Se l’Inghilterra sta lasciando morire Alfie, noi lo stiamo strumentalizzando - The Vision

Da ormai una settimana seguiamo con crescente ansia le sorti di un bambino di 23 mesi. Un bambino malato ricoverato dal dicembre 2016 all’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool, ospedale specializzato nella cura di malattie pediatriche, a causa di una patologia neuro-degenerativa associata a una grave forma di epilessia. Un bambino che è attaccato da quasi due anni a un respiratore. Un bambino che è diventato un simbolo. Anzi, più simboli, a seconda di chi o cosa si voglia dimostrare attraverso la sua immagine. Un bambino che è diventato uno strumento. E basta.

Alfie Evans è nato nel maggio del 2016. Appena pochi mesi dopo, però, ha sviluppato un’infezione delle vie respiratorie, accompagnata da forti convulsioni. Dopo aver superato la crisi iniziale ed essere tornato a respirare autonomamente, il bambino ha contratto una seconda infezione. Di nuovo le convulsioni, sempre più frequenti, e così, un’altra volta, la necessità di attaccarlo alle macchine. Dal giorno del ricovero a oggi le sue condizioni sono andate peggiorando in maniera drastica.

Nonostante i numerosi test (anche genetici) cui è stato sottoposto Alfie Evans, i medici dell’ospedale non sono riusciti a determinare la natura della malattia neuro-degenerativa da cui è affetto. L’ipotesi prevalente fra gli esperti è che si tratti di una patologia simile alla malattia mitocondriale (la stessa di cui soffriva Charlie Gard, di cui si è molto parlato poco meno di un anno fa).

Tom Evans

Ci sono però delle certezze: il cervello di Alfie Evans è in condizioni più che gravi. Come riportato nell’ultima perizia richiesta dall’Alta corte di giustizia inglese, c’è stata un danneggiamento della sostanza bianca (l’insieme di fasci di fibre nervose che uniscono l’encefalo e il midollo spinale), ridotta ormai a meno del 30% di quella presente in un cervello sano. A detta dei medici e dei periti, il bambino è oggi dunque in uno stato semi-vegetativo: ormai incapace di sopravvivere se separato dalle macchine, non potrà mai recuperare, nemmeno parzialmente, le normali funzioni cerebrali. Così, dopo un anno e mezzo di cure nella Critical Care Unit, i medici dell’equipe che si occupa di seguirlo hanno prospettato ai genitori la possibilità di sospendere le cure e i trattamenti che lo tengono in vita.

Secondo l’ordinamento inglese, un paziente può essere staccato dagli apparecchi di ventilazione e alimentazione assistita se ha trascorso in coma un lungo periodo di tempo (almeno 12 mesi), e se i medici ritengono che le sue condizioni siano ormai irreversibili. Per i bambini, la decisione dovrebbe spettare a chi ne esercita la patria potestà (in questo caso i genitori), ma se non si raggiunge un accordo tra medici e famigliari, un giudice può imporre il distacco dalle apparecchiature. Ed è esattamente quanto successo ad Alfie Evans: nonostante diversi ricorsi presentati dai genitori a tutti i livelli della giustizia inglese, i giudici hanno ordinato di staccare la ventilazione che lo tiene in vita. Non solo i giudici inglesi: il 23 aprile anche la Corte europea dei Diritti umani ha rigettato il ricorso presentato d’urgenza da Tom Evans and Kate James, genitori di Alfie. Ieri infine, la Corte d’Appello di Londra ha rigettato il loro ricorso contro il rifiuto di autorizzare il trasferimento del bambino da Liverpool a un ospedale italiano. Perché, in tutta questa straziante vicenda, il nostro Paese ha deciso di “intervenire”.

Da qui nasce il mio sdegno. Ho provato in tutti i modi a non farmi coinvolgere da questo dibattito, che sostanzialmente si concentra su come quando e dove debba morire un bambino. Ci ho provato in tutti i modi, ma non ci sono riuscito. Fosse stato solo per i conati di vomito a ogni articolo che riporta l’immagine di un bambino attaccato alle macchine (perché altrimenti, chi se lo legge il pezzo?), o per l’istinto di bruciare il computer a ogni post in stile “salviamo Alfie” (perché come è facile diventare tutti allenatori guardando una partita di calcio, è ancora più facile diventare genitori quando si parla di bambini), ci sarei anche potuto riuscire.

