Strumentalizzando Black Lives Matter, sull’antirazzismo ci stanno fregando di nuovo

In questi giorni è stata riportata più volte una citazione attribuita a Malcolm X: “L’uomo bianco cercherà di soddisfarci con vittorie simboliche anziché con l’uguaglianza economica e la vera giustizia”. E anche se si tratta di una frase apocrifa, è perfetta per il momento storico che stiamo vivendo: a seguito delle proteste scatenate dalla morte di George Floyd negli Stati Uniti e all’irruzione sulla scena politica del movimento Black Lives Matter, ci sono state infatti molte prese di posizione da parte di vari attori pubblici sul razzismo.

L’Oréal Paris, ad esempio, ha annunciato che bandirà la parola “sbiancante” e altri termini affini dai propri prodotti, diverse piattaforme di streaming hanno tolto dai propri cataloghi gli episodi controversi di alcune serie tv e l’attrice bianca Alison Brie si è scusata per aver doppiato Diane Nguyen, personaggio di origini vietnamite, in BoJack Horseman. Il sito di progetti software GitHub eliminerà invece i termini informatici “master/slave” per evitare il riferimento alla schiavitù, così come alcune agenzie immobiliari stanno abbandonando l’espressione “master bedroom” (camera padronale) negli annunci.

Questo però è un film che abbiamo già visto, e non si tratta di Via col vento, famigerato iniziatore della pratica: anche dopo l’esplosione dello scandalo #MeToo era tutto un prodigarsi in scuse, comunicati aziendali e allontanamento di veri e presunti molestatori. A distanza di due anni, anche se Harvey Weinstein è finito in prigione e il #MeToo ha funzionato come propellente per la quarta ondata femminista, possiamo però dire che i problemi strutturali del sessismo non sono stati risolti. E lo stesso sta accadendo con Black Lives Matter.

Harvey Weinstein

I movimenti di giustizia sociale, specialmente quelli che hanno alle spalle un’ampia produzione teorica – come può essere quella femminista e decoloniale – sono sempre molto complessi e stratificati. Anche se vengono percepiti e raccontati come unità compatte, quasi come se fossero dei partiti guidati da un leader, sono in realtà composti da tanti gruppi e collettivi locali che a volte hanno background e vissuti molto diversi tra loro. Tuttavia, questa varietà non significa che l’obiettivo finale non sia comune. Per fare un esempio: le richieste di Black Lives Matter negli Stati Uniti e del movimento antirazzista italiano non sono paragonabili perché i contesti sociali (e storici) in cui si muovono sono completamente diversi, ma entrambi condividono uno scopo, cioè la fine della supremazia bianca e l’affermazione della dignità delle persone nere. La natura molecolare dei movimenti di giustizia sociale – per usare un termine della filosofa Rosi Braidotti – con le sue micro-istanze attacca le relazioni di potere su più fronti: uno dei quali è l’immaginario, come dice Braidotti, “colla simbolica che si e ci appiccica a un contesto sociale che ci costituisce come soggetti”.

La decostruzione di un immaginario escludente e pieno di stereotipi è una parte importante e imprescindibile delle lotte sociali. La letteratura, il cinema, le pubblicità e tutti gli altri media sono da sempre oggetto privilegiato della critica, perché rispecchiano le gerarchie che la nostra società considera naturali e ovvie. La cosa interessante è che spesso, da una riflessione puramente teorica e culturale, si creano concetti applicabili anche nella “vita vera”: penso alla straordinaria efficacia del “male gaze” (sguardo maschile) che è stato preso in prestito dalla critica cinematografica per indicare tutte quelle forme di delegittimazione dell’esperienza femminile. Ma, per quanto importanti, le richieste dei movimenti sociali non si fermano al piano simbolico: lamentarsi per la scelta di ingaggiare un’attrice cisgender per interpretare in un film un personaggio transgender non significa essere “politicamente corretti”, ma criticare la sistematica esclusione delle attrici e degli attori trans dal circuito cinematografico, e più in generale dal mercato del lavoro. Questo lavoro di profondità è possibile solo grazie alla complessità che incarnano i movimenti di giustizia sociale: dall’immaginario al reale, e viceversa.

