Palermo non è stata sommersa dalla pioggia, ma dalla cementificazione sfrenata. Come l’Italia intera.

Il 15 luglio Palermo è stata vittima di un violento nubifragio che in poche ore ha causato disagi in tutta la città, allagando i sottopassi della circonvallazione e sommergendo decine di automobili: due bambini sono stati ricoverati per ipotermia, ma il bilancio potrebbe essere stato molto più grave. Tralasciando il solito sciacallaggio di alcuni politici, l’attenzione deve andare al dissesto idrogeologico del territorio italiano, aggravato da fenomeni atmosferici sempre più violenti. Episodi come quello di Palermo sono ormai frequenti: dall’inizio del 2020 a oggi si sono verificati ben 66 nubifragi, segnando un aumento del 22% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Sono gli effetti dell’emergenza climatica che sta portando alla tropicalizzazione del clima italiano, di cui già si vedono gli effetti a partire dal settore agricolo – con campi allagati, frutta e verdura rovinate e coltivazioni di cereali abbattute –, che in un decennio ha subìto, tra sfasamenti stagionali, siccità estreme e bombe d’acqua, perdite economiche per oltre 14 miliardi di euro. Se la causa scatenante di tutto questo è la crisi climatica, a peggiorare la situazione è la cementificazione sfrenata di cui il nostro Paese è vittima da decenni e che non accenna a fermarsi.

Il capoluogo siciliano ha alle spalle una storia di cementificazione e speculazione edilizia che, dal Sacco di Palermo del boom edilizio degli anni Cinquanta, arriva fino a oggi. Secondo il rapporto di Legambiente Ecomafia 2019, nel corso del 2018, a fronte di un complessivo (lieve) calo dei reati ambientali, il ciclo del cemento rappresenta uno dei settori più redditizi per la criminalità organizzata. Il governo gialloverde si è del tutto disinteressato al fenomeno approvando anzi il Decreto Genova – che contiene una sorta di condono edilizio per la ricostruzione post terremoto a Ischia e nel Centro Italia – e lo Sblocca cantieri, che “ha allargato le maglie dei controlli necessari per contrastare le infiltrazioni criminali e la corruzione”, come denunciava un anno fa Legambiente. Proprio la Sicilia (e la provincia di Palermo in particolare) è in testa alla classifica nazionale degli illeciti ambientali, su cui pesa in particolar modo l’abusivismo edilizio, una piaga che costituisce il 16% degli interventi edilizi in Italia, tra nuove costruzioni e ampliamenti del patrimonio immobiliare esistente.

Ma la cementificazione selvaggia non è responsabilità esclusiva della la criminalità organizzata: anche nell’economia legale il cemento è un settore che va fortissimo, contribuendo nel 2017 all’aumento del consumo di suolo di oltre il 5% in 15 regioni italiane, con punte del 13% in Lombardia. Come riportano i dati dell’Ispra, il consumo di suolo (non necessariamente abusivo) cresce anche nelle aree protette (+108 ettari nel 2018), in quelle vincolate per la tutela paesaggistica (+1074 ettari), in quelle a media pericolosità idraulica (+673 ettari), a rischio frane (+350 ettari) e nelle zone a pericolo sismico (+1803 ettari). La crescita della superficie antropizzata è due volte l’aumento demografico, piazzando l’Italia al sesto posto tra i Paesi europei con la maggiore incidenza di superfici asfaltate o cementificate (6,9%), subito dopo Malta, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Germania.

Non stupisce che dagli anni Cinquanta a oggi il consumo di suolo sia aumentato del 180%. Ma che, con la maggiore consapevolezza ambientale degli ultimi anni, ancora nel 2018 la superficie del territorio passata da una copertura naturale a una artificiale sia stata di 14 ettari al giorno in media (cioè 2 metri quadrati al secondo) deve far riflettere. Ecco perché è così urgente che vada in porto la proposta di legge in materia di consumo di suolo, promessa dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa per regolamentare una situazione disastrosa e sempre più grave, come raccomandato anche da una delibera della Corte dei Conti. L’iter va avanti dal 2018 ma si è fermato negli ultimi mesi. Nel frattempo, la Sardegna ha approvato in Consiglio Regionale una norma che di fatto estromette il governo dalle decisioni in materia di gestione del territorio costiero.

