A Taranto ancora oggi si deve scegliere tra lavoro e malattia ma la politica finge di non vedere - THE VISION

La sentenza della Corte d’Assise di Taranto sul “disastro ambientale” all’ex-Ilva stabilisce – in primo grado – che il dilemma che a volte pare emergere tra “difesa della salute” e “difesa del lavoro” è a dir poco ingannevole. Da un lavoro che causa centinaia di morti e patologie non può scaturire alcun tipo di benessere economico e un tessuto urbano e industriale che viene “condannato all’ergastolo delle emissioni” – come ripetono in tribunale i familiari delle vittime – non potrà mai davvero crescere e arricchirsi.

Dopo la condanna, nel gennaio 2019, della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) verso il governo italiano – colpevole di non riuscire a garantire nel maggior polo siderurgico d’Europa “la salute delle persone e dell’ambiente”, violando quindi i diritti umani – il verdetto del 31 maggio 2021 sulla vecchia gestione delle acciaierie della famiglia Riva fissa un altro importante punto sul primato della salute sull’economia. La pronuncia, attesa a giorni, del Consiglio di Stato sulla conferma o meno dello stop degli altiforni ordinato dal Comune di Taranto e poi imposto dal Tar di Lecce potrebbe segnare un ulteriore avanzamento nelle lotte del Comitato Cittadino per la salute e l’ambiente di Taranto, che attraverso varie associazioni denuncia da decenni i danni dell’ex-Ilva, chiedendo il fermo degli impianti e alternative economiche per gli 11mila dipendenti della “fabbrica della morte”. Nondimeno, i primi riconoscimenti giudiziari fotografano, ma non risolvono, la situazione sanitaria e ambientale della città pugliese, che resta grave – come documentano gli ultimi rapporti epidemiologici certificati dall’Istituto superiore di sanità – anche a causa della gestione dell’impianto, passata nel 2017 al colosso ArcelorMittal. Anche gli allarmi per la qualità dell’aria monitorata dall’agenzia regionale Arpa non sono scomparsi, e la situazione sembra purtroppo destinata a restare critica nei prossimi anni.

Infatti, la confisca disposta nella sentenza per l’area a caldo degli altiforni – la principale e più inquinante delle acciaierie – scatterà solo in caso di conferma in terzo grado della Cassazione, dopo il procedimento d’appello, e questo percorso, per i tempi della giustizia italiana, impiegherà altri anni. Nel frattempo la produzione alla ArcelorMittal, ora in joint venture con l’agenzia del governo Invitalia, potrà continuare. Anche grazie alla sentenza della Corte costituzionale del 2013, che – nel nome di un “ragionevole bilanciamento tra diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione, in particolare alla salute (art. 32 Cost.), da cui deriva il diritto all’ambiente salubre, e al lavoro (art. 4 Cost.)” – al contrario della corte di Strasburgo, non ha riconosciuto il nesso causa-effetto tra i due diritti, giudicando al contrario legittimo il decreto del governo del 2012, che dichiara il sito produttivo dell’ex-Ilva di “interesse strategico nazionale” e dà ai gestori la facoltà d’uso degli altiforni nonostante il loro sequestro da parte della magistratura.

Nove anni fa due maxi perizie (ambientale ed epidemiologica) del tribunale di Taranto ne appurarono la nocività per “eventi di malattie e di morte”, rilevando un’incidenza di tumori nella zona molto superiore alla media allo stomaco (+107%), alla pleura (+71%) e alla vescica (+69%), e anche di malattie neurologiche (+64%). Ciononostante, dal 2012 si susseguono decreti ad hoc dei governi, una dozzina convertiti in legge, per permettere le attività siderurgiche a tutela dell’“indispensabile salvaguardia dell’occupazione e della produzione” – e senza che nel contempo siano mai decollate le bonifiche ambientali concordate per evitare la chiusura. Nel 2015 il Salva Ilva del governo di Matteo Renzi introdusse addirittura l’immunità penale e amministrativa per i gestori, abolita poi nel 2019 dal primo governo Conte, anche a causa delle pressioni della corte di Strasburgo per porre in atto tutte le misure necessarie in modo da assicurare la protezione effettiva che le “autorità nazionali hanno omesso di adottare”.

Matteo Renzi
Giuseppe Conte

Sotto la gestione Riva, tra il 2005 e il 2010, secondo i dati inviati dalla stessa Ilva al ministero dell’Ambiente – venuti a conoscenza della popolazione solo grazie alla campagna d’informazione dell’associazione di volontariato PeaceLink – a Taranto si emetteva il 90% della diossina industriale presente in Italia. Lo Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento (Sentieri), sviluppato dal 2007 dall’Istituto superiore di sanità e finanziato dal ministero alla Salute, avrebbe poi individuato in quegli anni, sempre a Taranto, un’insorgenza di casi di tumori infantili superiore del 54% alla media regionale (con un eccesso di mortalità del 20% nel primo anno di vita), e più in generale un’incidenza media dei tumori superiore del 20% nelle donne e del 30% negli uomini che vivono o lavorano nell’area contaminata rispetto ai dati dell’intera provincia. Queste anomalie, come per gli altri siti contaminati sotto analisi nel nostro Paese, sono attribuite dallo studio medico-scientifico direttamente all’eccesso di emissioni tossiche nel luogo.

