In 5 anni 520.349 crimini in meno. L’emergenza criminalità è un’invenzione politica.

Sin dal Medioevo le tendenze relative ai crimini nei Paesi occidentali sono andate incontro allo stesso destino, crescendo e diminuendo in maniera piuttosto omogenea nel corso del tempo, seguendo un trend in generale diminuzione. Nell’Italia del 1300 si verificavano tra i 50 e i 60 omicidi ogni 100mila abitanti, un numero che oggi non arriva nemmeno a uno. Secondo il sociologo tedesco Norbert Elias questa è una diretta conseguenza di un percorso psicologico e sociale dell’individuo e della collettività, definito processo di civilizzazione, come dal titolo dell’opera omonima pubblicata per la prima volta nel 1939. Il succo di questo importante scritto è che l’organizzazione sociale e il comportamento individuale non sono due cose distinte e separate, ma si influenzano a vicenda. Di conseguenza, quelle che iniziano come regole imposte all’individuo dall’esterno (come le leggi che limitano la violenza) con il passare del tempo diventano norme interiorizzate, seguite dal singolo a prescindere dal controllo o dalla sanzione.

Questa è una delle diverse teorie che spiegano il progressivo, seppur altalenante, calo dei reati avvenuto nel corso dei secoli. Tuttavia, non bastano a spiegare l’ulteriore diminuzione dei crimini che ha interessato tutti i Paesi occidentali dagli anni Novanta in poi, e le cui ragioni sono ancora oggetto di dibattito tra i ricercatori. Tra le Nazioni che si sono interrogate di più sul fenomeno ci sono gli Stati Uniti, dove peraltro il trend è cominciato, proprio all’inizio dei ‘90, in seguito a un picco poco dopo la metà del secolo.

Il Brennan Center for Justice ha analizzato una dozzina di fattori che potrebbero aver influito sul fenomeno, assegnando a ciascuno una percentuale di rilevanza. Tra le supposizioni che vanno per la maggiore c’è l’aumento degli arresti, che negli Stati Uniti è quintuplicato dalla metà degli anni Settanta all’inizio dei Duemila, anche se l’incarcerazione di massa ha avuto un impatto minimo, specialmente per quanto riguarda i reati violenti. Lo stesso vale per l’aumento di poliziotti per le strade, che ha influito per meno del 10%. Il 5% della diminuzione sarebbe invece dovuto a una minore diffusione di alcool, mentre qualche punto percentuale è collegabile alle tendenze demografiche: più la popolazione invecchia e più calano i crimini. Un’altra suggestiva ma marginale supposizione collega il fenomeno all’esposizione al piombo, contenuto nei carburanti fino agli anni Settanta e poi rimosso: secondo l’Oms, questa sostanza, anche in concentrazioni molto basse, è in grado di danneggiare il sistema nervoso dei bambini e abbassarne il Qi. Tuttavia non ci sono reali evidenze che colleghino questo effetto a una maggiore tendenza a commettere crimini. Trattandosi del contesto nord-americano, i ricercatori hanno preso in analisi caratteristiche specifiche, come la normativa sulle armi o l’utilizzo di specifici mezzi tecnologici in dotazione alle forze dell’ordine; alla fine dei conti, ciascun fattore ha avuto un impatto minimo, portando a individuare le cause del calo dei crimini in ognuno di essi ma in nessuno in particolare.

Uno studio simile sull’andamento del crimine nel nostro Paese è stato condotto dal sociologo Marzio Barbagli. Come spiega nel suo saggio Mezzo secolo di delitti, anche nel nostro Paese, dopo un picco di reati registrato nel periodo subito successivo alla fine della seconda guerra mondiale, i crimini sono crollati: solo dal 1946 al 1949 i furti sono scesi del 54%, le rapine, le estorsioni e i sequestri del 72%, gli omicidi (dal 1945 al 1948) del 73%. A questo momento storico è succeduto un altro, molto particolare, tra il 1970 e il 1991, in cui gli omicidi sono triplicati, i furti quintuplicati e le rapine sono aumentate di 12 volte. Come detto, si è trattato di una tendenza globale, ma per quanto riguarda il nostro Paese bisogna ricordare l’impatto degli anni di piombo, delle guerre di mafia e dei sequestri di persona: tutti fenomeni che non possono che aver influito in maniera sostanziale sulle statistiche criminali. In ogni caso, a partire dagli anni Novanta, l’andamento della criminalità ha conosciuto un’inversione di tendenza che dura fino a oggi.