I due piani coesistono e non possono essere divisi, ma per chi difende lo status quo è molto più facile notare e prendersela solo per il grado zero della discussione: se ti arrabbi perché l’ennesima donna cisgender è stata scritturata per il ruolo di una trans, è perché hai voglia di fare una caccia alle streghe, imporre un’agenda politica e far vedere quanto sei “woke“. Se la reazione al tentativo di intavolare una discussione più profonda, che guardi anche alle cause sistematiche di una data questione, è gridare alla guerra culturale per difendere il proprio orticello, significa che non si è davvero disposti a risolvere i problemi strutturali della nostra società. Questa impressione emerge anche dalla lettera che 150 tra accademici, scrittori e attivisti (tra cui Noam Chomsky, Gloria Steinem, Margaret Atwood e J.K. Rowling) hanno scritto alla rivista Harper’s contro “la nuova serie di attitudini morali e impegni politici che tendono a indebolire le regole di un dibattito aperto e della tolleranza delle differenze in favore dell’uniformità ideologica”. Parlare di “censori” e di “società intollerante” e di “errori percepiti” che causano “punizioni avventate e non proporzionate” significa pensare che il vero problema sia la cancel culture – che è comunque un fenomeno da non sottovalutare – e non una società che intollerante lo è davvero, e non contro scrittori e professori universitari, ma contro le minoranze.

L’argomento della guerra culturale è un diversivo verso le vere richieste di Black Lives Matter, che tra l’altro sono molto chiare e precise: dichiarare il razzismo un’emergenza nazionale, tagliare i fondi alla polizia e ricollocarli verso iniziative di welfare, allontanare la Guardia nazionale dai luoghi di protesta, licenziare i poliziotti che hanno commesso omicidi, e così via. Non cancellare da Netflix l’episodio di Community dove c’è una blackface. La stessa cosa, come si diceva all’inizio, è successa con #MeToo: da un movimento femminista globale contro il sistema delle violenze e dei ricatti sessuali negli ambienti di lavoro, si è passati al licenziamento delle figure più controverse (e possibilmente anche più in vista) in alcuni settori chiave, soprattutto dei media, e poi non è cambiato niente. Queste decisioni non sono state prese dalle femministe, così come non sono i neri ad aver spinto per l’abolizione della parola “master” in informatica: sono le aziende che hanno paura di cadere vittime di questa falsa guerra culturale, autoalimentata non solo dalla destra reazionaria, ma anche dai “liberali a tutti i costi” – come dimostra la lettera di Harper’s – disposti a difendere il loro “diritto di espressione” senza subire alcuna conseguenza.

La colpa di questa strumentalizzazione non ricade solo su chi ha interesse ad alimentare la guerra culturale per ragioni di immagine aziendale o di tornaconto personale, anche i movimenti devono essere in grado di superare la fase dell’indignazione a prescindere e ricordarsi che le battaglie sui simboli sono importanti, ma non devono diventarlo più delle persone che rappresentano. Prendere parte a questa stessa guerra, magari arroccandosi su posizioni di principio e assolutiste, significa fare il gioco di chi vuole distogliere l’attenzione dai veri problemi e lasciare che a dettare il passo verso il cambiamento siano le grandi aziende, i politici o le celebrities, e non le persone che ne sono realmente interessate.

Questa manipolazione dall’alto del dibattito verso questioni che interessano la giustizia sociale solo marginalmente dimostra molte cose: quanto sia comune per coloro che detengono il potere di assumere il ruolo dei “buoni” che accontentano le richieste – che in molti casi nessuno ha avanzato – e che fanno la cosa giusta; quanto sia facile per i movimenti cadere in queste trappole e accontentarsi soltanto di vittorie simboliche; e quanto sia difficile smantellare le relazioni di potere e di prestigio. Una frase, stavolta autentica, di Malcolm X recita: “Se non stiamo attenti, i giornali ci faranno odiare gli oppressi e amare chi opprime”. E a giudicare della levata di scudi contro il politicamente corretto – anche dopo la morte di dozzine di manifestanti durante le ultime proteste – sembra proprio essere vera.

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