L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno è che la pandemia generi una guerra fra generazioni - The Vision

“Per quanto ci addolori ogni singola vittima del #Covid19, dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi della #Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate”. Questo il tweet di Giovanni Toti, presidente di centro-destra della Regione Liguria, diventato immediatamente virale sui social. La sua circolazione è stata favorita dall’alto livello di indignazione che ha suscitato, con una levata di scudi da parte di esponenti politici e comuni cittadini. Un’indignazione che deriva in primo luogo dalla mercificazione dell’essere umano, ridotto alla sola dimensione di ingranaggio produttivo. Ma sarebbe ipocrita scandalizzarsi per questa affermazione quando la vediamo trasformarsi in realtà nella vita di tutti i giorni senza fare niente, come già Herbert Marcuse scriveva nel suo famoso saggio L’uomo a una dimensione. L’indignazione deriva (o dovrebbe derivare) anche dalla superficialità con cui un tema tanto complesso come la cura delle persone più a rischio di fronte al Covid-19 è stato affrontato. Un tema che oggi è reso ancora più spinoso poiché si lega a doppio filo a un’altra questione: quella della disuguaglianza intergenerazionale.

Giovanni Toti

Il tweet di Toti è indicativo di un dibattito pubblico sterile e stereotipato su un argomento sfaccettato e delicato, cosa che purtroppo accade molto spesso. Alcuni esponenti politici hanno tentato di cavalcare l’onda dell’attenzione mediatica per racimolare consensi, proponendo ad esempio soluzioni approssimative come le cura a casa con “farmaci che non piacciono alle multinazionali”, come affermato da Salvini. Ma il quadro è ben più complesso. I dati spiegano chiaramente come la stragrande maggioranza delle vittime di Covid-19 appartenga alla fascia più anziana della popolazione. Con i dati aggiornati al 28 ottobre, il report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-CoV-2 in Italia, pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità spiega che su 37.468 deceduti, 15.366 avevano tra gli 80 e gli 89 anni mentre 9.678 tra i 70 e i 79 anni. Più in generale, l’85% delle vittime supera i 70 anni, con un’età media che si attesta intorno agli ottant’anni. Sono invece soltanto 420 (ovvero l’1,1% del totale) i pazienti deceduti sotto i cinquant’anni. È inoltre vero che quasi due terzi delle vittime (per l’esattezza il 64%) presentava tre o più patologie preesistenti al momento del ricovero, e solo un 3,5% non era affetto da nessun’altra malattia (a fronte di 4 anziani su 10 con tre o più malattie croniche). Davanti a questi numeri sorge legittima la domanda di alcune persone – soprattutto giovani – che si chiedono perché in una situazione così critica per il Paese non si possano “semplicemente” invitare gli anziani a osservare determinate precauzioni evitando un lockdown diffuso, con tutte le conseguenze inevitabili che esso comporta. Questo dubbio non può essere giudicato e letto fuori dal contesto, perché si inserisce in una crepa che da decenni divide la nostra società: la disuguaglianza intergenerazionale.

Matteo Salvini

Come spiegato da un report del Forum diseguaglianze e diversità, siamo uno dei Paesi sviluppati con la più grande polarizzazione di ricchezza tra giovani e anziani. Negli ultimi decenni, l’aumento della ricchezza in Italia è stata un’esclusiva della fascia più ricca della popolazione e, a livello di età, di chi aveva più di cinquant’anni: tutti gli altri hanno visto la propria ricchezza diminuire oppure stagnare. Nel 2014, la distribuzione della ricchezza per gruppi di età era caratterizzata da enormi disuguaglianze: più di 130mila euro per i 70-80enni, e poco meno di 30mila per la fascia dai 20 ai 40 anni. Questo è un divario che si legge non soltanto in termini di numeri assoluti, ma anche e soprattutto come mancate prospettive per il futuro: sono i millennial e la generazione Z che stanno vivendo sulla propria pelle la rottura del cosiddetto ascensore sociale, ovvero la possibilità di migliorare la propria condizione di vita (in termini di capitale economico, sociale e culturale) a partire da una situazione già di molto svantaggiata. 

A tutto questo va ad aggiungersi il Covid-19. L’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha pubblicato a giugno un report in cui si sottolineava come la pandemia, da un punto di vista sociale ed economico, stesse avendo e avrebbe avuto effetti più gravi proprio sulle giovani generazioni: alle minori possibilità di accedere agli studi o di completarli come desiderato (magari con un periodo all’estero o un tirocinio) si affianca il drammatico peggioramento della situazione psicologica dovuta alla costante incertezza, alla reclusione forzata in casa e alla mancanza di prospettive per il futuro. Inoltre, i lavori più colpiti dalle restrizioni e dalla crisi economica sono quelli a basso reddito, saltuari e a tempo determinato: ovvero quelli dove i giovani sono maggiormente occupati.

