Il catfishing è la violenza più sottovalutata della nostra generazione

Nel 2011, dopo la fine di una relazione, Emma riceve la richiesta di amicizia su Facebook da Lincoln Lewis, suo vecchio conoscente. I due diventano inseparabili, anche se solo online, scambiandosi diverse foto, anche intime, e telefonandosi. La voce di Lincoln sembra a Emma simile a quella che ricordava, ma quando il ragazzo rifiuta per l’ennesima volta di incontrarsi dal vivo, il dubbio la spinge a chiedere conferma sull’autenticità del profilo a un amico che hanno in comune. L’account risulta essere falso e nel momento in cui affronta il sedicente Lincoln, dicendogli di aver scoperto l’inganno, Emma si sente rispondere che dietro al profilo si nasconde Michael Jason Smith, che ammette di averlo creato per divertimento. 

Dopo una breve pausa, i due riprendono a contattarsi con assiduità fino a quando Michael rivela a Emma che il suo vero nome è Danny Jason MacGreene, attore britannico che usa una falsa identità per sfuggire a una stalker. Nelle settimane successive Emma riceve numerosi messaggi minatori da diversi profili anonimi e, confidandosi con Danny, scoprirà che anche lui è vittima di abusi online. Lui le mostra gli screenshot degli insulti e delle conversazioni (false) avute con personaggi famosi, create come prove delle sue bugie. 

Danny finge di essere stato rapito per poi comparire di nuovo. Nel frattempo i messaggi minatori ricevuti da Emma aumentano in frequenza e intensità fino a quando la sorella la trova a piangere sotto le coperte con il telefono attaccato all’orecchio: qualcuno la minaccia di inviare le sue foto intime alla famiglia. Emma contatta la polizia e scopre che anche un’altra donna è vittima dello stesso ricattatore. Le indagini portano all’arresto nel 2016 di Lydia Abdelmalek, ragazza di Melbourne che gestiva i profili fake di Michael Jason Smith, Lincoln Lewis, e diversi altri. Nonostante la fine delle vessazioni psicologiche Emma si suicida nel 2018. Durante il processo di Abdelmalek il magistrato ha definito le prove a suo carico “impressionanti e inequivocabili”, in attesa della sentenza prevista per giugno. 

Emma è solo una delle sempre più numerose vittime del catfishing. Il termine, diventato popolare grazie al documentario Catfish del 2010 e alla successiva serie tv Catfish: False Identità, fa riferimento all’abitudine degli allevatori ittici di inserire dei pesci gatto (catfish, in inglese) all’interno delle vasche dei merluzzi: i primi sono infatti predatori e, mordendo continuamente la coda dei secondi, li tengono attivi, mantenendo più fresca la loro carne fino al momento di pescarli. Nel contesto virtuale il catfishing indica la costruzione di un rapporto online con un altro individuo presentandosi con una falsa identità. Più il contatto si prolunga più diventa difficile rimandare un incontro reale, tanto che molti catfish finiscono per creare diversi profili falsi a sostegno del primo, appropriandosi di foto altrui, mascherando la propria voce e inventando incidenti, imprevisti o malattie improvvise. In molti casi il loro obiettivo è l’estorsione di regali o aiuti finanziari, ottenuti facendo leva sulla fragilità e sui sentimenti della vittima o con aperti ricatti, spesso basati sulla minaccia di diffonderne le immagini intime. 

Scarlet Widow (La vedova nera), gang nigeriana in attività dal 2015, creava profili sui principali siti e app di incontri, alla ricerca di utenti soli e vulnerabili, come divorziati, disabili e persone poco istruite. Al computer, alcuni ventenni si fingevano ragazze statunitensi o attori grazie a foto rubate da profili reali e spacciate come proprie, sottolineando nelle conversioni l’importanza di fidarsi l’un l’altro, mentre coprivano la telecamera per evitare di farsi vedere via webcam, usando la scusa di un malfunzionamento. Il modus operandi dei criminali prevedeva che i profili inventati fossero di cittadini statunitensi, ma sempre residenti in località remote come la Francia o l’Afghanistan per giustificare l’impossibilità di programmare un incontro reale nel breve periodo. “Qualche volta sono in Iraq, altre in Palestina, ovunque possa contribuire a riportare la pace”, ha dichiarato un ragazzo ghanese che lavora come scammer (truffatore). Il loro metodo è mostrarsi affettuosi, pieni di attenzioni per le vittime per arrivare poco alla volta alle richieste di denaro. “Le ho chiesto di sposarmi e ha accettato, così le ho detto che avevo bisogno di una piccola somma e credo mi abbia inviato circa 2mila dollari. Se non pagano gli scrivo in continuazione ‘come stai? Volevo accertarmi stessi bene. Hai mangiato?’ Probabilmente è da tanto che non incontra qualcuno che la coccola così, che le dice cose carine”, continua lo scammer. Se la vittima paga, le richieste continuano fino a quando non sono più esaudibili e il truffatore scompare lasciando le vittime confuse, indebitate e in preda al dolore e alla vergogna. 

Nel 2017, in Italia, le denunce per catfishing ricevute dalla Polizia Postale sono state più di mille, di cui 955 provenienti da uomini e 86 da donne. Nonostante il fenomeno sia in costante crescita è difficile avere una stima precisa dei casi: per farsi avanti e denunciare serve coraggio, a causa dell’imbarazzo e dell’umiliazione. A questo si unisce anche la difficoltà nel risalire alla verà identità dei catfisher: secondo una ricerca condotta da Generazioni Connesse (il Safer Internet Center coordinato dal Miur) e curata da Skuola.net, Università Sapienza di Roma e Università di Firenze, risulta che il 43% degli adolescenti intervistati utilizzino dati falsi sui social network. Tra le motivazioni più frequenti compaiono la vergogna per il proprio aspetto, la vendetta, la goliardia e la volontà di controllare qualcuno di nascosto.