Sergio Costa

La costruzione di nuovi edifici e infrastrutture comporta una trasformazione irreversibile del suolo, che diventa impermeabilizzato. La cementificazione sfrenata – ma anche l’agricoltura intensiva, che causa la formazione di strati compattati di terreno – è la principale responsabile dell’impermeabilizzazione del suolo, mentre nelle aree costiere questi effetti sono legati soprattutto all’urbanizzazione connessa al turismo. Il fenomeno incide sulla gestione delle acque, riducendone l’infiltrazione nel terreno, impedendo l’evapotraspirazione e diminuendo l’umidità del suolo. L’incapacità di assorbire grandi volumi di acqua ne aumenta lo scorrimento superficiale, favorendo anche il trasporto di contaminanti. Nei pressi dei corsi d’acqua, poi, l’occupazione delle aree esondabili con insediamenti urbani, industrie e infrastrutture impone la necessità di interventi per prevenire o mitigare i danni delle alluvioni, aggravati a loro volta dalla copertura di torrenti e navigli, come sanno bene i milanesi che a ogni pioggia intensa devono fare i conti con l’esondazione del Seveso. Il mantenimento delle funzionalità dei suoli aiuterebbe anche nel gestire queste esondazioni, facendo defluire e filtrare le acque.

Tutto questo ha un peso economico sempre più alto: in sei anni l’Italia ha perso superfici naturali in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi; l’ultima generazione è responsabile della perdita in Italia di oltre un quarto (28%) della terra coltivata per effetto di cementificazione e degrado, riducendo la superficie agricola utilizzabile negli ultimi 25 anni ad appena 12,8 milioni di ettari. Le conseguenze sono anche ambientali e ricadono sulla qualità della vita di tutti, se si considera che il terreno cementificato in questi ultimi anni avrebbe permesso lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio e l’assorbimento di oltre 250 milioni di metri cubi d’acqua; piogge che ora non riescono a penetrare nel terreno allagando così le città, come successo a Palermo, e che non vanno quindi ad alimentare le falde, aggravando il dissesto idrogeologico e la pericolosità dei nostri territori. Terre coltivabili e aree verdi, infatti, sono garanzia non solo di produzione agricola di qualità e sicurezza alimentare, ma anche di protezione ambientale nei confronti di degrado e danni dovuti a eventi climatici estremi.

L’entità del nubifragio che ha colpito Palermo non giustifica i danni subiti dalla città, che sono il risultato della mancanza di una seria pianificazione territoriale e di un sistema fognario obsoleto. Dobbiamo aspettarci effetti sempre più disastrosi, a causa di una maggiore violenza dei fenomeni meteorologici, segno dei cambiamenti climatici che interessano la regione mediterranea. Violente alluvioni con danni ingenti alle città colpite sono sempre più frequenti, come da anni succede a Genova, dove i torrenti sono stati coperti e il cui territorio circostante, che contribuisce a filtrare e arginare le piogge, è in stato di grave degrado. Ma la cementificazione è un problema per tutta l’Italia, aggravando gli opposti estremi della crisi climatica: non solo il rischio di frane e alluvioni che riguarda la grande maggioranza dei comuni italiani (oltre 7mila), ma anche la desertificazione che minaccia più del 20% del territorio nazionale.

In vista della crescente frequenza degli episodi meteorologici estremi, serve una maggiore tempestività nella diramazione delle allerte, cosa che non sembra essere avvenuta nel caso del capoluogo siciliano. Ancor più urgente è un intervento politico per ridurre la cementificazione del suolo. Il problema è tanto più attuale ora che la crisi climatica rende l’Italia sempre più vulnerabile agli eventi estremi, con conseguenti rischi per la produzione alimentare, per le altre risorse offerte dal suolo e per le sue funzioni ecologiche, limitate dalla cementificazione come lo stoccaggio di carbonio, il ruolo di habitat per la fauna e di corridoio migratorio per le specie selvatiche. La legge 68/2015 sugli ecoreati funziona, ma è urgente affiancarla con una regolamentazione in materia di cementificazione e consumo di suolo. L’alluvione di Palermo è l’ennesima dimostrazione che non possiamo più aspettare.

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