Gli ultimi aggiornamenti di Sentieri del 2019 definiscono un quadro ancora più grave, per mortalità e ricoveri negli anni dal 2006 al 2013 e per le diagnosi fino al 2015, segnalando un aumento del 90% del rischio di linfomi in età pediatrica – dalla nascita ai 5 anni – e un “eccesso del 70% per l’incidenza dei tumori della tiroide” in età giovanile, dai 20 ai 29 anni. Tra chi abita vicino all’area contaminata dell’ex-Ilva è confermata l’incidenza maggiore di casi di cancro, con un “eccesso di mortalità per il tumore del polmone, il mesotelioma della pleura e per le malattie dell’apparato respiratorio”. Lo studio più recente dell’Iss richiama poi l’attenzione anche sui 600 casi di malformazioni congenite, nel periodo tra il 2002 e il 2015, “con una prevalenza superiore all’atteso su base regionale”, in particolare per le malformazioni al sistema nervoso e agli arti.

Nel corso del 2018 Arpa Puglia ha registrato un’impennata del 916% (poi rientrata) nei valori della diossina alla centralina della masseria del Carmine, uno dei bastioni della resistenza all’ex-Ilva, con aumenti moderati delle emissioni anche nelle acciaierie e a Tamburi, il rione a nord di Taranto dove ha sede l’ex-Ilva e dove i circa 18mila abitanti vivono a ridosso degli altiforni. Dall’ultima ricognizione di questa primavera di PeaceLink, “con i numeri più aggiornati in assoluto, dal 2011 alla fine del 2020, sulla base dei dati dell’anagrafe comunale”, attorno all’area industriale anche nel 2019 è stato riscontrato un eccesso di mortalità. Indagini scientifiche in corso nella riserva naturale della laguna a nord di Taranto del Mar Piccolo, bacino dichiarato anch’esso ad alto rischio ambientale, stanno mappando l’alta contaminazione di metalli pesanti nelle aree marine, per concentrazione, distribuzione e mobilità delle sostanze. Lo scopo di queste ricerche, pubblicate nel 2021 su Nature, è sempre il recupero ambientale dell’area, per il quale è istituita anche la figura di un commissario straordinario per gli interventi di bonifica a Taranto.

Ciononostante, il risanamento si rimanda di anno in anno e i decreti-legge si limitano a prorogare la facoltà d’uso degli impianti, mirando, a questo punto, non a guarire un indotto malato, ma a garantire innanzitutto i profitti della multinazionale euro-indiana e in generale di un comparto centrale per lo Stato che, durante i lockdown, non si è mai fermato neanche a Taranto, festeggiando nei primi tre mesi del 2021 guadagni record della ArcelorMittal, per quasi 2 miliardi di euro. Con l’intesa di fine 2020 tra ArcelorMittal e Invitalia, l’ex-Ilva è tornata per il 50% nelle mani della società controllata dal ministero dell’Economia, ma le modifiche green alle acciaierie, promesse già nel settembre 2018 dal governo “per ridurre del 20% le emissioni nocive”, non hanno nemmeno alla lontana iniziato a prendere forma, neanche col nuovo assetto. Anche il programma per produrre circa un terzo dell’acciaio a emissioni CO2 ridotte grazie a un forno elettrico e ad altre tecnologie verdi, “in linea con gli obiettivi del piano europeo per la ripresa del Next generation Eu”, lo scorso gennaio è slittato.

Nella valutare, lo scorso marzo, l’esecuzione della sentenza su Taranto, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha citato come unico progresso sull’ex-Ilva l’abolizione dell’immunità, constatando l’assenza di passi avanti sia nel risanamento ambientale sia nella liquidazione degli indennizzi ai danneggiati. Adesso ci si chiede quanto il colosso ArcelorMittal, già intenzionato nel 2019 a recedere dal contratto per le pendenze giudiziarie sul sito produttivo, dopo i nuovi atti del Tribunale di Taranto sia realmente deciso a investire sulla svolta green di altiforni, ora a rischio confisca. Per chi vive a Taranto, l’inerzia sull’ex-Ilva rappresenta la condanna a vita a una città avvelenata. Le sentenze dei tribunali nazionali e sovranazionali sono una pietra miliare per il diritto primario alla salute, ma costituiscono solo l’inizio di un cambiamento per il quale purtroppo – nonostante le evidenze – occorrerà sempre combattere, come dimostra la parabola del processo Eternit, con le sentenze di condanna annullate nel 2014 dalla Cassazione per prescrizione dei reati, mettendo in dubbio anche la natura a lungo termine del reato di disastro ambientale.

I bambini di Tamburi tossiscono come i grandi fumatori e sono anche più iperattivi, soffrono di più disturbi dell’apprendimento e altre psicopatologie. L’epidemia a Taranto è una crisi sanitaria in atto ben prima che arrivasse il Covid-19 e della quale la pandemia ha raddoppiato il peso e i pericoli. I protocolli sanitari per le cinque scuole dislocate a un chilometro dalla ArcelorMittal prevedono che nei wind days, i giorni del vento forte da Nord-Ovest che sparge le polveri tossiche negli ambienti, siano tenute sempre chiuse porte e finestre; quelli nazionali contro il Covid-19 impongono viceversa un ricambio continuo di aria nelle aule e lezioni possibilmente all’aperto, aule che, commentano i pediatri di Taranto, “si trovano ancora dove non dovrebbero essere”, e questo è solo uno dei segni di quanto resti grande l’incertezza sul futuro di Taranto e dei suoi abitanti all’indomani delle condanne e con i miliardi in arrivo del Recovery Fund. L’unica certezza è che nei prossimi anni altri bambini potranno ammalarsi e morire, così come ieri e oggi, a causa di impianti lasciati a inquinare da una politica che si rifiuta di vedere in nome degli interessi di pochi.

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