In questo contesto, sarebbe fuorviante e intellettualmente disonesto negare che esista una questione intergenerazionale riguardo la pandemia. Ma è anche sbagliato trasformare la situazione attuale in un surreale conflitto tra giovani e anziani, che fanno sempre più fatica a comprendersi. La realtà è ben più complessa, come alcuni studi condotti in questi mesi hanno dimostrato, e non può essere ridotta a soluzioni semplicistiche. Già durante la prima ondata di Covid in Europa, l’Imperial College COVID-19 Response Team aveva pubblicato un report nel quale stimava le politiche più adatte per contenere il contagio: il prestigioso istituto londinese aveva tenuto in considerazione anche l’isolamento per le persone sopra i settant’anni, ma la misura all’epoca era stata considerata insufficiente se non accompagnata dalla chiusura delle scuole e da un più diffuso distanziamento sociale. A una conclusione simile è arrivato anche Matteo Villa, research fellow presso l’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale): nel suo articolo, Villa ha calcolato le conseguenze sul numero di vittime e sulle persone in terapia intensiva date dall’isolamento di ciascuna fascia d’età. I risultati della sua simulazione rivelano che un lockdown limitato agli over 70 diminuirebbe il numero di morti e permetterebbe all’economia di evitare i contraccolpi più severi, ma non sarebbe sufficiente a evitare il sovraccarico delle strutture ospedaliere (e in particolare delle terapie intensive), conducendo comunque il sistema allo stremo e impedendo di garantire il servizio sanitario al resto della popolazione. L’isolamento selettivo, continua Matteo Villa, non è quindi una soluzione da scartare a priori, ma non può neanche essere considerata la panacea di tutti i mali.

Oltre a un’efficacia difficilmente quantificabile, una proposta del genere porta con sé molti problemi. Se le conseguenze negative sulla salute mentale dei giovani sono spesso da ricondurre ad ansia, stress e mancanza di prospettive per il futuro, molti studi hanno sottolineato come per gli anziani ci sia un nesso molto stretto tra solitudine e benessere mentale: in Italia, il 15,6% delle persone tra i 75 e gli 84 anni soffre di depressione, un dato che va a colpire soprattutto le donne, le quali sono anche le più sole, con la metà di esse sopra i 75 anni che vive da sola. Un lockdown (sia selettivo che generalizzato) andrebbe ad esacerbare ulteriormente questa situazione. C’è poi una questione meramente logistica: come sottolineato dall’Istat, su 7 milioni di over 75 il 20% vive insieme al resto della famiglia.

Carlo Favero

Sulla base dei loro studi, tre economisti italiani (Carlo Favero, Andrea Ichino e Aldo Rustichini) hanno avanzato alcune proposte concrete per ovviare questi problemi. Nel loro articolo, i tre economisti propongono di consentire agli insegnanti più anziani di fare lezione a distanza con gli studenti in classe e di organizzare il trasporto pubblico per fasce orari differenti, in modo che giovani e anziani non si incontrino. Stessa cosa varrebbe per l’accesso a supermercati, negozi e altri servizi pubblici. A questo si potrebbe però facilmente obiettare che se un singolo anziano positivo entrasse in un ambiente riservato ai suoi coetanei, il contagio potrebbe allargarsi più facilmente a soggetti molto più vulnerabili, mentre in una situazione “normale” i giovani contagiati avrebbero meno effetti negativi. Un’altra misura suggerita dai tre economisti è quella di offrire voucher ai giovani che vivono insieme ai nonni per trasferirsi temporaneamente fuori di casa. Ma è una proposta che, per stessa ammissione degli autori, sarebbe tanto auspicabile quanto difficilmente attuabile.

Al di fuori di questi studi, mancano ancora serie proposte politiche sull’aspetto intergenerazionale della pandemia: per questo motivo è importante astenersi da giudizi precoci e sentenze tagliate con l’accetta, è necessario invece continuare a studiare varie possibilità e pensare a soluzioni alternative. Una linea guida che può tornare utile è quella di focalizzarsi non tanto sull’isolamento di quella o quell’altra fascia della popolazione, quanto sulla protezione delle categorie più vulnerabili, sia dal punto di vista sanitario che da quello sociale. Oggi, i giovani hanno bisogno di sostegno economico, di possibilità lavorative e di studio, hanno bisogno di uscire, di una vita il più “normale” possibile, per il loro bene e quello del Paese presente e futuro. Dall’altra parte, gli anziani – in particolare – devono essere protetti, in quanto fascia della popolazione più esposta al virus: è importante ribadire che la loro vita ha un valore intrinseco, inquantificabile e assolutamente uguale a quello di tutte le altre persone. Sono esigenze molto diverse quelle che vanno tenute insieme, senza identificare capri espiatori, né nell’ottantenne che prende il caffè al bar o nel giovane che fa l’aperitivo di venerdì sera o esce a correre. Inventarsi un fantomatico conflitto tra giovani e anziani è deleterio, sia perché non risolvere i problemi che ci attanagliano, sia perché frammenta ancora di più un tessuto sociale già fragile, vicino a un irrimediabile punto di rottura.

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