Perché il capitalismo non vuole farci dormire

Dopo aver occupato il tempo libero con l’industria dell’intrattenimento ed essersi appropriato dello spazio sociale attraverso la creazione di centri commerciali sempre più imponenti che, di fatto, hanno finito col sostituirsi alla piazza, l’ultimo tassello strategico che il capitalismo contemporaneo intende perseguire è quello di creare i presupposti per la realizzazione di un mondo abitato esclusivamente da insonni. Dei morti di sonno, dei derelitti sottomessi al dogma della produttività, sempre disposti a sacrificare il proprio tempo sull’altare del lavoro e del consumo. È questa la società ideale che le multinazionali tentano di venderci come desiderabile: una comunità di zombie, un gregge di nottambuli stanchi, infelici e ad altissimo tasso di rendimento.

Siamo costantemente bombardati dalla retorica sensazionalista sulle poche ore di sonno di cui “hanno bisogno” le persone cosiddette “di successo” per ottenere i loro egregi risultati. Richard Branson ha la sveglia puntata alle 5:45 per fare le flessioni, Elizabeth Holmes sostiene di dormire solamente 4 ore per notte e il CEO di Apple, Tim Cook, ha dichiarato di alzarsi ogni mattina alle 3:45 per rispondere alle email e andare in palestra. Sembra quasi che dormire sia un’attività trascurabile, un vezzo da perdigiorno, un impedimento oggettivo alla compiuta espressione delle potenzialità umane. Riposo e realizzazione personale ci vengono presentati come elementi che, per forza di cose, si escludono mutualmente.

La verità è ben diversa: anche se spesso si tende a sottostimarne la portata, il sonno è l’ultimo baluardo che l’essere umano ha a disposizione per resistere ai meccanismi “cronofagi” dell’economia di mercato: un individuo dormiente è anche un individuo infruttuoso che, attraverso il proprio sonno, sottrae un monte ore inestimabile al suo impiego come ingranaggio inconsapevole della catena di produzione e, di conseguenza, un ostacolo alla compiuta realizzazione del cosiddetto Capitalism 24/7, ossia quel sistema economico – che per tanti versi abbiamo già imparato a conoscere – fatto di negozi, call center, palestre, fast-food e grandi magazzini che rimangono aperti tutto il giorno e per tutta la settimana, senza soluzione di continuità. Il sonno è il nostro ultimo locus amoenus, il solo spazio davvero incontaminato che ci è rimasto: un territorio completamente immune dagli stimoli tecnologici e da tutti quei bisogni indotti artificialmente dalle corporation e che, proprio per questo motivo, il capitale vuole colonizzare a tutti i costi.

L’esempio più immediato di questa crociata contro il tempo che le persone dedicano al riposo, attualmente, ce lo forniscono i servizi di streaming on demand. In particolare, il fenomeno del binge watching rappresenta un osservatorio privilegiato per stimare gli effetti di questa battaglia senza frontiere nei confronti del sonno. La percentuale di individui disposti a fagocitare la nuova stagione della propria serie televisiva in un’unica sessione notturna è in costante aumento, e i disturbi del sonno connessi a questa pratica sono ormai certificati: secondo uno studio pubblicato sul Journal of Cinical Sleep Medicine, i binge watchers guadagnano una probabilità di insonnia del 98% superiore agli altri. Anche gli addetti ai lavori sottolineano l’importanza che la privazione del sonno riveste per i propri margini di profitto: nell’aprile del 2017, durante un summit tenutosi a Los Angeles, il CEO di Netflix, Reed Hastings, ha ammesso senza troppi filtri che “A pensarci bene, quando inizi a guardare una serie su Netflix si crea una sorta di dipendenza, che ti porta a restare a guardarla fino a tarda notte. Alla fine quindi il nostro competitor principale è solo il bisogno umano di chiudere gli occhi per un terzo della giornata”.

La tendenza del capitale a fare incetta di quel lasso di tempo che le persone dovrebbero dedicare al sonno affonda le proprie radici in tempi lontani. Come riportato da Davide Mazzocco nel suo saggio Cronofagia, come il capitalismo depreda il nostro tempo, “L’erosione del tempo dedicato al sonno non è certo una novità, ma una progressione scandita dal progresso tecnologico e dalla diffusione dell’illuminazione pubblica e privata”. Nel suo libro At Day’s Close: A History of Nighttime, Roger Ekirch, attraverso l’analisi di più di 500 fonti tra diari, libri di medicina, letteratura scientifica e racconti mitologici, ha testimoniato come, prima dell’avvento dell’elettricità, la modalità di riposo notturno maggiormente diffusa fosse il sonno bifasico, ossia un sonno sconnesso. Nelle società preindustriali, i ritmi di lavoro e di riposo dipendevano dal sorgere e dal calare del sole, però a quanto pare i nostri antenati non dormivano per otto ore di fila, ma dividevano il sonno in due fasi distinte della durata di circa quattro ore l’una, separate da una o due ore di veglia. Nelle epoche più antiche questa pausa era dettata da esigenze di forza maggiore: si rimaneva svegli per controllare il fuoco, per alternarsi nel turno di guardia, per vegliare su eventuali pericoli. Col passare del tempo, l’intervallo di veglia non fu più dettato dalla necessità, ma si impose come una costante dell’orologio biologico. In tal modo, iniziò a venire finalizzato ad altri scopi, come nutrirsi e chiacchierare con i familiari, oppure consacrato a un concetto che, per gli antichi, rivestiva un’importanza essenziale e che è stato brutalmente estirpato dagli sviluppi della rivoluzione industriale: l’otium, Il tempo dello spirito, dello studio, della lettura e della riflessione, la declinazione più nobile del moderno “tempo libero” – un’altra invenzione del capitalismo – dedito unicamente al consumo.

