravidanza, il parto o l’allattamento al seno – ma questo non significa che la conseguenza diretta sia la totale esclusione del padre dal processo di crescita dei figli e della madre dal contributo economico. Se i padri potessero contribuire in modo più attivo alla gestione della famiglia, potrebbero incentivare l’ingresso e la permanenza di molte più donne nel mondo del lavoro. Secondo le stime di Banca d’Italia, se ci fosse parità di accesso al lavoro, il Pil italiano crescerebbe del 7%.

Sicuramente il fattore economico incide, ma non possiamo credere che sia l’unica causa. Mettendo a confronto i dati sui congedi del 2013 con il numero totale delle nascite di quell’anno, si può notare che il 47% delle madri ha chiesto il congedo parentale, mentre i padri sono stati soltanto il 6%. E anche per le madri vale la decurtazione del 70% di stipendio: evidentemente, quando si deve decidere a quale genitore affidare la cura domestica e a quale il sostentamento economico, non ci sono dubbi. Quindi incide anche un fattore culturale, cioè quello che investe i ruoli di genere. In questo senso, l’estensione del “Congedo papà” o il miglioramento del trattamento economico del congedo parentale potrebbe diventare significativo: alle condizioni attuali infatti per molti diventa impossibile riuscire a sostenere le spese con due stipendi ridotti al 30%. Lo Stato potrebbe sostenere politiche per incentivare i papà ad assumere un ruolo rispetto alle cure primarie dei figli simile a quello della madre, responsabilizzandolo ed evitando anche che la donna si esaurisca andando incontro a sindromi depressive post-parto.

Sio, nel suo post, aveva fatto notare che non solo il congedo papà è insufficiente per passare del vero tempo con la propria famiglia, ma che la possibilità per la donna di lavorare fino al nono mese di gravidanza – esponendola così alla possibilità di ricatti e pressioni sul luogo di lavoro per restare fino all’ultimo – è pericolosa: “La maggior parte delle persone non sa davvero cosa sia una gravidanza e che cosa comporti per una donna,” commenta. “È un cambiamento enorme, e penso che un aiuto sia più che necessario. Siccome si è in due ad avere responsabilità del figlio, tolte le cose che il padre non può fare, dovrebbe esserci più parità nei ruoli. È come se il padre non potesse partecipare ai primi mesi di vita del figlio, sobbarcando tutto il peso sulla donna”.

Per cambiare le cose, quindi, non basta aggiungere qualche giorno di congedo a quelli già esistenti. È necessaria una rivoluzione del concetto di genitorialità non soltanto a livello culturale e istituzionale: educare femmine e maschi alla parità dei ruoli sin dall’infanzia, formare le aziende che spesso non sanno come comportarsi e investire su un’efficace comunicazione istituzionale per informare tutti gli uomini dei diritti che sono loro concessi. In Svezia l’indennità di maternità che conosciamo noi non esiste e in questo modo la discriminazione della donna viene superata. I padri che usufruiscono del congedo, detti “latte pappas”,  sono incoraggiati dallo Stato ad assumere un ruolo più attivo nella vita famigliare. Il permesso è equamente bilanciato per entrambi i genitori, con il 75% della retribuzione, e dura per ciascuno 90 giorni, a cui ne vengono aggiunti altri 300 da distribuire liberamente tra i due.

Nel nostro Paese, fino a novembre dello scorso anno, non c’era traccia di rifinanziamenti per il “Congedo papà” nella nuova legge, ma dopo le numerose polemiche la misura è stata reintrodotta. Molti lamentano il calo demografico in Italia: tra proclami, Family Day, Fertility Day che colpevolizzano le donne e annunci di “piani Marshall per la natalità”, le misure per sostenere la genitorialità spesso si riducono a mera propaganda. Un aiuto concreto e paritario per tutti sarebbe molto più utile di qualsiasi slogan o manifesto.

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