Basandoci su alcuni dati storici raccolti da Barbagli e sulle più recenti rilevazioni Istat, possiamo vedere come, se nel 1991 in Italia si sono commessi 1916 omicidi, nel 2018 sono stati 331: una diminuzione dell’80,7%. Prendendo in considerazione un arco di tempo più recente, la diminuzione è comunque netta (-46% dal 2006 al 2018, con addirittura un -82% per gli omicidi di stampo mafioso). Per quanto riguarda i reati contro il patrimonio, l’andamento non è altrettanto netto, in quanto gli anni della crisi economica hanno segnato un aumento, anche se il 2018 ha comunque registrato il record positivo di furti negli ultimi 12 anni, scesi del 27% rispetto al 2007, il massimo di picco osservato. Anche gli scippi hanno registrato un calo costante: oggi sono meno di un quarto di quanto non fossero a inizio anni Novanta, e solo dal 2006 sono calati del 31,10%. Sono diminuiti del 43,31% i furti di auto e del 40,28% i sequestri di persona, -40,42% le rapine. Un dato interessante e in controtendenza riguarda nello specifico le rapine in casa, aumentate del 35,13% dal 2006 al 2018, anche se oggi risultano in diminuzione dal 2014 (-25,21%). Lo stesso vale per i borseggi, che hanno registrato il picco nel 2014 e da allora sono in calo.

Per comprendere le specificità italiane di questo fenomeno globale, abbiamo parlato con la professoressa Raffaella Sette, Coordinatrice del corso di laurea magistrale in Scienze criminologiche per l’investigazione e la sicurezza all’Università di Bologna, che ha subito specificato la necessità di prendere con le pinze i dati sui crimini. Quelli di cui siamo in possesso, infatti, sono solo i numeri relativi ai delitti denunciati. “Un dato più prossimo al vero,” spiega, “lo potremmo conoscere solo se portassimo a termine indagini di vittimizzazione annuali”. Si tratta di inchieste statistiche realizzate su un campione di popolazione, che servono a capire quante persone siano state vittima di reato in un dato periodo. Queste, ci spiega, non vengono compiute annualmente nel nostro Paese, salvo che su fenomeni specifici, come per esempio è stato fatto recentemente per le violenze di genere. “La criminalità reale è un insieme grande, di cui non riusciamo a valutare precisamente l’entità. All’interno vi è un sottoinsieme più piccolo, che racchiude la criminalità apparente, quella che viene registrata. Quanto è grande il sottoinsieme dipende da diversi fattori, come ad esempio la valutazione soggettiva dell’entità del danno”. Diversi studi hanno in effetti dimostrato che, tolti i reati per cui la denuncia è numericamente ridotta, come per quelli compiuti tra le mura domestiche, le persone tendono a rivolgersi alle autorità tanto di più quanto più grave è il danno.

Per il nostro Paese questa specifica è particolarmente rilevante, perché è una delle argomentazioni che vengono usate per spiegare come mai siamo il Paese in Europa con il più grosso divario tra percezione e realtà: nonostante i dati illustrati finora, infatti, il 78% degli italiani è convinto che la criminalità sia in aumento, e per molti questo dipende dal fatto che in effetti lo è, ma che i reati non vengono denunciati. In realtà, più che a una discrepanza tra il dato reale e quello rilevato dalle autorità, le difficoltà degli italiani ad avere un quadro realistico del Paese sembrano derivare da altro. Nando Pagnoncelli, nel suo libro La penisola che non c’è, cita per esempio il livello di istruzione, più basso da noi che nel resto d’Europa, seguito dall’analfabetismo funzionale (che riguarda il 28% degli italiani). Non aiuta nemmeno la pervasività del tema “criminalità” nei telegiornali che, secondo quanto ricostruisce Dataroom, occupa da noi il 36% degli spazi informativi, contro il 26%, 18% e 17% dei Tg inglesi, tedeschi e francesi. Anche per coloro che si informano sui social, le bolle di filtraggio tendono a riproporre gli stessi temi, innescando un circolo vizioso che distorce la realtà. Pesa anche una certa parte di politica, tendenzialmente di destra, che fa leva sul tema della sicurezza per portare avanti un’idea di società chiusa, controllata, magari armata, dove abrogare le regole che imbrigliano le lobby e aumentare la stretta sui diritti del cittadino medio.

