I cimiteri dei feti umiliano le donne. Li ho mappati e non sono un’eccezione, ma la normalità.

Il 28 settembre una giovane donna romana ha raccontato su Facebook che sette mesi dopo aver subìto un aborto terapeutico ha scoperto che il feto era stato inumato al cimitero Flaminio senza alcun consenso. Non solo, era stato sepolto con una croce, e sulla croce era stato scritto il nome della donna. Alla domanda se volesse occuparsi lei delle esequie, aveva infatti detto di no, ma di certo non si aspettava che avrebbe trovato una croce con il suo nome in un cimitero di Roma. Il post ha giustamente sollevato grande indignazione, anche se appositi cimiteri di feti sono presenti in moltissime città d’Italia. Dopo la notizia dell’apertura di un “Giardino degli angeli” e dell’istituzione di un “Registro dei bambini mai nati” a Marsala lo scorso agosto, ho provato a tenere traccia delle aree cimiteriali in Italia dedicate all’inumazione dei feti e dei comuni che hanno istituito registri simili: ne ho contati una cinquantina, anche se  è probabile ce ne siano molti di più. L’impressione è infatti che queste aree, costruite all’interno dei cimiteri comunali, non facciano grande notizia perché la legge prevede che i feti possano essere seppelliti (e dopo la ventesima settimana di età intrauterina si tratta di un obbligo) e quindi non c’è niente di strano nel fatto che esistano luoghi dedicati a questo scopo, anzi. Il problema, come nel caso di Roma, è quando ciò avviene senza la consapevolezza dei parenti e, soprattutto, delle donne. In alcuni comuni, come ad esempio a Cagliari, Torri di Quartesolo (in provincia di Vicenza) e Borgosesia, feti e “prodotti del concepimento” vengono seppelliti in ogni caso, anche senza che i genitori vengano informati.

La prima di queste aree cimiteriali, chiamate “Giardini degli angeli”, è stata inaugurata nel 2000 a Novara, sede dell’associazione che spesso si occupa dell’inumazione dei feti, “Difendere la vita con Maria” (Advm), fondata dal sacerdote Maurizio Gagliardini e che oggi conterebbe 3mila aderenti e 60 sedi locali. Non è la sola, anche il movimento religioso “Armata bianca” ha tra le sue missioni quella di seppellire i feti. Advm si ispira al magistero del cardinale colombiano ed ex presidente del Pontificio consiglio della famiglia, Alfonso López Trujillo, scomparso nel 2008, secondo cui tutti i bambini non battezzati (quindi anche i feti) vanno sepolti per essere “spiritualmente raggiunti” dalla Chiesa. Advm agisce nel rispetto della legge, e in particolare del regolamento di polizia mortuaria del 1990, che all’articolo 7 dispone diverse procedure a seconda che si tratti di un “nato morto”, “feto” o “prodotto abortivo”. Con “nato morto” ci si riferisce ai feti che hanno compiuto le 28 settimane di età intrauterina e che sono stati dichiarati tali all’ufficiale di stato civile. In questo caso la sepoltura avviene sempre, come per una persona. Se il feto ha un’età compresa tra le 20 e le 28 settimane di gestazione e non è stato dichiarato “nato morto” all’ufficiale di stato civile, “i permessi di trasporto e di seppellimento sono rilasciati dall’unità sanitaria locale”, cioè è l’Asl a occuparsi della sepoltura e non serve che i genitori ne facciano richiesta, a meno che non vogliano organizzare loro una cerimonia. Infine, se i feti hanno un’età presunta inferiore alle 20 settimane, la sepoltura è facoltativa e la richiesta deve essere compilata dai parenti entro 24 ore dall’espulsione del feto. In caso non venga fatta alcuna richiesta, i prodotti del concepimento vengono smaltiti direttamente dalla struttura ospedaliera tramite termodistruzione. Ed è proprio qui che si inserisce l’attività di Advm.

L’associazione, infatti, stipula una convenzione con la struttura ospedaliera e con l’Asl e interviene per seppellire i feti sotto le 20 settimane di gestazione, qualora i parenti non facciano richiesta. I volontari si recano personalmente nell’ospedale per prelevare i resti, li mettono in scatole decorate con una croce e poi fanno delle cerimonie funebri nelle aree preposte. I costi delle sepolture vengono sostenuti dalle donazioni dei volontari stessi. Se c’è anche un registro, viene apposto un cippo con un numero in modo da poter risalire alla data dell’aborto, e viene assegnato il nome “Celeste”, che è sia maschile che femminile. Si tratta quindi di una sepoltura con una forte connotazione religiosa, non per forza condivisa da una persona che, in ogni caso, non la sceglie in maniera limpida e consapevole.

Molto spesso le donne che interrompono una gravidanza, spontaneamente, volontariamente o per ragioni terapeutiche, non vengono infatti adeguatamente informate del destino del prodotto del concepimento. Nel caso di interruzione di gravidanza, è obbligatorio che la donna firmi un consenso informato che contiene tutte le informazioni riguardanti l’operazione. Non esiste un consenso “standard”, ma se ne possono reperire alcuni in rete, molto simili fra loro se non per qualche variazione. Ne ho letti diversi (Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, Goretti di Latina, ASP Caltanissetta, Domus Nova di Ravenna, Ospedale di Genova, ASL Matera, Ospedale “Maria delle Grazie” di Bari) e non ho trovato nessun riferimento alla procedura di sepoltura. Potrebbe essere una coincidenza, ma è ragionevole pensare che questa informazione o  venga data solo verbalmente (come successo alla donna di Roma) o non venga data affatto. Possiamo quindi supporre che, anche se lo volessero, nella maggior parte dei casi i parenti nemmeno saprebbero di dover fare richiesta entro 24 ore per seppellire un feto con meno di 20 settimane di età. Lo stesso mi è stato confermato da diverse donne che hanno interrotto la gravidanza: nessuna era stata informata su cosa sarebbe accaduto ai resti.