I dati italiani confermano un trend in crescita a livello globale. Da un comunicato pubblicato a febbraio dalla Federal Trade Commission degli Stati Uniti risulta che le frodi sentimentali siano le truffe più comuni nel Paese, tanto che dalle 9mila denunce del 2015 si è arrivati alle quasi 21mila del 2018, con un danno per le vittime di 143 milioni di dollari. In Gran Bretagna, un report di Action Fraud stima che il numero di casi reali sia molto più alto delle 5mila denunce registrate nel 2018. Se dallo stesso documento emerge che il 63% dei casi coinvolge una donna, in un sondaggio del magazine maschile Sugarcookie il 43% degli uomini dichiara di essere stato oggetto di catfish, contro il 28% delle donne. Quello che accomuna le vittime non è il genere, ma fattori come la solitudine, la fragilità, la sensazione di avere un vuoto nella propria vita. John Suler, psicologo clinico e autore del saggio Psychology of the Digital Age (Psicologia dell’era digitale), sottolinea che le persone tendenti all’isolamento o ad avere pochi contatti reali sono più propense a non saper distinguere la realtà dall’inganno.  

L’obiettivo del catfishing può però variare rispetto a quello economico e dipendere dalla volontà di esplorare ruoli e generi sessuali diversi dal proprio o vendicarsi degli episodi di bullismo subìti. Per cercare di categorizzare le cause del fenomeno, il professore di psicologia Eric Vanman dell’università del Queensland ha intervistato online ventisette persone che si identificano come catfish. Dalla ricerca è emerso che il 41% degli intervistati indica la solitudine come motivazione principale dei propri comportamenti (“Vorrei solo essere più popolare e farmi degli amici con cui parlare”), un terzo dei partecipanti è insoddisfatto del proprio aspetto fisico e cerca nel catfishing un’occasione per scoprire come sarebbe la sua vita se fossero più attraenti (“Quando invio le mie foto reali, la gente di solito smette di rispondermi”) e molti si sentono in colpa, ma non riescono a smettere.

Secondo Julia Albright, sociologa dell’università della California del Sud, il catfishing può diventare una vera e propria dipendenza: “È eccitante ottenere in così poco tempo un grandissimo successo amoroso online e ad alcuni può dare alla testa. Ecco perché di solito scelgono più di una vittima, così che quando si viene scoperti da una, il gioco può proseguire con un’altra, senza la percezione di essere stati sconfitti”. Se nel mondo reale abbiamo a disposizione un solo corpo e una sola identità, online questo concetto diventa fluido, facilitando la nascita di diversi alter ego. L’ampia diffusione del catfishing dipende proprio dal fatto che anche nel mondo reale scegliamo di mostrare quella che crediamo essere la versione migliore di noi stessi, frutto di una commistione delle conoscenze, esperienze e abitudini che pensiamo ci possa far accettare dal gruppo sociale a cui sentiamo di appartenere. La realtà virtuale non fa che moltiplicare all’infinito questa possibilità, creando una frattura sempre più profonda tra l’io reale e quello ideale.

Uno dei motivi per cui non ci facciamo problemi a mentire in rete è dovuto al cosiddetto “effetto disinibizione online”: sul web percepiamo meno la responsabilità delle nostre azioni e parole e il dovere di rispettare codici morali e sociali. Come sottolinea Alberto Caputo, psicologo specializzato in sessuologia e criminologia, “C’è comunque un sottile piacere nell’ingannare e nel prendere in giro l’altro senza doversi confrontare faccia a faccia con lui, evitando tensione, sensi di colpa e vergogna. […] L’obiettivo è un vero e proprio attacco sadico alla fiducia altrui”. Attacco alla fiducia non solo della vittima, ma anche della sua famiglia e di tutte le persone a cui vengono sottratte immagini e dati personali per rendere credibili i profili fake

Nonostante Facebook abbia comunicato di aver chiuso circa tre miliardi di finti profili dall’ottobre 2018 al marzo 2019, le truffe tramite i social sono aumentate del 43% nel 2018 rispetto ai dodici mesi precedenti (secondo quanto emerge dal Current State of Cybercrime Report di Rsa Security, azienda di cybersicurezza del gruppo Dell). Un  misura approvata dal 76,8% degli intervistati dell’ultimo rapporto Agi Censis sulla vita digitale in Italia, propone l’obbligo di fornire un documento di riconoscimento per iscriversi a un social network ma, come sottolinea chi si oppone alla misura, ciò potrebbe aumentare le criticità legate alla privacy degli utenti. Con l’aumento della media delle ore quotidiane spese su web e social media, è evidente però che  il catfishing è destinato a diventare un problema sempre più preoccupante, soprattutto tra gli adolescenti. 

Una maggiore sicurezza da sola non basta. Lo scarso supporto emotivo offerto in molte situazioni dalla famiglia e dalla scuola e un senso di solitudine sempre più diffuso, chiedono di affiancare al controllo più empatia e capacità di ascolto, soprattutto nei luoghi dedicati alla formazione dei gruppi sociali, reali e virtuali. Quando non ha come fine l’estorsione di precise somme di denaro, il catfishing riunisce nella manifestazione dello stesso disagio vittime e carnefici: solo una società più inclusiva e solidale può essere la soluzione definitiva a questa piaga.

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