La vicenda di Afie Evans è una vicenda privata, le cui sorti toccano e toccheranno esclusivamente la sfera intima delle persone legate al bambino. Anche se portato davanti a una Corte, il dibattito intorno a questo dramma avrebbe meritato un livello superiore e più civile rispetto a quello di una crociata. Per quanto non condivida per nulla il loro atteggiamento, ne comprendo il fine e, soprattutto, le motivazioni. Kate James e Tom Evans sono la madre e il padre di un bambino che dopo appena 23 mesi di vita – di che vita stiamo parlando, questo sarebbe il punto – sta morendo, a causa di una malattia assolutamente spietata e ancora oggi inspiegabile. Il desiderio che quel corpo – anche se tenuto in vita in uno stato di incoscienza, semi vegetativo, che non potrà avere altro futuro se non quello attaccato a un respiratore – possa comunque ritenersi “vivo” lo comprendo.

Come è loro diritto, i genitori hanno portato il caso in tribunale. I giudici hanno stabilito, in due distinti gradi di giudizio, che continuare a tenere in vita Alfie in maniera artificiale non è nel suo miglior interesse e che quindi è opportuno procedere con la sospensione di quei dispositivi. Nel frattempo la storia, da vicenda personale, è diventata caso mediatico, soprattutto per volere dei due genitori. Anche nel caso di Alfie hanno iniziato a circolare video e foto di lui mentre “sorride”. L’unico risultato è stato quello di trasformare l’immagine di un bambino nello strumento di una battaglia ideologica che ha davvero poco a che fare non solo con la sua vita, ma anche con quella dei suoi genitori. Pochissimi commentatori – non solo giornalisti, ma come ormai siamo abituati anche politici e politicanti – si sono presi la briga di leggere la nota pubblicata dell’Alder Hey Children’s Hospital, dove si spiega come le analisi e l’elettroencefalogramma abbiano dimostrato che i “sorrisi” riportati nelle foto sono solo riflessi involontari, oppure smorfie causate dalle convulsioni. Nessuno ha provato a leggere la sentenza della Corte Suprema, da cui emerge che la risonanza magnetica ha certificato che il cervello di Alfie è devastato da quelle convulsioni. I talami, le strutture con la funzione di centro di coordinamento del cervello, “sono completamente scomparsi”. Per questo motivo Alfie è cieco, sordo e refrattario a ogni forma di stimolo.

Se ormai sono riuscito a convivere con – o meglio, nonostante – i tweet di Papa Francesco, è diventato per me impossibile digerire i tweet dei vari politici italiani, da Salvini a Meloni, fino al presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. Per non parlare dell’europarlamentare della Lega Mara Bizzotto, che ha addirittura presentato un’interrogazione urgente alla Commissione Ue per chiedere l’intervento delle Istituzioni europee. Proprio quella Lega che da anni ritine l’Unione solo un ostacolo alle decisioni negli affari interni dei Paesi membri. Ovviamente non poteva mancare il contributo del senatore leghista Simone Pillon, uno degli organizzatori del Family Day e promotore di una nuova caccia alle streghe. Anche la sindaca Virginia Raggi ci ha tenuto a intervenire sul caso Alfie Evans a nome della Capitale, dicendosi pronta ad “accoglierlo nella speranza”. Trovo disgustoso sfruttare l’immagine di un bambino in fin di vita per attrarre consenso politico, facendo leva sui valori tanto universali quanto ready made come quelli di paternità e maternità.

Ma come Stato siamo riusciti ad andare anche oltre. Già da tempo, come prevedibile, Papa Francesco aveva manifestato le sue preghiere per Alfie Evans. Poi, la scorsa settimana, Tom Evans ha incontrato il Pontefice, che al termine dell’incontro ha lanciato un appello a salvare il bambino. Le ripetute dichiarazioni papali hanno portato l’Ospedale Bambin Gesù di Roma a candidarsi per assisterlo nelle proprie strutture. I medici dell’Ospedale della Santa Sede hanno proposto un piano di cure che prevede un supporto per la respirazione e l’alimentazione. Peccato che per permetterlo debba essere eseguita una tracheotomia e vada poi applicato un sondino per l’alimentazione. A Roma, quindi, il bambino troverebbe qualche altro mese di vita collegato alle macchine, niente di più.