Una delle teorie che provano a spiegare il crime drop in Italia, in effetti, si ricollega proprio a questo aspetto. Diversi studiosi, compresi Barbagli e Sette, rilevano nel nostro Paese l’impatto della cosiddetta strategia dell’inabissamento della criminalità organizzata. A partire dagli anni Novanta, ovvero dopo l’omicidio dei giudici Falcone e Borsellino, quando lo Stato ha cominciato a reagire con forza contro le stragi e i reati mafiosi, le organizzazioni criminali hanno compreso che era più conveniente limitare i crimini visibili per poter fare affari nel mondo economico sommerso. “L’opinione pubblica,” ci spiega Sette, “tende a focalizzarsi sui delitti predatori, e ho la sensazione che la gente comune sia più preoccupata degli aspetti mediatizzati della criminalità, come i furti, le rapine o in generale i delitti commessi dagli stranieri. Leggendo però le relazioni annuali degli anni giudiziari ci si rende facilmente conto che l’attività del sistema è molto impegnata nella lotta contro la criminalità organizzata”.

Tra i reati mafiosi più insidiosi, proprio perché non destano allarme sociale come le stragi, i furti o i sequestri, ci sono quelli commessi grazie alla collaborazione dei cosiddetti colletti bianchi. Questi creano ingenti danni alla comunità, a volte irreversibili, ma difficilmente vengono rilevati e, specialmente in Italia dove la corruzione è data quasi come un fatto scontato, a volte tendiamo a dimenticarli. Il fatto che questo genere di crimini non rientri nelle “normali” statistiche sulla criminalità distorce in parte la nostra percezione. Tenerli in considerazione, invece, ci porta a confutare, o quantomeno ridimensionare, due tra le teorie più diffuse sul crimine: quella che collega la tendenza a commettere reati con una classe sociale ed economica di provenienza bassa, e quella che vede nell’invecchiamento della popolazione una ragione per cui i crimini diminuiscono. Per quanto riguarda la prima, “Si tratta di una constatazione di senso comune,” spiega Sette, “che io confuto ricorrendo a una classica teoria, quella dell’associazione differenziale di Edwin Sutherland.” Il sociologo statunitense a cui fa riferimento la professoressa di Bologna è noto principalmente per aver studiato a fondo la criminalità dei colletti bianchi e per aver provato che il comportamento criminale è appreso all’interno di un ambiente relazionale, a prescindere dalla classe sociale. Questa teoria scardina l’equazione povertà=criminalità, e sottolinea come sia al massimo il tipo di crimine a cambiare con il variare del ceto e non la tendenza a derogare alle regole del vivere comune.

Inoltre, i crimini dei colletti bianchi, come dicevamo, ci aiutano a rivalutare l’impatto della demografia sul crime drop. Se da un lato è vero, come scrive Barbagli, che la tendenza discendente iniziata negli anni Novanta può essere ricollegata al calo delle nascite che ha colpito il nostro Paese dagli anni Ottanta in avanti – perché ha fatto sì che diminuisse la popolazione disponibile a commettere reati, quella tra i 15 e i 24 anni – dall’altro è doveroso dire che questi calcoli non tengono conto dei white collars. Crimini come il peculato, l’aggiotaggio, la bancarotta fraudolenta sono certamente più comuni tra le fasce più adulte della popolazione, perché difficilmente un 20enne si ritrova nella posizione di poterli commettere.

In conclusione, è molto difficile stabilire uno o una serie di motivi specifici per cui alcuni crimini stanno calando. Quello che possiamo fare, però, è prendere atto dei numeri per identificare le reali emergenze ed evitare di cadere nelle trappole della demagogia politica. La società in cui viviamo non è mai stata tanto pacifica e il vero conflitto non è nelle strade. Lo ritroviamo invece tra le mura domestiche, dove si consuma la maggior parte dei reati di genere, e nelle ingiustizie sociali che continuano a proteggere alcuni e sfavorire altri. È arrivato il momento di superare l’idea del criminale con il passamontagna e la pistola, che viene dal quartiere degradato e parla male italiano, e concentrare prevenzione e controllo su coloro che silenziosamente arrecano molto più danno alla nostra società, privandola di risorse che potrebbero essere destinate alla scuola, alla ricerca o alla sanità – soprattutto ora che il coronavirus ci ha fatto scoprire a cosa serve.

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