Il concerto del 1° maggio ha finalmente smesso di fare schifo

Ieri è andato in onda qualcosa che non mi sarei mai aspettato: un concerto del Primo Maggio che non ha fatto schifo. Un concertone che ha finalmente rappresentato quello che i giovani italiani ascoltano oggi, e non il meglio che la musica italiana aveva da offrire nel 1995. E per farlo è bastato aprirsi alla scena itpop, alla trap, al rap; per scrollarsi di dosso decenni di fastidiosa banalità è bastato fare un MI AMI organizzato da gente che non ha imparato a pianificare i concerti guardando tutorial su YouTube.

Per inciso, la quasi totalità degli artisti che hanno suonato al concerto del Primo Maggio li trovo inascoltabili o semplicemente li ignoro, ed è giusto che sia così. Un buon test per capire se il festival a cui stai per assistere fa schifo è questo: hai più di 30 anni? Conosci più del 50% dei gruppi e dei cantanti in programma? Se hai risposto “Sì” a entrambe le domande significa che lo spettacolo per cui hai fatto ore e ore di coda farà profondamente ribrezzo.

Un festival, a differenza di un concerto, per essere considerato di buona qualità dovrebbe corrispondere idealmente a una curatela di artisti che ignori o di cui hai appena una vaga consapevolezza, scelti da appassionati che hanno una conoscenza e una passione superiore alla tua e che ti prendono per mano per fare luce sull’ignoranza e/o vecchiaia che ti preclude l’accesso alla Nuova Buona Musica.

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E il Primo Maggio, fino a un paio di anni fa almeno, riusciva nell’incredibile impresa di far salire sul palco proprio gente di cui non avevi mai sentito parlare, ma di fare comunque schifo. Nessuno – qualunque fosse l’età – conosceva i polistrumentisti del basso Lazio che cantavano in Yiddish, arabo e friulano dei terribili massacri subiti da popolazioni che avevano appena googlato su Wikipedia. E questa mediocrità è diventata ogni anno sempre più imbarazzante e ingombrante, perché mentre l’Italia si popolava finalmente di festival indipendenti stimolanti e rilevanti, il Concertone ogni anno si strofinava sulle nostre coscienze come un frotteurista seriale, in modo violento e innaturale, solo per farci sentire quasi fisicamente la sua sopravvalutata presenza.

Il concerto del Primo Maggio era diventato il simbolo stesso dello scollamento fra la sinistra e l’ossessione che la sinistra stessa ha di raggiungere il Valhalla in cui vive il “Paese Reale”. Un festival di Sanremo che dava la possibilità di esibirsi a impiegati delle poste che per una volta all’anno potevano indossare la loro migliore cravatta a forma di pianoforte, cantare con immotivata gioia di vivere canzoni sul cous cous e ballare lietamente a piedi nudi in abiti folkloristici. Gruppi formati da persone sconfitte, prima che alle urne, dalle agenzie di lavoro interinale.

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Questo non solo era quanto di più distante si potesse pensare dal fantomatico “Paese Reale”, ma ha sempre provocato un diffuso imbarazzo di seconda mano in chi da casa assisteva allo spettacolo e in teoria, sì, voleva più lavoro per i giovani e, sì, non voleva Berlusconi, le guerre e il bruxismo.

E come è stata accolta questa svolta radicale? “Il concerto del primo maggio ha soprattutto una valenza sociale e politica,” si è scritto su Twitter. “Per questo gli artisti sono sempre stati selezionati coerentemente.” E in tanti hanno condiviso questo pensiero.

Insomma: il concerto del Primo Maggio non avrebbe più senso di esistere perché gli artisti sul palco non esprimono nessuna ideologia. Questo è vero, ed è il motivo per cui, finalmente, il Concertone ha acquisito una sua dignità, divenuto coerente non con un’ideologia politica in particolare, ma con il senso secondo cui tutti i festival al mondo vengono organizzati. Anche perché non solo è idiota pensare che per esprimere un messaggio politico uno debba per forza prima avvolgersi in una bandiera, ma sarebbe ancora più idiota non rendersi conto che il miglior modo per avvicinare i ragazzi a certi temi è coinvolgere proprio gli artisti che ascoltano.

Ma poi, nei vecchi concerti del Primo Maggio, di quali grandi temi si parlava?

Avrei capito le proteste per la presenza di artisti come Cosmo o Sfera Ebbasta, se il Concertone avesse ospitato nel passato gli Autechre o rifugiati politici torturati da regimi fascisti che raccontavano la loro storia di dissenso attraverso un footjob a un theremin. Sono stato a Piazza San Giovanni qualche anno fa e la line-up era composta quasi totalmente da gruppi con nomi tipo “Sardabanda” che cantavano di vino e tarantelle o da artisti che parlavano di “Chimica Ormonale” e “Sesso e Amarezza”. Quelli che celebrano la “coscienza sociale” del concerto del Primo Maggio si dimenticano che ha sempre costituito l’ideale punto di incontro fra una Love Parade di Berlino e una festa della Lega Nord a Pontida, ma per fuorisede nostalgici del Mediterraneo.

Due Rolex sul palco è l’ultimo chiodo sulla bara del senso del concertone,” scrive chi critica questa svolta.

È curioso come proprio la sinistra abbia questa enorme difficoltà nel comprendere l’importanza della riappropriazione dei simboli dell’oppressione. La sinistra che inorridisce nel vedere Sfera Ebbasta o gli altri rapper indossare Rolex o vestiti Gucci mi ricorda un gruppo di vecchie di un circolo di canottieri sconvolte nell’apprendere che i neri non servono solo a portare loro dei flûte di Bellini, ma possono anche farsi il bagno.

Sfera Ebbasta che indossa 80 Rolex e veste Gucci dalla testa ai piedi non è dissimile dalla comunità gay che ha deciso di riappropriarsi dell’insulto “queer” per usarlo in senso positivo o dalla comunità afro-americana che ha ripreso il termine “nigga”. Sono simboli utilizzati per secoli per dividere chi possiede da chi non ha nulla. Sono i poveri che espropriano i simboli dell’alta borghesia facendoli propri, annullando così la loro importanza. Per questo motivo, a partire dalla prima volta che Rapper’s Delight è stato suonato in un club, i rapper hanno scelto di indossare catene d’oro, gioielli e vestiti firmati. La nobiltà e la dignità del pauperismo è magnificata solo da chi non è mai stato povero.

È più di sinistra Sfera Ebbasta, ragazzo di Cinisello Balsamo, con indosso l’outfit da 20k comprato con i propri soldi, dei Modena City Ramblers che cantano Bella Ciao per la milionesima volta. È più fascista l’idea reazionaria e paternalista che il povero debba ascoltare solo un determinato genere musicale – quella specie di world music, all’apparenza etnica, ma in realtà solo confusa appropriazione culturale da parte di 18 persone bianche che cantano insieme a un tamburellista nigeriano, una festante e inutile LeUcura suonata da Moby di provincia – dell’ostentare ricchezza, se prima non avevi niente.

È più di sinistra Sfera Ebbasta per quanto a Sfera Ebbasta della sinistra possa non fregare niente.

O almeno io, cresciuto in una casa popolare in una frazione di San Giuliano Milanese, riesco a empatizzare, nonostante la sua musica non mi interessi, più con lo struggle di Sfera Ebbasta che ce la fa piuttosto che con la lotta dei gruppi “impegnati” che dovrebbero “parlare a me” e che fino a un paio di anni fa avevano reso il concerto del Primo Maggio un Coachella per persone convinte che i Sud Sound System siano Beyoncé.

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