Con l’introduzione dell’elettricità, il sonno segmentato scomparve e dormire per un certo numero di ore senza soluzione di continuità divenne la norma. L’illuminazione pubblica e privata – inizialmente prerogativa dei soli centri cittadini – segnò l’inizio di un nuovo modo di socializzare e di intendere la vita notturna: i lampioni cominciavano a illuminare le strade, le persone si spostavano con maggiore sicurezza anche dopo il tramonto e l’introduzione dell’elettricità negli ambienti domestici permetteva ai negozi di continuare le attività anche una volta calato il sole.

All’inizio del Novecento, le otto ore di sonno divennero una vera e propria conquista sociale, tanto che il motto 8 hours of work, 8 hours of recreation, 8 hours of sleep, nato in Australia nel 1855, si diffuse rapidamente in tutto il mondo e divenne lo slogan più celebre delle rivendicazioni operaie e del Primo Maggio Internazionale di inizio Novecento. Oggi il paradigma è mutato sensibilmente: con la consacrazione del capitalismo, le ore di lavoro e di svago – ma non di otium – sono aumentate esponenzialmente, mentre quelle consacrate al sonno sono calate a picco.

Lo racconta molto bene Jonathan Crary nel suo pamphlet 24/7 Il Capitalismo all’assalto del sonno, dove spiega come gli americani oggi dormano solo poche ore per notte, 6 e mezzo per la precisione, rispetto alle 8 della generazione precedente e le 10 dei primi anni del XX secolo. Questo risultato sarebbe il frutto di un disegno ben preciso, volto a iscrivere la vita umana in un’eterna sequenza di lavoro, consumo e morte, in un “principio di funzionamento continuo”. Secondo Crary, “L’enorme quantità di tempo che trascorriamo dormendo, affrancati da quella paludosa congerie di bisogni artefatti, rappresenta uno dei grandi atti di oltraggiosa resistenza degli esseri umani alla voracità del capitalismo contemporaneo. Il sonno interrompe risolutamente il furto di tempo che il sistema capitalistico compie ai nostri danni. La maggior parte delle necessità apparentemente fondamentali della vita umana – dalla fame alla sete all’impulso sessuale, al bisogno, più recente, di amicizia – sono state riproposte in versioni mercificate o finanziarizzate”.

Il saggio di Crary prende le mosse da una serie di esperimenti portati avanti dal Dipartimento della Difesa statunitense, che negli ultimi cinque anni ha finanziato diversi ricercatori americani per analizzare l’attività cerebrale del cosiddetto passero dalla corona bianca, un volatile in grado di rimanere in stato di veglia per un’intera settimana, sperando di ricavarne conoscenze applicabili agli esseri umani. Lo scopo delle ricerche è quello di scoprire in che modo sia possibile, per l’uomo, raggiungere un’astensione completa dal sonno e, al contempo, un funzionamento produttivo ed efficiente. Il secondo step è quello di mettere a punto una serie di tecniche anti-sonno, a partire dagli interventi neurochimici sino a sfociare nella terapia genica e nella stimolazione magnetica transcranica, ed applicarle in chiave militare, con l’obiettivo di creare un nuovo prototipo di soldati capaci di rimanere lucidi a lungo, senza problemi per il fisico e la psiche, malgrado l’assenza di sonno. La ricetta predisposta dai fautori del Capitalism 24/7 è qualcosa di molto vicino alla strategia perseguita dal Dipartimento della Difesa americano tanto che, secondo Crary, “Il soldato a prova di sonno è l’antesignano del lavoratore o del consumatore immuni dal sonno”. La prospettiva di Crary può apparire eccessivamente pessimistica, ma ha più di un riverbero nella vita di ogni giorno.

La fase embrionale del Capitalism 24/7 è proprio quella in cui stiamo vivendo: negli ultimi anni, le occasioni per rimanere svegli, produttivi, reperibili e, soprattutto, disponibili al consumo, sono aumentate a dismisura. Se, fino a un decennio fa, concludere un acquisto su Amazon alle tre del mattino o riservare l’intera nottata al binge watching erano abitudini inusuali, oggi le piattaforme di streaming propongono un’offerta di contenuti disponibili H24 da cui è impossibile sfuggire, e i servizi di e-commerce consentono di rimanere svegli per dedicare il tempo necessario per dormire nella compilazione di interminabili wish-list piene zeppe di ogni tipo di bene. Inoltre, i nostri smartphone offrono un ventaglio di possibilità di sonnambulismo infinite e sono deleteri per la qualità del sonno, come ampiamente dimostrato da diverse ricerche che hanno ricollegato l’aumento dell’insonnia tra i giovani alla retroilluminazione degli schermi. A crescere vertiginosamente, contribuendo a infoltire l’offerta per i nuovi consumatori sonnambuli, è anche il numero di supermercati aperti H24, teatri quotidiani del precariato più estremo, con dipendenti che sacrificano il loro bioritmo per la modica cifra di 6 euro e 50 lordi all’ora.

Mortificare un bisogno fisiologico come il sonno per consentire a un sistema completamente folle di autoperpetuarsi è il primo passo per la nostra definitiva sottomissione. Nell’epoca del realismo capitalista, dell’ansia da prestazione e dell’abolizione dei tempi morti, dormire è diventato un atto rivoluzionario.

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