Diversa, ma non per questo meno grave, è la storia di una donna che ci ha contattati per raccontare quanto le è successo in un ospedale di Milano. “Alla tredicesima settimana ho fatto il test combinato e la dottoressa ha sospettato una malformazione al cuore del feto. Tempo di fare ulteriori accertamenti, sono arrivata alla diciottesima settimana, superando i termini per fare l’Ivg secondo la legge 194”, racconta. “Ho dovuto quindi fare un colloquio psicologico per certificare l’impossibilità di portare avanti la gravidanza e poter fare un aborto terapeutico. Durante il colloquio, la psicologa mi ha presentato l’aborto farmacologico come un trauma che mi avrebbe ‘preparata’ a superare il trauma successivo, cioè la perdita del bambino. Quello che però mi ha davvero sconvolta è che lei mi ha assicurato che avrei potuto dare un nome al feto e benedirlo con dell’acqua santa e, soprattutto, che qualcuno ‘del Comune’ si sarebbe occupato di prelevarlo, cremarlo e portarlo al cimitero di Lambrate. La cosa grave è che mi è stato detto che anche se io non avessi voluto dare un nome e fare questa benedizione, qualcuno l’avrebbe comunque fatto per me. Ed è assurdo che, quando il ginecologo ha deciso che avrei dovuto fare il raschiamento, la psicologa ha cambiato idea, e seppellire il feto non sembrava più così necessario, come se solo il corpo intero meritasse una sepoltura”.

L’istituzione di registri dei bambini mai nati e di cimiteri dei feti si inserisce in una più ampia prospettiva che è quella delle “città a favore della vita”. Le amministrazioni di centrodestra, spesso vicine agli ambienti antiabortisti, propongono queste mozioni per dichiarare pubblicamente il proprio comune “a favore della vita”. Aveva suscitato molte polemiche quella proposta e approvata a Verona nel 2018, ma sono tante le città e i comuni interessati: Genova, Imperia, Roma e Milano (dove sono state respinte), Trento, Alessandria. Ci sono state anche alcune iniziative per rendere obbligatoria la sepoltura dei feti a livello nazionale e regionale. Dal 2018 la Regione Veneto ha introdotto l’obbligo di informare i parenti della possibilità di inumare il feto e, in caso non se ne vogliano occupare, se ne farà carico l’Asl anche al di sotto delle 20 settimane di gestazione. Il deputato di Fratelli d’Italia Luca De Carlo (originario anche lui del Veneto) aveva presentato una proposta di legge in merito a marzo del 2019, perché “per la donna l’aborto volontario è un dramma”. Quello che però emerge è che, nella maggior parte dei casi, questo tipo di iniziative passi sotto silenzio a meno che non ci sia qualcuno a opporsi, come successo a Marsala o a Civitavecchia, dove il comitato “Donne in difesa della legge 194/78” è riuscito a far revocare il protocollo d’intesa tra il comune e “Difendere la vita con Maria”.

Luca De Carlo

Il problema dei cimiteri dei feti non sta nel fatto che esistano. Non c’è niente di male nel voler seppellire un feto e ognuno ha un modo intimo e personale di elaborare un lutto, se lo si vive come tale. Inoltre, bisogna sempre tenere a mente che queste inumazioni non interessano solo chi ha fatto un’interruzione volontaria di gravidanza, ma anche chi l’ha interrotta per ragioni terapeutiche o ha avuto un aborto spontaneo. Il problema sta nel fatto che questo avviene nella totale inconsapevolezza delle persone interessate che, come nel caso della donna di Roma, rischiano di ritrovare il proprio nome appeso su una croce in un cimitero, con una grave violazione della privacy. Se quello che fanno Advm e altre associazioni è legale, quello che dobbiamo chiederci è perché un ospedale divulghi i dati sensibili delle proprie pazienti e perché sia possibile che affidi lo smaltimento di quelli che, per la legge, sono a tutti gli effetti rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo a un’associazione religiosa. Il fatto che, stando alle stesse dichiarazioni del fondatore di Advm, siano stati seppelliti più di 200mila “bambini mai nati” dà un’idea dell’estensione di un fenomeno di cui è difficile però tenere effettivamente traccia, in un Paese dove la vita – e la morte – sono evidentemente ancora un affare del prete e della parrocchia e dei loro rapporti con la politica. Viene da chiedersi quante amministrazioni comunali, al di là del partito di maggioranza, abbiano approvato di buon grado l’istituzione di un “Giardino degli angeli” senza chiedersi quali conseguenze avesse veramente sulla vita delle donne. E quanti direttori di ospedali pubblici, come il Gaslini di Genova che è convenzionato con “Difendere la vita con Maria”, condividano il pensiero del direttore generale Paolo Petralia secondo cui “la vita comincia dal concepimento” e quindi si deve dare “dignità e rispetto a una persona che non c’è più”, dimenticandosi di quelle di chi resta. Essere “a favore della vita” significa innanzitutto essere a favore di quella di chi è vivo, e si risparmierebbe con ogni probabilità di vedere il proprio nome crocifisso.

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