Inoltre, nel verbale del processo di primo grado viene citato un report dei medici del Bambin Gesù in cui si evidenzia il rischio di sofferenza durante il trasporto del bambino a causa della stimolazione dovuta al viaggio, e di crisi epilettiche che potrebbero danneggiare ulteriormente il cervello. L’Ospedale sostiene che “l’intera procedura di trasporto rappresenta un rischio” per Alfie Evans. Vorrei quindi che qualcuno mi spiegasse dove sta l’attenzione per il “miglior interesse del bambino”.

Con le sue pressioni il Vaticano sta di fatto interferendo nelle decisioni della magistratura di uno Stato sovrano. E proprio per questa posizione scomoda sentiva probabilmente la necessità di una spalla, di qualcuno che potesse rendere questa richiesta qualcosa di più della trovata di un ingombrante ordine religioso. Così, sempre attenti e sensibili ai richiami del Papa, i ministri Angelino Alfano e Marco Minniti hanno deciso di concedere la cittadinanza italiana ad Alfie Evans, così da forzare la mano alle autorità britanniche e cercare di far trasferire il bambino nell’ospedale romano.

“Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’interno Marco Minniti, ai sensi dell’art. 9, comma 2, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, ha deliberato il conferimento della cittadinanza italiana ad Alfie EVANS, nato a Liverpool (Gran Bretagna) il 9 maggio 2016, in considerazione dell’eccezionale interesse per la Comunità nazionale ad assicurare al minore ulteriori sviluppi terapeutici, nella tutela di preminenti valori umanitari che, nel caso di specie, attengono alla salvaguardia della salute.” Questo il comunicato stampa del CdM.

Quindi il Governo uscente – che ha trovato il tempo per l’approvazione del Def solo oggi – si rivela incredibilmente pronto nel firmare un decreto che dia la cittadinanza ad Alfie Evans. E non perché qualcuno qui in Italia abbia la formula magica per guarire il bambino inglese (perché l’unica vera soluzione sarebbe questa, la guarigione), ma solo perché l’Italia ha deciso ormai da tempo di assurgere a sacra protettrice dell’incredibilmente astratto concetto dell’inspiegabile vita. Il nostro Governo ha deciso in maniera deliberata di utilizzare la vicenda di un bambino per propagandare il Grande Miracolo della Vita, dono di dio. Siamo giunti al punto in cui si sfruttano il dolore e la rabbia di una coppia di genitori per scopi di politica interna – addirittura sfiorando il caso diplomatico, dal momento in cui l’Italia contesta la decisione di una Corte di Giustizia di un altro Paese Sovrano. Nella seduta di ieri della Corte d’Appello, con gli avvocati, era addirittura presente un rappresentante dell’ambasciata italiana, in attesa di conoscere l’esito dell’udienza. “Su richiesta del Papa, un aereo ambulanza è pronto per portare il piccolo in Italia,” ha reso noto Paul Diamond, uno dei legali dei coniugi Evans.

In un articolo di oggi Repubblica.it riporta un’intervista a don Gabriele Brusco, il sacerdote italiano, ex diplomatico della Santa Sede, giunto da Londra a Liverpool per assistere la famiglia Evans su richiesta del vescovo della Diocesi di Carpi. Don Gabriele dice: “Tom e Kate (i genitori di Alfie Evans) più volte mi hanno detto che ringrazieranno per tutta la vita l’Italia per il supporto che gli sta fornendo, unico Paese che ha mostrato vera sensibilità e attenzione nei riguardi del loro Alfie.” Un giorno forse capiranno che qui non vi è alcuna sensibilità, solo opportunismo. E che Alfie sta morendo perché il mondo e la vita fanno spesso schifo, ma noi anche di più.

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